LAURADEILIBRI- Laura Bertolotti: Dacia Maraini la vita, la scrittura

 catrin welz stein

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A scrivere di lei non basta il desiderio, come posso coniugare l’informazione essenziale sui suoi libri e l’emozione che sempre mi provoca leggerla? Ci provo e, se vi stancate, lasciate il post al suo destino.

Dacia Maraini ha una produzione sterminata di opere, solo quelle teatrali sono più di sessanta titoli, perché ha amato molto il teatro, ne ha persino co-fondati due, Il Porcospino (negli anni Sessanta, con Alberto Moravia ed Enzo Siciliano) e La Maddalena (nel 1973, con altre donne, tra cui Edith Bruck e Giuliana Morandini). Per amore del teatro scrisse, spazzò il palcoscenico, rammendò i costumi, suggerì, ma non recitò mai. Una scelta, lei sostiene, dovuta alla sua inguaribile timidezza.
Tanti e vari i temi che ha affrontato con la sua scrittura, nei romanzi giovanili racconta di adolescenti come ne  La vacanza,  suo primo romanzo,  rifiutato da molte case editrici, tranne Lerici, di Roma, che però le suggerì qualcosa del genere: “Bambina mia, se vuoi avere qualche chance, devi procurarti la prefazione di un autore affermato”. Lei aveva già  conosciuto in un bar (!) Moravia, come fratello di una sua insegnante di disegno al Collegio Il Poggio di Firenze, così, superando la timidezza, gli propose in lettura il manoscritto e Moravia le regalò una prefazione in forma di lettera.

L’ultimo romanzoTre donne, presenta nonna, figlia e  nipote che vivono insieme, non senza ristrettezze economiche e frustrazioni varie. A rompere il loro fragile equilibrio è un uomo, il convivente della figlia-madre, lo scompiglio che ne deriva “genera” una lacerazione forte, illuminata infine da una speranza, ma rimane il dubbio che sia proprio tale. Un romanzo scritto con registri diversi, dal gergo adolescenziale al linguaggio letterario della madre-figlia, amante del viaggio, traduttrice di professione, tesa a cogliere prevalentemente il lato romantico dell’esistenza. La fotografia di una famiglia non atipica dei nostri giorni che consegna una riflessione singolare  sulla maternità, richiamando il sapore antico del maternage condiviso, lontano dalla chiusura del nucleo familiare ripiegato su se stesso.

Dacia si è occupata di temi difficili e si definisce “dalla parte delle donne”, ne parla diffusamente nel libro intervista La mia vita Le mie battaglie:

“Non credo che ci sia uno stile diverso (femminile)[…]. Per me, appunto, la ricerca di una scrittura femminile è la ricerca di un punto di vista, che significa visione del mondo. Non significa solo guardare da una parte o guardare dall’altra. Significa complessiva visione del mondo. Quindi comporta prendere posizione di fronte alla filosofia, alla religione, alla medicina, alla mitologia. Queste prese di posizione diventano un’assunzione di un punto di vista, un’assunzione dtorica. E questa assunzione del punto di vista, secondo me, è l’unica distinzione che può esistere tra un uomo che scrive e una donna che scrive. Perché? Perché un uomo e una donna nella storia hanno avuto esperienze diverse” (pag. 17).

La vita di Dacia, nata nel 1936 a Fiesole, vissuta in Giappone fino al 1947, poi a Bagheria, poi a Roma, viaggiando a lungo nel mondo, è raccontata in frammenti e ricordi in molti suoi testi, alcuni marcatamente biografici come Bagheria, che ripercorre il periodo vissuto ai margini del maestoso palazzo Valguarnera, in un pollaio riadattato ad alloggio per loro, i parenti poveri, arrivati dal campo di concentramento giapponese, a guerra finita. Dacia stabilisce presto una distanza fra lei e il  ramo nobile della famiglia materna, gli Alliata di Salaparuta, impoverito e connivente con la mafia,  come altre famiglie siciliane, e riesce a scriverne solo dopo molti anni e dopo aver raggiunto la notorietà. Proprio visitando il palazzo, sotto la guida sprezzante di una vecchia zia, scorge un quadro settecentesco che raffigura una donna dallo sguardo triste, con un foglio e una matita in mano. Accanto, il ritratto di un uomo tutto vestito di rosso, detto “U Gambero”, il suo Signor Marito Zio, che sposò “la mutola” a soli tredici anni, dopo averla stuprata a sette. Qui nasce l’ispirazione, poi nutrita da una approfondita ricerca storica, per il suo romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa, che  le valse il Premio Campiello nel 1990, e numerosi altri riconoscimenti.

