LA MADRE

Francoise de Felice

 

INTERVENTI INVIATI DALLE LETTRICI

“Non riesco a sentire”

una cara amica poeta che non desidera firmarsi, mi manda queste sue poesie, in cui c’é molto dolore. La ringrazio.

non riesco a sentire
il tuo grido – mamma-

io ti strappavo
le viscere e tu
mi partorivi
in silenzio.

del tuo silenzio
io posso morire.

tu, mio amore e
mia morte buia
cavernosa umida
silenziosa.

Ho attraversato le acque
per raggiungere la luce

e qualcuno ha spezzato
quel cordone,

ma l’odore caldo del sangue
tra le coscie
pulsa nel mio corpo.

io – viva –
ti urlo ancora
PARLA.

Di quel tuo sguardo implorante
i miei incubi notturni
mi hanno distolta dalla luce,
in te e con te
volevo ritornare
per riprovare a vivere
nel farti ri-vivere.

Dentro le mie viscere
nere e rosse
ho concepito i miei figli,

nell’antico battito d’ali
ho ascoltato il fermento
di un raggio di sole.

Ho zittito il magma violento
cullando al suono di
dolci ninna nanne
il terrore di quel silenzio
di morte.

via, lontano dal mondo,
io, lupa selvatica,
volevo partorire in riva al mare
e dare mio figlio alla luna.
ululando la mia gioia

e riposare quieti
nel mormorìo delle onde.

Nel mio grido il terrore
dell’inutile separazione

io, tua figlia, sempre
ritornavo a te.

Guarda come l’onda
abbraccia la spiaggia

– della mia fiduciosa dipendenza,
perché avevi terrore? –

Quella mia dipendenza, rifiutata,
si tramutava
in follia

e , cieca per il dolore,
vagavo con l’orrenda ferita
del tradimento e dell’abbandono.

Di donna in donna
ho cercato la cura
cacciata ancor prima di poter
nominare il mio
tormentato bisogno,

era di te che avevo bisogno
e tu di me
nell’intimità di un’autentica
Alleanza.

Il tuo silenzio, frutto di una cultura
patriarcale, io bambina, come
un cavaliere errante
ho protetto con il sacro scudo
del mio segreto amore
e ho difeso con la spada infuocata
della Ribellione,

andavo per il mondo rifiutando
ogni uomo
eppure ardente d’amore,
lo sguardo perduto.

In questa dolorosa e crudele
ambivalenza,
il mio essere dilaniato
da una scelta che pareva
obbligata,

svuotata di ogni materna sapienza,
anch’io divenni silenziosa
e nel grembo inaccessibile e sordo
ho sepolto
il mio desiderio.

Come trasformare
quell’eterno conflitto
di progenie al femminile
in possibili armonie
tra me, figlia, e madre di mia
figlia?

L’antico legame
raggrumato nei nodi aridi
del silenzio imposto
dal potere sessuato
si è disciolto
nelle profondità più intime
del proprio Desiderio
– consapevolezza e istinto –
odori e sapori ancestrali
di un sapere ri-conosciuto
e per ciò stesso
amato.

Io vecchia lupa
corro attraverso la prateria e
mentre il vento accarezza
le mie profonde cicatrici,
gemo di tenerezza e
le mie scarne mammelle
s’inturgidiscono
– lì –
accanto a me
nella luce dirompente dell’alba,
schietta e senza vanità,
nata dal mio canto pieno
– viene mia figlia –
e io scavata dal suo fermento
la guardo :
nella sua Unicità,
è Regina di se stessa.

°°°°°°

a mia nonna
mia madre
mia sorella
°°

tra siepi di
rosmarino,
nel fondo profumo
di bosso
l’onda del mare
lambisce lieve
la mia anima

e vedo piccole mani
danzare
ricami gentili
su tele di lino

– era umiltà
o rassegnazione? –

La pace
che ora sento
racconta
la silenziosa forza
che da donna a donna,
sia pure con tutte
le mie ribellioni,
è filtrata.

È nel mio sangue
che scorre lento
è nel mio seno
che di latte ancora
è ricolmo.

Nelle dolci radici
materne
affondo

e un ricamo odoroso
io intesso.

**

Interventi A.R.

Primo intervento

Il toccante scritto di Vittoria Ravagli mi ha richiamato alla memoria un mio racconto sulla sofferenza di una madre, che propongo qui di seguito. A.R.

