Elena Schwartz- Come sei uomo

Innanzitutto una poesia (ogni opera poetica) deve avere una moltitudine di significati. In India (ai tempi di Kalidasa) se ne contavano nove. Possono essere anche di più, e gli ultimi sono ormai al di fuori della lingua, intraducibili e ignoti al poeta stesso, ma se i primi due o tre sono sicuri e profondi, non saranno tali gli ultimi. L’autore non è nemmeno obbligato a intuirli, ma per il lettore essi, come i veli di Salomè, cadono uno dopo l’altro, comunque gli ultimi restano tormentosamente irraggiungibili.
Quanto più ispirato è il poeta, tanto più profondamente i significati misteriosi si radicano nell’infinito. Inoltre, certo, nella poesia i “significati” non sono costruzioni razionali, ma piuttosto assennate formazioni plastico-musicali che ruotano attorno a un nucleo irraggiungibile, come gli anelli di Saturno.
Ne consegue che in sostanza una poesia è simile a un essere vivente, che pure consta di molte parti. (Ed è anche un essere vivente. In generale, “morto” o “vivo” è il principale criterio estetico.) Essa ha una sua vita perfino quando muore la lingua in cui è stata composta. Forse è una piccola divinità, non antropomorfica, come il Signore stesso. (Anche se è stato detto: “Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza”, però con l’aggiunta: “affinché domini” – solo in questo senso simile a Dio, non per aspetto esteriore e per struttura.) I versi sono simili a una costruzione viva, a un edificio: possiedono uno spazio interiore, dove si può passeggiare, dentro di essi si può correre, volare o dormire.
La forma interiore dei versi può essere estremamente semplice – come un sospiro (o un respiro). È la cosa più difficile, versi simili in tutta la poesia mondiale sono pochissimi, perché non te li puoi inventare. Non li troverai intenzionalmente e non escogiterai nulla. Oppure – l’opposto – una complessa forma barocca, il cui coronamento è la “vision avventura” (termine mio). Quando il poeta cade in uno stato sovrannaturale, gli appare una visione, in seguito essa crea se stessa, avviene. Si volge dove vuole. Sono le mie due forme preferite, in sostanza vicine. Ogni creazione è “sinergia”, nel senso della creazione di due forze: l’intelletto e l’ispirazione (per dirla rozzamente); in questi casi il secondo elemento prevale.
Sono intermediari tra l’intelletto e il sovra-intellettuale. La poesia è come uno strumento, un mezzo, con l’aiuto del quale si ottiene la conoscenza che non può essere trovata in altro modo (là dove la logica e la filosofia sono impotenti). Essa si immerge nei cieli o dove si vuole: sotto la corteccia di un albero, sotto la pelle e, sottomettendosi non più alla volontà del suo creatore, ma alla propria logica e musica interna, penetrando arbitrariamente l’oggetto di studio, raggiunge l’immagine.
L’immagine spesso è incomprensibile all’autore. Tempo fa composi la poesia “La belva-fiore”, su una persona che fiorisce, dalla quale all’improvviso sono cresciuti diversi fiori. E solo poco tempo fa ho avuto l’illuminazione che questa è l’immagine dello scettro fiorito di Aronne (che nel tabernacolo è fiorito come mandorlo) – in segno di elezione.
Nella misura in cui una poesia è viva, essa vibra. Ciò si esprime non solo nel suono, nel gioco dei ritmi, nelle loro pause, ma piuttosto nello scontro tra oggetti e creature, citate in esse, nel contrappunto del senso. Per esempio, nella poesia “Il cardellino” di Osip Mandel’stam compare la tensione di una collisione – gli spazi, involontariamente congetturati, delle steppe di Voronez, la verticale di un albero, e due punti energetici: gli occhi del cardellino e gli occhi del poeta, la vibrazione del loro sguardo. “Come sei uomo”, potrebbe dire anche il cardellino (in risposta al: “Come sei cardellino” del poeta). In tutta la poesia il cardellino sta adagiato, fissando l’uomo, l’uomo si erge, fissando l’occhio dell’uccello, d’un tratto, alla fine: “esso guarda da una parte e dall’ altra – a occi spalancati, è volato via” (da una parte e dall’altra – nei due mondi): all’improvviso si libra in volo, il frullo delle ali…

