GIANMARIO LUCINI QUESTA NOTTE SE NE E’ ANDATO…

alice lin

Faramita-2014

 

Questa notte, senza altra voce che una e-mail che ci aveva inviato, come credo ad altri che con CFR EDIZIONI hanno collaborato e di cui Lucini era l’anima,  ha lasciato questa terra. Proprio ieri sera aveva spedito agli amici,  una mail che ora appare come un testamento spirituale. Diffondiamo questa inattesa notizia che ci coglie impreparati: Gianmario era un fuoco vivo dentro e lo accendeva intorno con la sua partecipazione appassionata e attenta, non è possibile per noi pensarlo in altro modo. Chi volesse lasciare uno scritto, un pensiero, qualcosa su di lui come testimonianza sarà nostra cura inoltrarlo alla moglie Marina o potrà  farlo anche in facebook nella pagina delle edizioni CFR https://www.facebook.com/cfr.edizioni?fref=ts.

I funerali si svolgeranno a Piateda (SO) giovedì 30 ottobre alle ore 14,30.

Questa è l’ultima lettera che Gianmario ci ha scritto dopo aver letto la lettera che Reyahneh Jabbari, impiccata per aver ucciso il suo stupratore, ha scritto a sua madre Sholeh.

E’ una testimonianza altissima di etica, una capitale lezione per noi colti e “democratici”. Ho pianto come un vitello leggendola e mentre scrivo ho uno spasimo in gola che mi fa male, perché la voce è impotente e la parola non riesce a dire. Uccidere donne (una ragazza poi: appena 19 anni!) dal cuore così grande non è una scusabile “ignoranza”, è malafede crudele e sadica, è vigliaccheria di un potere sadico e corrotto, ben conscio di esserlo. Il solo sentimento che mi rimane è la collera, nera. Ora vedo i “loro volti”, dei viziati e corrotti dal potere, lo vedo meglio di prima.

Spero che per voi sia una collera ancora più forte, ve lo auguro. Gianmario

Tutti noi di CARTESENSIBILI abbiamo ancora vivissime le sue parole nel cuore.

 

gianmario lucini

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Da Sapienziali– Gianmario Lucini

Io sono la Sapienza e abito nel vuoto
fra l’abisso e l’abisso, sono scintilla
che graffia l’orizzonte come stella
un lampo nelle notti dell’umano.
Ho aperto la porta, ho acceso il focolare
ho chiamato i miei figli a rinsavire
prima che ardesse l’astro di sventura
e si levasse il vento a urlare e sradicare;
ho pianto nella notte, ho la gola riarsa
ho il cuore pesante,
oggi per sempre ho richiuso i battenti;
cessate dunque di bussare alla mia porta:
resterà sempre chiusa, soglia muta
– come l’arida tecnica o la scienza
che si esalta per una formula nuova,
cerca la gioia ma sparge dolore –.

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Io sono la Sapienza e non ho corpo, non ho voce;
non sono la parola che straripa dal suo tempo
non sono il silenzio che contiene ogni parola
sono l’orecchio che sente
vibrare nell’abisso altri mondi.
Ho gli occhi chiusi, il vuoto li rapisce
dove ogni meta è confusa con l’origine.

Il sale spezza le labbra ai miei sorrisi.

Io sono il grande invito nel diniego
– la libertà è la grande meretrice
che si dissipa in cacce spensierate
a briglia sciolta giù per le colline

in un vagare per vagare, senza fine -.