Un gennaio gelato: era andata al lavoro col pancione, dopo uno dei suoi soliti sonni agitati, pieni di sussulti, di paure, di fantasmi. Il medico aveva detto : “Non prima di meta’ febbraio “ ; e lei continuava i suoi ritmi di sempre, per non pensare, per sentirsi attiva, normale, forte; e si muoveva , anche se un po’ lentamente, con quei suoi maglioni larghissimi, con le sue gonne piene di balze, che cercavano di nascondere inutilmente il suo stato .
Non era un’ attesa felice, quella di Laura : aveva gia’ due maschietti, nati a poca distanza l’ uno dall’ altro; e di questo terzo nascituro ripeteva che lo avrebbe accettato unicamente se fosse stato una femmina. Allora non si facevano esami sul sesso dei bambini che venivano al mondo, al contrario di quanto accade oggi (fra breve anche il sesso dei figli diverra’ una scelta e si cancellera’ quella che per secoli e’ stata una attesa avvolta di mistero) .
Gennaio, il quindici. Finito il Natale, con la neve, come nelle cartoline d’auguri. Autobus, corriera: eccola la sua piccola scuola, con i bambini imbacuccati, in attesa della “ signora maestra“. Uno strano dolore, mentre sale le scale: impossibile, troppo presto. Entra in aula. Una fitta e un’ altra: pensa a disturbi intestinali, da’ la colpa alle castagne arrosto, mangiate la sera prima. Legge forte i “pensierini “ di una ragazzina, che parla del fratello con grande ironia, e cerca di nascondere il suo
malessere.
Oh Dio, ancora! Si sente improvvisamente bagnata. Si sono rotte le acque. Il medico l’aveva avvertita che il travaglio del terzo parto probabilmente sarebbe stato breve. Una bidella, chiamata in fretta , si dichiara impotente: “avverto subito il signor Preside”…
Bisogna correr via dall’ aula, subito : Laura si trascina lungo il corridoio fino al piccolo ambulatorio di fortuna, senza riscaldamento, dove c’e’ solo un lettino e un lavandino . Ora bisogna farlo nascere quest’ esserino , che si gira e scalcia, perche’ vuole uscire. Laura ricorda che la madre di Paolo, quel suo scolarino col ciuffo in primo banco, e’ infermiera: e prega la bidella, che la segue sempre piu’ angosciata, di chiamarla subito al cellulare. Marisa, la mamma di Paolo, una mamma bambina, arriva di corsa: non e’ proprio un’ ostetrica ma, avvertita dell’ imminente nascita, ha portato con se’ alcuni strumenti essenziali e un grande coraggio .
La scolaresca di Laura, non molto lontana da quello stanzino, e’ stranamente silenzios : i bimbi hanno capito e sono in attesa, col fiato sospeso.
Laura urla ora: si’, aveva seguito il corso pre-parto per il primogenito, ma adesso non ricorda piu’ la respirazione, ha fretta, vuole liberarsi da quelle morse di male, da quel peso non desiderato, concepito non si sa come, se per un amore fatto troppo in fretta , se per un calcolo delle ovulazioni sbagliato, se prima di dormire, stremata dalla fatica e un po’ inconsapevole .
Le urla sono interrotte da domande assillanti all’ improvvisata ostetrica: Laura e’ quasi certa che sta succedendo quello che nei passati otto mesi ha temuto. Il bambino uscira’ deforme , non meritero’ una creatura sana io, che non lo volevo, Dio mi punira’ per il mio egoismo. C’erano mille motivi che poteva addurre anche con se stessa per essere perdonata : il suo secondo bimbo aveva undici mesi, lei era ancora provata da quel parto, le sue condizioni economiche erano molto precarie, il padre era poco padre, ma quasi un altro figlio…

“e’ uscito un braccio? Ora anche una gamba? E’ intero? E’ vivo? Voglio morire con questo bambino! non lo voglio, non lo voglio! “. L’ infermiera, madre di Paolo, era calma e incoraggiante: sentiva la responsabilità di quel compito e poi quella era la maestra di suo figlio; aveva un po’ timore a comprimere il ventre, a riprenderla per quelle urla. E soprattutto a farle capire che quella creaturina era uscita girata e per espellere la testina ci voleva un immenso sforzo finale. Che arriva puntuale, estenuante, come se le avessero strappato un grande pezzo di carne sua. E ora, dopo l’ uscita della placenta, su cui s’ informa, quasi fosse piu’ importante del figlio (o figlia ?), urla che se è un maschio non vuole vederlo, che lo portino via…
Marisa tace: pulisce il bambino (si’, il bambino ), lo fa piangere, lo fa vivere. E poi, con l’aiuto della bidella, lo avvolge in una coperta di lana (ma forse e’ uno scialle bianco, lasciato li’ da qualcuno, fatto ai ferri in qualche ora vuota e non finito completamente), quanto mai provvidenziale in questo momento: ma il bambino senza nome (Laura non aveva mai parlato di questo col marito, proponendo solo nomi femminili: Silvia, Chiara, Bianca) ha freddo, forse anche perche’ nel grembo di sua madre non aveva mai sentito il caldo dell’amore, non aveva mai conosciute le carezze, non aveva mai ascoltato quei richiami, che le vere mamme fanno ai loro figli e di cui lei era stata prodiga solo con i primi due bambini.
Piange Laura, ma non per il sesso della sua creatura: piange per se’, per la disperazione di non saper godere di qualcosa di suo, uscito dal suo corpo: e piange per lui – ora sa che e’ un lui , “lo chiameremo Francesco” – a cui ha tolto, persino prima che nascesse, quello che qualsiasi essere umano ha diritto di avere .
“E’ bellissimo, maestra, lo guardi “, le dice Marisa, mettendoglielo in braccio quasi a forza; appena lei si e’ un po’ ripresa, ha aperto gli occhi, ha finito di piangere, ha chiesto di telefonare al marito .
Sa che deve vedere il piccolo, prima che lui arrivi: lui, Marco , non avrebbe capito mai il suo star male: e una volta ancora avrebbe pensato – magari senza dirglielo, ora – che lei non e’ una vera donna , che ama solo se stessa, che e’ proprio malata (glielo ripete sempre ).
Si’, e’ bello quell’esserino, tremante di freddo e ha bisogno del corpo di sua madre: e’ intero, e’ dolce e lei lo amerà. Intanto si copre con lui nello scialle – coperta: e i loro due pianti leggeri leggeri si confondono.