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La nave per Kobe racconta invece, attraverso i diari giapponesi della madre, il viaggio avventuroso per nave verso il Giappone, compiuto dalla giovane coppia Maraini, quando Dacia aveva poco più di un anno, e la loro permanenza in quel Paese fino al 1941,  non racconta la prigionia. Fosco Maraini aveva vinto una borsa di studio, così strappò la tessera fascista che suo padre, lo scultore Antonio Maraini,  gli offriva per ottenere un posto di lavoro e partì con la famiglia. Nel diario le fotografie restituiscono  l’infanzia di Dacia,  i suoi primi giorni di scuola, quando cominciò a imparare il giapponese. In quel periodo nacquero le sue due sorelle, Yuki e Tony.

“Povera figliuzza. Ancora non uscita da quasi 20 giorni ma non ha febbre. [scritto dalla madre, segue commento di Dacia] Se non fossi stata così ben nutrita dal suo affetto come avrei potuto sopportare il campo di concentramento, la fame, i vermi, le pulci, le bombe, i terremoti e ancora la fame, la fame nera?”.

Della sorella Yuki, e delle altre persone a cui Dacia ha voluto bene e da cui ha dovuto prendere commiato, ne parla nel libro La grande festa, sospeso tra passato e presente, il filo della memoria strettamente allacciato alla realtà degli affetti, si configura come un’operazione letteraria di elaborazione del lutto.  Qui Dacia parla diffusamente di Moravia, del loro lungo sodalizio affettivo e artistico, della sorpresa e del senso di vuoto che ha lasciato la sua scomparsa come quella dell’amico carissimo Pier Paolo Pasolini, con cui compì molti viaggi.

“Mi capita spesso di sognare mia sorella che se ne è andata più di dieci anni fa. […]Nel sogno mi parla, ma le sue parole non mi raggiungono che smozzicate. Non mi sembra triste, ma quieta, pronta a uno dei suoi scoppi di allegria.[…]Mi chiedo, svegliandomi di soprassalto, quale sia questo luogo da cui sembrano guardarci i morti;questo luogo in cui i nostri cari scomparsi appaioni più vivi di noi; questo luogo in cui le epoche della vita si confondono con tanta facilità e struggimento. […]Certo i morti hanno qualcosa da dire ai vivi, si tratta di intenderli. Non è sempre facile, perché il loro linguaggio è come il posto in cui abitano: isole sospese sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati.”

Dacia dalla parte delle donne, sempre, e nel romanzo-inchiesta Isolina, che ricorda il miglior Sciascia, emerge nitida la figura di Isolina Canuti, una ragazza simpatica e piena di vita che si scontra mortalmente, è il caso di dirlo,  contro i pregiudizi del suo tempo, il 1900, in cui i benpensanti si arrogavano il privilegio di dipingere a tinte fosche qualunque donna che non si uniformasse al maschilismo imperante. Storia vera ambientata a Verona, su cui non è mai stata fatta piena luce, emblematica e indimenticabile.

Buio, si pone come un libro che non si vorrebbe leggere, così vero che non sembra frutto di immaginazione, una raccolta di racconti intensamente narrativi sull’infanzia rubata e abusata. Un tema di pressante attualità che Dacia affronta con il suo stile  semplice, chiamando le cose per nome, non nascondendo mai il lato brutto, oscuro della realtà, ma sempre con la dolcezza espressiva che è la sua cifra. Con questo romanzo vinse il Premio Strega nel 1999, dopo vent’anni il libro sembra scritto appena ieri, a testimonianza del fatto che il problema rimane ancora tragicamente insoluto.

Dicevo che Dacia ha disseminato aneddoti personali in molti suoi testi, ne La seduzione dell’altrove, racconta alcuni suoi viaggi.

“Caro Giappone, con i tuoi odori di peschi in fiore, di dolci di soia, di pesce fritto e di saké caldo che mi sono stampati nella mempria olfattiva. Mi sei stato madre e padre, e hai lasciato tracce incancellabili sul mio destino. Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso, in una mattina nitida, nel campo di concentramento per antifascisti. Erano così lucide e splendenti quelle bombe contro il tuo cielo. Eppure venivano a portare bombe e distruzione” (pag.164).