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constantin brancusi - Supliciu

Marco Scalabrino- Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini

constantin brancusi

constantin brancusi - Supliciu

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Mercoledì 18 dicembre 2013, alle ore 17.30

presso la Sala Torre Arsa della Biblioteca Fardelliana
saranno presentati
Saggi di poesia dialettale siciliana voll. 1 e 2

PARLEREMO DELL’ARTE CHE E’ PIU’ BUONA DEGLI UOMINI

di Marco Scalabrino

con prefazione di Pietro Civitareale
CFR Edizioni – Piateda (SO) 2013

Introdurrà

Margherita Giacalone -Direttore della Biblioteca Fardelliana

Interverranno
Giuseppe Alletto Pittore- autore dell’immagine di copertina

Gianmario Lucini- Editore

Marco Scalabrino

Relazionerà- Vincenzo Vitale, già Docente di Lettere Classiche

Letture a cura di

Alberto Noto e Maria Pia Virgilio

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Marco Scalabrino, Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini Vol.I, Vol.II- CFR Edizioni

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Per informazioni:
Biblioteca Fardelliana, Largo San Giacomo- Trapani
tel. 092321506

CUORE DI PREDA in CASA D’ANNUNZIO – Loredana Magazzeni

natalia kovalyova

Natalia Kovalyova.

DOMENICA 10 novembre 2013

ORE 17  CASA D’ANNUNZIO – PESCARA
Corso Gabriele Manthonè- 116

Presentazione del libro CUORE DI PREDA

Poesie contro la violenza alle donne, a cura di Loredana Magazzeni, CFR edizioni.

INTERVENGONO LOREDANA MAGAZZENI INSIEME AD ALCUNE POETE PRESENTI NELL’ANTOLOGIA.
COORDINA MARISTELLA LIPPOLIS

 

 

Si intitola Cuore di preda. Poesie contro la violenza alle donne l’antologia poetica curata da Loredana Magazzeni e appena pubblicata per le edizioni CFR. Il volume, che raccoglie testi poetici firmati da numerose ed eccellenti poete contemporanee, è corredato dalle opere visive di Fabiola Ledda. Si tratta di un progetto articolato, corale e partecipato che necessita una lettura paziente. Quando Loredana Magazzeni ha proposto alle donne con le quali è in relazione da tempo di misurarsi con il tema della violenza, la risposta è stata sorprendente. Così, dal proposito iniziale (che era quello di comporre un quaderno comprendente pochi testi e immagini) in breve tempo le adesioni all’invito di Loredana si sono moltiplicate assumendo la forma di un’ampia espressione di voci confluite poi nel volume. Che le poete prendano parola pubblica collettiva contro la violenza alle donne è un fatto che andrebbe osservato e sostenuto, sia per la bellezza delle parole che vanno intrecciandosi saldamente sia per le immagini potenti che Fabiola Ledda ha deciso di affidare.

«Queste poesie sono il primo passo per dare voce simbolica all’indicibile» – scrive efficacemente la curatrice nell’introduzione. Queste poesie trovano in effetti le parole per dire molte cose, dicono anzitutto la stoffa di quell’indicibile, ne diventano nutrimento irrinunciabile; si prendono cura e, sistemato il rimosso della colpa, ricompongono il senso dell’interrogazione poetica; dicono pure che la violenza alle donne non appartiene a degli episodi isolati ma ad una narrazione consumata lentamente che – troppo spesso – porta fin dal principio il segno dell’ineluttabilità.

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animated gif mare

Saragei Antonini- Egregio Signor Tanto secondo G. Iorio e G. Lucini

animated gif mare.
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Il mare è anche metafora del moto perpetuo delle onde che riportano gli oggetti alla deriva. Come una vecchia sedia, ritrovata per strada, sul marciapiede e che chiede di tornare a casa. Una sedia “instabile come un umore / non in grado di reggere una schiena”. Ma una sedia necessaria, per fermare le nuvole e i sogni sulla carta.
I pensieri devono a volte diventare di legno “per superare l’inverno”, la sedia torna a casa a fatica, sale le scale “come una santa / l’ho pulita / le ho avvitato ossa alle ossa / e l’ho messa nell’angolo più balbuziente (…).” Dietro a una finestra troviamo ad aspettare anche il tavolo, il foglio e le parole che tentano di dare forma al vuoto (e per questo balbuzienti).
Nella casa del vento il mondo si salva proprio nell’attimo in cui il buio minaccia di inghiottirlo. Dietro alle tende si nasconde un occhio capace di scorgere legami inaspettati fra le cose, e fra esse e l’uomo. Perché scrivere è: “Una notte ad occhi aperti”, parlare con “tutte le luci possibili / anche solo quelle fuori / / la lingua dei lampioni / il vocabolario breve di una lampada.”
Scrivere è una notte che illumina il mondo. Queste poesie “sanno aprire la mancanza / come una noce”. Sanno “stare in una mano” per essere “sgusciate con cura”. Sanno essere leggere mentre tutto tende a diventare pesante, di pietra.

