Elogio della poesia- Valeria Rossella- Proposta di rilettura

fiona watson

dreams of smitten by wild goose chase..

Inizierei questo discorso argomentando sulla traduzione, con sufficiente temerarietà e da non addetta ufficialmente ai lavori: tradurre è “far passare attraverso”. Ma in questa traslazione la cosa traslata muta solo di posto o anche di sostanza, come vorrebbe la fisica moderna, o quella di Eraclito, se si preferisce? Insomma vige la legge dell’impenetrabilità dei corpi, oppure no? La parola che passa da una lingua a un’altra resta la stessa? Ma il solo fatto di leggere non significa comunque tradurre?
Pensiamo soltanto a come esista un unico originale, e tante traduzioni; il testo è uno e immutabile, le sue traduzioni invecchiano.
Se la poesia è passaggio dal lato diurno al lato notturno della parola, intorno al cui suono fondamentale è possibile percepire gli armonici, così la traduzione poetica è dunque un sosia, ma non una copia: un gemello, che vive di vita propria.
Faccio queste riflessioni da poeta che ama leggere, e talvolta tradurre, i poeti polacchi; molto appagata, e tutt’altro che isolata, in questa mia predilezione.
Il premio Nobel per la letteratura 1987, Josif Brodskij, nel discorso tenuto a Torino per l’inaugurazione del primo Salone del Libro nel maggio del 1988, affermava senza mezzi termini che «la più straordinaria poesia di questo secolo è scritta in polacco», segnalando i nomi di Leopold Staff, Czesław Miłosz, Zbigniew Herbert e Wisława Szymborska.
Certo, a questi numi tutelari aggiungerei, nel mio Pantheon personale, la Musa folgorante e tragica di uno Esenin polacco come Józef Czechowicz e la fioritura misteriosamente sapienziale e allegorica dell’ultima Kazimiera Iłłakowicz; l’originalissimo mélange d’ironia e lirismo di Konstanty Ildefons Gałczyński e il poco conosciuto, ma assai interessante Jan Zahradnik (1904-1929), originario della regione carpatica oggi in Ucraina, autore di un unico libro di versi, Ludziom smutnym (A chi è triste). La sua poesia dall’atmosfera fantastica e a volte macabra, da cui traspare la problematica percezione di un Dio debole, tutta novecentesca, lo accomuna (per quantoin minore) al più geniale fra i poeti polacchi della prima metà del secolo appena trascorso, Bolesław Leśmian. Di Zahradnik vorrei fornire in traduzione due testi che illustrano questo singolare rapporto col divino, e un terzo, esemplare nella sua trasognata atmosfera d’incubo:…
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