Dacia si chiede il perché dell’accanirsi tanto sul significato del viaggio, dopotutto si viaggia solo per il piacere di viaggiare e basta. Afferma che il viaggio sia un male della sua famiglia, a partire dalla nonna paterna, anglo-polacca e da suo padre, diventato poi un orientalista ed etnologo famoso, e da sua madre, che non ha esitato a seguire il suo giovane e spiantato innamorato fiorentino, rifiutando il principe che la famiglia le aveva destinato.  Quindi “il viaggio nel sangue, come parte di un DNA segnato dall’inquietudine motoria e dalla curiosità geografica” (pag. 14). E poi anche il viaggio come narrazione a se stessi e poi agli altri.

Nel romanzo epistolare Dolce per sé, troviamo lettere di una donna adulta a una ragazzina che raccontano un amore, le sue ragioni, le sue gioie, la sua fine, con un ritmo musicale e la dolcezza del titolo che si ritrova un po’ in tutte le pagine e nella descrizione del saluto alla sorella morta.

La giornalista Amara ne  Il treno dell’ultima notte  parte verso i paesi dell’Est europeo per un réportage sulle condizioni di vita dopo la fine del secondo conflitto, che ha ridisegnato i confini dei Paesi. All’incarico ufficiale, Amara affianca la sua personale ricerca di un amico d’infanzia di cui ha perso le tracce perché caduto nel gorgo dell’Olocausto. La vicenda si incrocia con i fatti d’Ungheria ma Amara, assorbita dal suo interesse primario, si lascia sfuggire lo scoop giornalistico e viene licenziata. La vicenda è occasione per l’autrice di riflettere su come la guerra cambi gli individui e niente risulti più uguale dopo un’esperienza di dolore. Questa scrittrice racconta e si racconta ma mette altresì in guardia chi legge perché nel romanzo, afferma, c’è sempre invenzione. Nel saggio Amata scrittura Dacia Maraini ne parla come “una testimonianza delicata, un gesto di affetto nei riguardi di una memoria che se ne va e muore anzitempo” (pag. 5) e anche perché “noi siamo chiusi dentro una vita limitata, prevedibile […] i romanzi danno la possibilità di attraversare altre esistenze, altri panorami, calzando altre scarpe, annusando altri odori, in un tempo che non ci appartiene”. Un libro che vale un corso di scrittura creativa, indaga molti aspetti della lettura, delle ragioni e della passione della scrittura, del ritmo, dello stile, interrogando scrittrici e scrittori, persone di spettacolo e filosofi, indicando testi di approfondimento, letture amene e veri e propri esercizi. La scrittura per Dacia è artificio, richiede abilità, applicazione, conoscenze e rimane sempre un “difficile e dolcissimo enigma”.

Di questa scrittrice è nota la partecipazione attiva al Movimento Femminista, ai suoi esordi, nel nostro Paese, negli anni Settanta, ma a me piace anche ricordare la sua posizione equilibrata nei confronti degli uomini, come è stato per altre scrittrici che amo, Virginia Woolf e Doris Lessing, per esempio.

“La dolcezza, non c’è dubbio, è il carattere che più m’incanta in un uomo. Qualcuno pensa che la dolcezza sia una qualità tipica delle donne e quindi non augurabile per un uomo. Nella testa di costoro la dolcezza è sinonimo di debolezza, quindi desiderare un uomo dolce significherebbe volerlo debole, fiacco, passivo. Ma sono idiozie. Perché la forza si accompagna sempre a una forma di serenità e dolcezza. Solo gli uomini fragili, impauriti, sono aggressivi, violenti, prepotenti e assertivi. Un uomo non nevrotico né infelice sarà aperto agli altri, disponibile, gentile, e se vorrà affermarsi lo farà attraverso la conquista del prestigio e non attraverso l’imposizione e la brutalità” (Dolce per sé, pagg. 181-182).

Dacia Maraini, una vita per la scrittura, ma senza enfasi, con dolcezza, appunto.

Laura Bertolotti

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La vacanza, Lerici, 1962 (sono reperibili edizioni successive di Einaudi e Bompiani).

Tre donne, Rizzoli, 2017.

La mia vita, le mie battaglie, con Joseph Farrell, Della Porta Editori, 2015.

Bagheria, Rizzoli, 1993.

La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli, 1990.

La nave per Kobe, Rizzoli, 2001.

La grande festa, Rizzoli, 2011.

Isolina. la donna tagliata a pezzi,  Rizzoli, 1992.

Buio, Rizzoli, 1999.

La seduzione dell’altrove, Rizzoli, 2010.

Dolce per sé, Rizzoli, 1997.

Il treno dell’ultima notte, Rizzoli, 2008.

Amata scrittura. laboratorio di analisi, letture, proposte, conversazioni, a cura di Viviana Rosi e Maria Pia Simonetti, Rizzoli, 2000.

 

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