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Giovanna Iorio

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C’è qualcosa di misterioso nella parlata siciliana, nell’eloquio, non nella lingua in sé e dunque anche quando un autore o un’autrice siciliani (non tutti, ma molti) scrive in lingua, come in questo caso. C’è una intelligenza delle cose, una sapienzialità innata che radica l’uomo alla natura, ai paesaggi, alle forme, c’è una diretta corrispondenza, significata da lampi di allusioni, fra modo di dire e modo di essere, fra realtà e verità. Un lampo, appunto, che apre scenari che subito svaniscono, che crea percorsi sinaptici che possono essere rafforzati e resi sicuri dalla continua frequentazione della lingua popolare ma anche dei classici, a cominciare dal Verga che, al di là  del genere letterario, del contesto, della diversissima poetica e quant’altro, qui in qualche modo fa capolino, proprio in questa parlata e nella sua intelligenza poetica. Ma forse a Catania tutti  parlano così: non  saprei. Sta il fatto che questo eloquio smuove corde profonde ed è capace di unire la concretezza quasi ruvida dell’esperire quotidiano con l’allusione al sentire che trascende e cerca la dimensione del senso.
Questa è la piacevolezza di questa lettura, la “sicilianità” concreta e incantata dei versi di Saragei Antonini che, raccolta dopo raccolta, sta rivelando una solida e delicata poetica.

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Gianmario Lucini
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animated gif  città
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Da Egregio signor Tanto di Saragei Antonini

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Il vento di settembre

è vento di Inoltre –

non distingue i pensieri dalle foglie

la pioggia dai capelli bianchi –

primo fiato d’autunno

seconda vertebra del magro che si prepara

non ha chiaro nulla

nemmeno tutte le dita –

palpebre cucite:

con il peso di un nano

copre il cielo –

con la larghezza del sano

cresce a freddo.

*

Ho trovato per strada

la sedia su cui siedo –

l’ho trovata

un mattino d’inverno

sul marciapiede –

vuota come una casa

instabile come un umore

non in grado di reggere una schiena –

ho fatto subito pensieri di legno

quelli che si fanno per superare l’inverno –

così l’ho portata a casa

l’ho salita per le scale come una santa

l’ho pulita

le ho avvitato ossa alle ossa

e l’ho messa nell’angolo più balbuziente –

da allora

stiamo vicine

alla luce più incerta

davanti al tavolo più pesante

e la mia schiena è diventata credente.

*

Mancanza

ti sei fatta grande –

quasi non ti riconosco –

le somigli dagli occhi

da come apri e chiudi le finestre –

ti piace guardare fuori

ti piace pensare che in una mano

ce n’è un’altra –

ti sei fatta una stanza

né piccola

né buia –

poche cose

e tutte fai parlare –

a tutte leggi il futuro

e fai una bella copia del passato –

il tuo orecchio rimane un cassetto

di un vecchio tavolo

bianco come le sue sorelle pareti –

sappiamo entrambe che non uscirà mai

da questa casa

che il sole glielo racconti tu

e che la notte la vuole dolce

con il miele di una lampada accesa –

un cucchiaino di presente.