Dove c’è la lotta dei significati, lì c’è lo scontro del suono. La poesia è il modo di raggiungere l’immateriale (spirituale) attraverso mezzi semimateriali. Si vede subito come è vestita una poesia: da quale famiglia proviene, di quali mezzi dispone. Così, nella lirica “Ecco vado su una grande strada” (la mia preferita) di Tjutcev, all’inizio, quando ancora vive la speranza in risposta alla domanda “mi vedi?”, prevalgono le “d”, che verso la fine si assordano in “t”: inciampo, disperazione. Tutta questa poesia è una speranza flebile e – ahimè! – desolazione. Con queste “t” viene data una risposta celata e disperata. Versi così semplici in generale sono i più tormentosi e i più misteriosi.
Tuttavia per me è preferibile la musica dei versi, complessa e spezzata, frammentaria (simile alla musica di inizio secolo, che però non cade nello sfascio sonoro di quella più recente). La poesia occidentale non ne ha potuto trovare una simile e con ottusa mansuetudine, come una pecora, è andata alla carneficina del verso libero (prosa mediocre). L’altro estremo è il classicismo artificioso. La mia preferenza è il limite tra l’armonia e la dodecafonia. Sognavo di trovare un ritmo simile, affinché cambiasse con ogni mutamento di senso, con ogni nuova sensazione o percezione.
Quanto più forte è la musica propria della poesia, tanto meno si adatta al canto. La poesia è distinta non solo dalla melodia esteriore, ma anche dalla religione interiore. Essa stessa in sé è musica e fede. L’individualità poetica lascia la sua traccia in ogni sillaba, parola, verso, è come la nazionalità o l’età.
Una volta Pindaro si addormentò sul monte Elicona, caro alle Muse, sognò di tramutarsi in arnia, e sulla sua bocca si posarono le api. Al risveglio, cominciò a scrivere versi. Quando mi sveglierò, i versi si alzeranno in volo, come api, sibilando e giocando, e prenderanno completamente il mio posto.


1996
Elena Schwartz
( testo della poetessa  tratto dal mensile Poesia)
Traduzione di Paolo Galvagni

*

Sempre dell’autrice è uscita una raccolta di racconti


Elena Schwartz
Gli omuncoli e altre storie (racconti)
traduzione di P. Galvagni e una nota di Marco Albé
edizioni del Foglio Clandestino- collana Il dado e la chiave

Tutta la mia vita è un caso miracoloso e un sogno misterioso. Ma più misteriosi di tutto il miracoloso sono i versi. Da chi sono ispirati, da chi sono gonfiati – extra intellettuali in una mente assennata – lo sa Dio. Ma non si tratta di questo, voglio solo raccontare alcuni casi della mia vita, nei quali chiaramente attraverso l’involucro di Maya, attraverso il velo della quotidianità si sono manifestate altre forze – quali che potessero essere. Da “Casi miracolosi e sogni misteriosi”

Note sull’autrice:

Elena Andreevna Schwartz è nata nel 1948 a Leningrado, dove è scomparsa l’11 marzo del 2010. Nel 1971 si è laureata presso l’Istituto leningradese di Teatro, Musica e Cinematografia. Ha esordito nel 1972 con due poesie apparse sul giornale dell’università di Tartu. Negli anni Settanta ha frequentato gli ambienti letterari clandestini. A partire dalla metà degli anni Ottanta ha pubblicato versi in Occidente: nelle riviste dell’emigrazione russa come «Grani» e «Russkaja mysl’»; e nei volumi: Tancujuščij David [Davide danzante] (New York 1985), Stichi [Versi] (Parigi 1987), Trudy i dni monachini Lavinii [Le opere e i giorni della monaca Lavinia] (New York 1988). Dal 1989 ha potuto pubblicare anche in patria. Suoi versi sono apparsi su molte riviste russe e sono state pubblicate le raccolte poetiche: Pesnja pticy na dne morskom [Canto di un uccello sul fondo marino] (1995), Mundus imaginalis (1996), Zapadnovostočnyjveter [Vento da occidente e oriente] (1997), Solo na raskalennoj trube [Assolo con una tromba arroventata] (1998). Agli ultimi anni risalgono i volumi antologici Stichotvorenija i poemy [Poesie e poemi] (1999) e Sočinenija [Opere] (2002).
Le poesie di Elena Schwartz sono state tradotte in diciassette lingue, tra cui il giapponese e l’ebraico. Alcuni suoi versi sono apparsi anche in traduzione italiana. La presente raccolta di racconti è la prima in lingua italiana.
Elena Schwartz ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il premio “Andrej Belyj” (1981), “Severnaja Pal’mira” (1999) “Triumf” (2003). Nel 2001 il Fondo I. Brodskij le ha conferito un “grant”, grazie al quale ha potuto soggiornare in Italia.

Paolo Galvagni è nato a Bologna nel 1967. Nel 1991 si è laureato in Lingua e Letteratura Russa. Grazie a una borsa di studio ha frequentato corsi di russo e di ucraino presso l’Università Nazionale di Kyïv nel primo semestre del 1996. Vive
nell’hinterland bolognese. Negli ultimi anni si è recato sovente a San Pietroburgo, dove ha cercato materiali nelle Biblioteca Nazionale Russa e ha incontrato alcuni dei principali poeti russi viventi. Dal 1992 collabora con riviste e case editrici, per le quali esegue traduzioni dal russo e dall’ucraino. Tra i volumi pubblicati: Leonid Andreev, La vita di Vasilij Fivejskij (Faenza 1998), La nuova poesia russa (Milano 2003), Tra i ruderi di Groznyj (Lecce 2005), Elena Švarc, San Pietroburgo e l’oscurità soave (Venezia 2005), Nell’orbita di Riga (Brescia 2006), Vasilij Filippov, Ho sognato di volare su una nuvola (Brescia 2009).

Per informazioni:

redazione@edizionidelfoglioclandestino.it

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