**

Secondo intervento

UN RISOTTO BUONO
“Sì , sono la mamma, la madre… E’ grave?”.
“No. Abbiamo fatto la lavanda gastrica. Sta meglio. E’ al primo piano, medicina d’urgenza, camera 18, letto 2”.

Sono le sei di mattina. Mi urla al cellulare d’andare subito all’ ospedale: “Fanno tante storie per lasciarmi uscire…devi venire con me a cercare la moto, non so dove l’ho messa stanotte…”.

Una nebbia impalpabile, i primi accenni di luce, una nervosa attesa dell’ autobus: per la strada qualche ragazza che porta il cane nel giardino addormentato, le serrande del grande magazzino che cigolano e s’aprono, per ricevere cassette e cassette di cibo. Mi copro inutilmente in uno scialle senza tempo.
L’ ospedale: bianco, falsamente accogliente, lo stesso complesso d’ edifici dove lui è nato. Non desiderato, aspettato con una riserva a cui volevo aderire ad ogni costo: lo tengo solo se è una bambina. Invece era Michele (non Michela), che non desideravo neppure vedere, quando fra le mie grida finalmente uscì, dopo che il ginecologo mi aveva dilatata manualmente, perché io proprio non volevo saperne di partorire.
Era stato un parto laborioso, con me che urlavo impazzita che “la bimba” veniva fuori a pezzi, con l’ostetrica che inutilmente mi ripeteva di rilassarmi, di respirare , di spingere, mentre io, tra doglie atroci, pensavo agli altri due bambini a casa, ai miei concorsi ancora rimandati, a mio marito che mi disapprovava con aria severa, e a me, che mi ero tutta sformata e che certo sarei rimasta grassa ed indesiderabile.
Mi guardava con occhi scandalizzati l’ ostetrica, che ripeteva che la mia era una creatura bellissima: ed evocava nascite di bambini malformati, quelli sì che era terribile guardarli…

E’ sbucato il mattino: con la prepotenza e il colore d’un sole d’aprile.
Lui ha un’aria torva, smarrita: occhi persi, come gli ho visti tante volte: non è solo alcool, ma certamente anche la solita bianca sostanza. Mi saluta appena, mi conduce per le strade a caso, senz’alcun ricordo.
La vita sta riprendendo, i ragazzi con gli zaini camminano veloci verso la scuola, uomini e donne svicolano sugli scooter, in mezzo al traffico caotico delle macchine. Al lavoro, tutti al lavoro: per necessità, abitudine, dovere.
Lui no: ancora annebbiato dall’ alcool, frastornato da una notte insonne, umiliato dagli sguardi di compatimento dei passanti, e forse dai miei, che provo vergogna per mio figlio e non per me, mamma – non mamma…Eppure, dopo quarant’ anni, non riesco ancora a perdonarlo e a perdonarmi, non so concentrarmi davvero sulla solitudine e la paura in cui è cresciuto il piccolo Michele. Affidato alle dade, lasciato in una latteria, in attesa di esser “preso” da qualcuno che lo accompagnasse a casa, consegnato a “signorine” di scuole materne, di campi solari, di colonie, e sotto la tutela insofferente dei fratellini di poco più grandi.