*

Egregio Signor Tanto,

sono lieta di sapere, dalla sua lettera di anni, che ha trovato finalmente, una stanza al buio tutta per sé –

in pieno centro, da quel che mi scrive –

immagino così possa proseguire i suoi studi sul canto – interrogarsi, quando il sole è alto, sul disincanto –

al riguardo non posso più esserle d’aiuto – le nostre conversazioni hanno dentellato le nostre direzioni

e oggi siamo in possesso di chiavi che aprono a voci che non si aspettano –

le auguro di sapere quando cominciare e di non ritrovarsi nel poco – ne hanno sempre sofferto le sue mani –

e spero di rincuorarla dicendole che alle ossa non ha nessuna malattia –

e nemmeno agli occhi –

mi chiede se è in grado secondo me di prendere e dare –

ne è in grado – ma le invio il referto dell’udito –

pare lo abbia del tutto perso e, suppongono, per un amore pochissimo – al punto che tutt’oggi è impossibile

cercarglielo dentro –

non esiste nemmeno una cura al riguardo – non la reggerebbe –

escludono anche una trasfusione di senso –

al momento non esiste abbastanza sangue solo per lei –

dunque,

prego perché resti così com’è e se ne faccia tanto una casa –

un mondo – un’abbondanza nella biblioteca di Dio.

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Saragei Antonini, Egregio signor Tanto – CFR Edizioni

prefazione di Giovanna Iorio

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RIFERIMENTO IN RETE:

http://setteanelli.blogspot.it/

Gianmario Lucini: poesia come evangelium- Sebastiano Aglieco

Jaume Plensa
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Plensa 058
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La poesia contemporanea è ancora intrisa di presagi, e cioè del peso della sua storia testamentaria. Oserei dire del peso della sua prigionia. Provare a scrivere, oggi, vuol dire dunque fare i conti con la tradizione e, tradendola, consegnarla alle generazioni future.

In questo caso Gianmario Lucini fa i conti col libro dei libri, e in particolare col tema dei precetti e dell’indignazione, legati a una traduzione nella practica di una qualche forma di salvezza.

Il libro quindi, si confronta con l’aspetto di didachè della parola, potremmo dire parola di Dio o parola della poesia non importa: perchè nel primo caso la parola si confá alla realizzazione del progetto della Legge, del suo svelamento nella storia della Comunità –  quella che poi sará chiamata Ecclesia – ; nel secondo caso, ed è l’intento di poeti come Lucini, la parola poetica rinuncia al responso della sibilla per entrare nel teatro, cioè il luogo, ancora una volta comunitario, di un’Assemblea che si ri/conosce, questa volta,  nella parola derivata dal gesto, dal dramma di  una medesima storia condivisa.

Ecco allora assistere a un dialogo con i grandi temi della civiltà occidentale e che la Bibbia riassume e ci consegna, per esempio nei salmi: inni, lamentazioni collettive ed individuali,  ringraziamento, pellegrinaggio, sapienza, preghiera, profezia.

Ma anche con gli stili: la prosodia dei salmi, appunto, (psalmòi, parola accompagnata dal canto, quindi metricalmente strutturata);  le parole di colei che anima il discorso, (la forma monologante e sostanzialmente polemica dell’Ecclesiaste); il melos del Cantico dei cantici: canto di ricongiunzione, attraverso la sensualitá, tra il divino e l’umano: temi giunti fino a noi attraverso la mediazione del nuovo testamento –  mai si sottolineeranno abbastanza gli aspetti ebraici connessi al Gesú di Matteo, e cioè quel grande fenomeno delle citazioni testamentarie presenti negli evangeli  che traghettano  i grandi temi del vecchio testamento nella storia del cristianesimo, e quindi della nostra, attraverso, sopratutto, il ruolo delle profezie e la sapientia della Legge – .

Lucini sa cogliere, quindi, sia la complessità dei temi, sia il modus; si potrebbe dire che, la pratica delle citazioni e delle fagocitazioni stilistiche da lui messa sapientemente in atto, autorizzi a considerare questi testi come απόκρυφος (apocrifo), grande variazione intorno alla verità, evangeliun esso stesso, della realizzazione del senso nuovo della parola poetica nel mondo.

Che si tratti di un progetto di rinnovamento, Lucini lo dichiara apertamente attaccando subito con le parole del salmo 97, “Troveremo un canto nuovo”, eco dei momenti epocali di passaggio in cui la Storia esce dal suo stato di opacità per rivelarsi come Progetto.

Lucini sembra aver riflettuto profondamente anche su un’altra questione, forse la piú importante: e cioé la presenza, giá nella Bibbia, di un titanismo/eroismo umano saldamente radicato a un’idea di resistenza –  mi sono chiesto assai spesso quali siano i debiti che una figura come Prometeo debba per esempio, al Giobbe, o all’Ecclesiaste –  .

Questi progetti di resistenza, in primo luogo verso una deitá che si nasconde dietro il suo stesso nome impronunciabile, e quindi dietro il suo vuoto,  sono possibili solo in quanto l’uomo moderno Lucini riconosce nel dolore il mezzo in grado di  alimentare la parola dell’intento di una nuova resistenza:

“Abbiamo bisogno di sangue nuovo /perché l’era è finita coi suoi idoli stanchi;/non hanno più i sogni fondamento,/il sonno non porta che incubi e tremori/- e soltanto sognando sogni veri/faremo rifiorire la bellezza -.”

E’, insomma, la cifra della sopraffazione la vera musa di questa poesia: il capire che la modernità non è un concetto sincronico. All’idea di una modernità come salvezza, o di un tempo unico, irripetibile, in cui si realizza la parusia cristologica, possono ribattere le parole antiche  di Geremia, quando ci ricorda che  la guerra, dentro e fuori le nostre case, è un evento della Storia intera.

« Si son consunti per le lacrime i miei occhi, le mie viscere sono sconvolte; si riversa per terra la mia bile per la rovina della figlia del mio popolo; mentre vien meno il bambino e il lattante nelle piazze della città. »

(Lam 2,11)

Parole a cui risponde Lucini:

“Che farai, Geremia contro tanta lascivia dei sensi, che farai/contro eserciti di automi e generali decerebrati/che non sanno distinguere il desiderio dalla legge?/Te ne andrai sospinto dal vento dell’Essere che scalpita/e il suo posto rivendica al centro di tutte le cose?/Te ne andrai col vessillo alto della bellezza/per farti massacrare dalle macchine del fango?”

Tutto il libro è costruito secondo un dialogo incessante tra le grandi domande poste dagli antichi testi e il tentativo di riportarle al senso di una perdita e di una ricongiunzione nel moderno. Questo è possibile perchè Lucini individua il senso profondo della propria realizzazione nell’intimità della scoperta del nostro ruolo nel mondo, nella Storia. “Ma tu non puoi tacere se questo è il tuo destino”. Il dolore diventa così un’arma di conoscenza, il limite che oppone resistenza e sopraffazione: “Voglio soffrire per quello che è andato senza un saluto/per ciò che oggi per sempre è finito.”

 Sebastiano Aglieco

Proverbi

 

Allora mi chiameranno, ma non risponderò

mi cercheranno, ma non mi troveranno.

Pv. 1, 28

Io sono la Sapienza, stanzio nel vuoto

fra abisso e abisso brillo, scintilla

che graffia l’orizzonte come stella

o baleno nelle notti dell’umano.

Era aperta la mia porta, acceso il focolare.

A lungo chiamai i miei figli a rinsavire

prima che ardesse l’astro di sventura

e si levasse il vento a urlare e sradicare.

Ho pianto nella notte, la gola ho riarsa,

il cuore pesante, gravato dalla pena.

Oggi per sempre ho richiuso i battenti

– cessino dunque di bussare alla mia porta:

resterà sempre chiusa a proteggere il mio nome –.

Si esaltano per la tecnica e la scienza

con arroganza violentano il creato,

cercano gioia ma spargono dolore.

Io sono la Sapienza, non ho corpo, non ho voce;

sono parola che straripa dal suo tempo,

sono l’orecchio che ascolta

vibrare altri mondi nell’abisso

ho gli occhi chiusi, il vuoto li rapisce

dove ogni meta è confusa con l’origine.

Il sale spezza le labbra ai miei sorrisi.

[…]

Preparati al mio arrivo, raduna gli eruditi

tutti i legulei e gli scienziati e i giudici,

ti chiederò: che ne hai fatto del mio tempio?

dov’è la bellezza dell’alba nel tuo occhio?

Ecco, gli orrori che chiami progresso,

non vedo che rapine e le chiami giustizia,

vedo biblioteche immense di codici e saperi,

ma tutto il sapere non lenisce il tuo dolore.

Il tuo sapere non dà il pane all’affamato

ma riempie d’oro i forzieri dei potenti

distrugge le case dei poveri

costruisce le fortezze dei tiranni.

La tua scienza crea forme indistruttibili

e aria e acqua empie di sozzure.

Hai imparato a creare ma non sai distruggere

hai imparato a distruggere ma non sai creare.

Dovunque tu arrivi fugge l’innocenza

dovunque cammini i popoli periscono.

Dove trovi tutto ciò nel Grande Libro?

Qual è la sapienza di cui sei tanto fiero?

Io sono la Sapienza e non sono mercimonio:

quello che è stato e che non può tornare

quello che viene e che non può tardare.

*

da Mottetti per l’Essere

Hai inteso i cani nella notte?

Sono qui per Te,

a gran voce chiamano il tuo Nome,

leccano il sangue che goccia dalla croce

e gridano, gridano: «Dio c’è

e chiede vendetta».

Noi non sappiamo cosa fare,

noi non sappiamo dove andare:

è una ferita aperta, la mente, un clangore.

Dicono che il male abbia barba e baffi

dicono che porti il turbante o il saio,

dicono che il cielo reggerà all’invasione

resisterà la volta allo stridore dei traccianti;

dicono che poi avremo pace

e fiori nei nostri giardini,

un altro cielo per scenari d’agonia,

dopo l’incendio di Gomorra.

Ma Tu, morente, non parli.

*

Chi mai Ti ascolta? Chi mai

si prende cura del tuo passo affaticato?

Ti ho visto tremare di freddo e di paura

prima che il mare Ti carpisse per sempre.

Sei ora fra l’alghe d’un fondale

o sei silenzioso nel deserto

puntato dal fiuto di segugi?

Oppure hai avvolto per sempre

il tuo capo nel mantello

nell’attesa del pugnale?

Il tuo tormento è il mio tormento:

quello che un tempo dicesti

ci è stato cambiato per trenta denari,

piegato ad ogni volere

per soli trenta denari.

 Gianmario Lucini,   Sapienziali  (2002 – 2012) – Edizioni CFR 2013

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Riferimenti in rete:

https://cartesensibili.wordpress.com/2010/07/13/a-m-farabbi-trasmissioni-dal-faro-n-10-sapienziali-g-lucini/

http://www.edizionicfr.it/Libri_2013/02_Sapienziali2/sapienziali2.htm

http://it.paperblog.com/gianmario-lucini-poesia-come-evangelium-1613651/

Alessandro Assiri, In tempi ormai vicini- Lettura critica di Narda Fattori

davide benati
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davide benati1

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Alessandro Assiri, poeta noto e “scafato”  nel senso di “avvertito, che ben conosce la poesia contemporanea oltre a quella letteraria, critico ed edotto di come funzioni la macchina del successo letterario”, si presenta con un libro dal titolo ambiguo: i tempi possono essere vicini perché prossimi a venire e perché appena scorsi, tanto che ancora ne recuperiamo oggetti, memorie, scaglie usurate d’eventi,  frammenti d’identità, pulsioni , evocazioni, consapevolezze dure come piccole pietre.

Le liriche del libro, suddivise in quattro sezioni dai titoli suggestivi, danno ragione dello sguardo strabico  del poeta che coglie frammenti di un passato prossimo per rivisitare il presente e compiere anche l’azione contraria, dal presente al passato. In questa continua operazione transitoria l’io lirico è pressoché assente: spia dietro le scelte dello sguardo e si ritaglia il compito del lessico e del metro.

C’è un’ironia amara che pervade l’intero libro, anche le frasi fatte, il raccogliticcio verbale,  sono uno strumento affilato di penetrazione dentro una realtà attuale che non si ama, così come non si è saputa amare con  dura consistenza quella della gioventù che travestiva i giorni con un eskimo di sogni.

Nessun rimpianto, però, macchia questi rimasugli, né essi sono utilizzati a pretesto per rimpianti o per acrimonie; anche se non è ben chiaro perché il tempo abbia spinto in una direzione variata e contraria, la nuova realtà ci colpisce  su cicatrici ormai chiuse e il dolore è ottuso dagli antidolorifici.

Ciò che si è perduto non può tornare, può essere rimpiazzato ma l’intervento mostra ancora più chiaramente la il logos e il topos del dolore: “ (…..) Rifatto fino al nome assolvi la vita che hai perduto/ un po’ da militante e un po’ da dissociato/ prima sedicente poi compagno che ha sbagliato.”.

Questa ironia, riscontrabile un po’ in tutte le poesie, ora leggera ora pungente, riverbera sull’autore stesso al quale resta come un’arma un po’ spuntata per dire di sé nei tempi , e il suo sé corrisponde a quello di tanti suoi coetanei.

Assiri poeta non ama stupire né recriminare: appartiene alla quota scarsa delle persone che non si chiamano fuori dal gioco o che colpevolizzano sempre gli altri, il caso, ecc.., per i fallimenti personali e collettivi; la sua denuncia è una autodenuncia e , soprattutto, non ha carte a discolpa né le chiede.

La sua poesia è dimessa, colloquiale, a volte brevissima riuscendo però a sfuggire all’aforisma e alla sapienzialità: “ Sul muretto coi brufoli a parlare fino a tardi/ dell’omino coi baffi con sto nome da birra e sta faccia da schiaffi.”

Chi ha gli anta alle spalle ha vissuto una scena come questa e non saprebbe descriverla meglio: poche parole essenziali, precise, scavate nei meandri della memoria.

Qualcuno potrebbe obiettare che così operando la poesia non ci porta a nessun passo in avanti. Ma quando mai è successo?

La poesia- azione appartiene alle sue origini, alla sua pratica impellente, da gulag o da frontiera; ci resta una poesia che contiene, quando ci riesce, l’esubero del sentimentalismo , e i materiali di costruzione dell’identità.

Può dirci dei mali e dei tempi a suo rischio e pericolo: a rischio  dell’invettiva o di procreare un ibrido fra un io travolto dal presente e smarrito fra sirene e miraggi contemporanei.

La lucidità di Assiri è preziosa perché non ambisce stupire, né commuovere, neppure farci troppo riflettere:  i suoi versi ci fanno ritrovare un amico con il quale conversare  sorridendo con un po’ di amarezza per i nostri fallimenti. E questi anni duemila ci hanno spogliato di ogni ideale e , se la colla è rimasta, come afferma Alessandro, non c’è più nulla da appendere.

Narda Fattori

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Alessandro Assiri, In tempi ormai vicini, CFR edizioni

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http://www.edizionicfr.it/Libri_2013/06_Assiri/Assiri.htm

Le volpi in giardino di Stefano Guglielmin

anton jaguarov

volpe rossa

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Libro intenso, profondamente pensato, concentrato, dalla scrittura poetica di alto livello e dalle tematiche di profondità e di spessore uniche per coraggio e per lucidità.
Guglielmin dà l’impressione di un poeta che ha rotto ogni ponte alle spalle e non si preoccupa del mare di polemiche che la sua poetica rischia di innescare, ha imboccato la via dell’intransigenza filosofica e dell’intransigenza poetica, Continua a leggere

Le Scintille di un CreAttivo – Stefano Elefanti

gianni de conno – viaggio

Gianni De Conno-Viaggio

.Donato Di Poce non smette mai di stupire e così, dopo Poesismi e Guardare non è vedere, sempre nel corso di questo produttivo 2012, scoppiettano fuori dalla sua fucina artistica anche Scintille di CreAttività: una raccolta di pensieri, frammenti e aforismi, aventi come argomento principale proprio la CreAttività. Che cosa significhi questa parola, Continua a leggere

Lucetta Frisa è: una emozione d’aria che mi vibra in corpo e …- Presentazione di Fernanda Ferraresso. Lettura critica di Anna Maria Farabbi

Bruno Walpoth

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Volevo, all’inizio, pubblicare la sua email di risposta al mio invito a spedirci dei testi per il blog. Dentro quella sua lettera c’è il moto delle onde e la bonaccia del vento quando la parola scivola come una barca che ti porta là dove vuoi essere. Lucetta mi inviava i suoi versi con una prodigalità quale solo il mare o il vento donano trasportando a riva e dentro di noi profumi lontani,venuti da terre che, come in quelle interiori di Lucetta Frisa, hanno una vibrazione, un corpo che mette in risonanza anche il nostro, in ascolto.
Regale, non solo regalo, è l’offerta gratuita e ampia dei versi inediti, pochi lo fanno, pochissimi, ed è invece in quelli che trovo la più prodiga  offerta di sé, di quelle terre ancora vaganti, inquiete, che circolano nelle basse maree dell’attesa e hanno però l’intenso profumo del lavoro appena svolto, c’è un corpo esposto e tutto il suo epistolario d’amore e furia in cui la vita si fa mondo. E aggiunge nella chiusura della lettera: Continua a leggere

A proposito di critica- F. Ferraresso a proposito di Donato Di Poce- L’avanguardia dopo l’avanguardia, anche

salvador dalì

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Leggere un libro è percorrere mondi, è aprire muri,  farsi giganti, pronunciare parole come perle. Leggere un libro che presenta l’arte è la cosa più complessa che esista, perché l’arte non parla una sola lingua e di ogni erba non fa un solo fascio ma una moltiplicazione di fili in segni e l’assenza dei segni, produce ombre da molteplici posizioni di stazione in cui la luce non è costante ma varia da attimo ad attimo e curva lungo la sfera dell’istante, è un rubino che ruba la voce del tempo. Continua a leggere

Fiammetta Giugni – Carmina flammulae

Christophe Vacher

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Abramo Levi, uomo di sterminata cultura e di sottilissimo argomentare, vedeva giusto e lontano quando scriveva che la poesia di Fiammetta Giugni “potrebbe essere rappresentata da quel filo a piombo con il suo peso finalistico verticale che incrocia con il filo a piombo orizzontale dello sguardo”. Abramo, con questa bella immagine ricavata osservando il lavoro dei muratori, alludeva nello stesso tempo, alla precisione linguistica (e anche alla concisione) di questa scrittura e, nel contempo, alla sua potenza evocativa, la sua profondità. Continua a leggere

Gianmario Lucini: Monologo del dittatore e A futura memoria

 alex andreev

Come non dare visibilità a questi testi che aprono lo sguardo, non la porta di casa o la mente soltanto, perché tutto il loro dire segna e segue col dito puntato come una baionetta e una lancia ciò che sembra sparire dietro ogni parola pronunciata a vanvera in questo ennesimo show di falsi e corrotti potenti. Mala-vita quella dei perdenti, degli invisibili , dei moderni schiavi, schiavizzati e schiavizzabili, che non hanno voce né forza né parola più per dire la loro collera, la loro insostenibile disgrazia, l’hanno strappata direttamente dai cancelli del pensiero. Si dovrebbe fare a cambio, come in quel film Continua a leggere