“Non so la marca né la targa, né il colore, dimmeli, come faccio ad aiutarti?”. “Seguimi, e basta!”. Evito gli sguardi di chi mi conosce, in questa zona che per anni è stata la mia , la nostra. Michele, che dice di aver ricordi così negativi della sua infanzia, torna spesso qui: e si ferma nel baretto sotto al portico, dove i proprietari sono gli stessi che mi hanno visto col pancione di lui, e mi rivedono ora, anziana e un po’ curva, seguire questo figlio che ha perso la moto e forse la voglia di vivere.
L’ ha raccolto qui , mesi fa, il 118. Non era riuscito ad entrare nel bar e si era appoggiato e poi afflosciato contro una colonna. L’ avevano portato direttamente all’ospedale psichiatrico, perché farfugliava in modo sconnesso e delirante. Molto più tardi era riuscito a chiamarmi al cellulare, ingiungendomi d’ andare subito. Ed io , che avevo corso così poco per lui quando era piccolo, mi precipitai.
Entrai dopo uno sferragliare di chiavi ed un rapido sorriso di infermiere asettiche, e mi trovai presso un letto disfatto, su cui era steso lui, innocente come un bambino, inebetito dai farmaci, smarrito, spave
Ho scoperto che io, mamma – non mamma con i miei figli , sono capace di dare e di ricevere felicità con quest’ esserino, le cui domande talvolta m’imbarazzano, tanto mi sembrano frutto di riflessioni , che immaginavo estranee ai bambini . ntato.
Sullo sfondo lamenti, risate, parlottare confuso; e poi visi assenti, occhiate curiose, anime perse.
“Lei poteva pur essere una donna disperata, infelice : ma questo non doveva esimerla dal preparare ogni tanto un buon risotto a suo figlio, condito magari con qualche sorriso!”. Di tutte le parole che mi rivolse lo psichiatra, nella penombra del suo studio, con riproduzioni di Van Gogh alle pareti ed una libreria zeppa di psicologia, queste mi rimasero dolorosamente impresse. Sì, un buon risotto : le mamme – mamme fanno risotti e torte ai loro figli. Michele ora stava tanto male, perché non gli avevo fatto un buon risotto, pieno d’ amore materno ??
Eppure sarebbe stato facile : ma io correvo dietro ai miei sogni e alle mie paure…
“Dimissioni contro il parere dei medici”, anche allora. E di nuovo fuori da quel luogo di dolore, dove tutti sono gonfi, stanchi e senz’età, e ad ogni squillo di campanello s’ affaccia la speranza che qualcuno vada a liberarli.

Ed ecco la moto: a due passi dal bar, senz’ alcuna chiusura di sicurezza: un miracolo! E un miracolo ora il suo aspetto, che torna disteso e “normale”. Vi sale veloce e preme l’ acceleratore. Resto lì, col cuore gonfio d’ emozione, la testa piena di ricordi, il corpo inerte e dolorante…

Son passati tre anni e io faccio a tempo pieno la mamma a questo bimbo biondo biondo, con gli occhi che bucano, come quelli del papà Michele. Dolce, tenero, curioso, mi abbraccia e mi chiede altre favole e altre ancora. Non le ho mai raccontate ai miei bimbi, tutt’ al più ripetevo distrattamente “Pollicino”, “Cenerentola” e “Biancaneve”, sempre quelle, confondendo spesso nonne, mamme , lupi, fate e streghe . I bambini mi correggevano e percepivano certo la mia fretta, il mio scarso talento di narratrice.
Ora le invento le fiabe, che son popolate di bambini veri, dove non ci sono né orchi né maghi cattivi, né re né regine. Cerco di raccontare la vita com’è a questo mio piccolo Marco, che è venuto lui sì magicamente, a dare a noi tutti un senso di pace e ad alleggerire il peso che da tanto m’ affligge per l’ amore sbagliato, voluto a suo padre.
“Perché il mio papà non ti dà mai un bacio ?”, mi ha chiesto a suo modo. “Perché , quand’ era più piccolino di te , io non mi fermavo a dargliene; perché stavo poco con lui; perché non sapevo ancora le nostre favole”. “Perché facevi così ?”. “Perché allora ero una mamma – non mamma”.
Abbiamo inventato un nostro linguaggio, formato di poche parole che, a seconda dell’ ordine in cui sono poste, danno vita ad idee e ad immagini diverse . E parliamo con le formiche, con le farfalle, coi fiori, con gli alberi, con questa natura così ricca e felice che ci circonda, di cui non avevo mai colto i colori, gli odori, i respiri, i silenzi . Giochiamo, guardando le stelle, a giochi fantastici, legandole con fili immaginari e facendole scendere a terra sotto forma di ghirlande; e conversiamo con le nuvole, che si appoggiano ai nostri aquiloni colorati. Ci nascondiamo e ci ritroviamo, ci rincorriamo e ci raggiungiamo talora fino a sera, quando tornano Piera e Michele, assetati dei sorrisi e delle tenerezze del piccolo Marco, che aspetta la nonna il mattino seguente con una favola nuova..

Intervento Angela Greco

15 novembre
(scrivo oggi prima che l’inconsapevole giorno
scivoli sull’ineluttabile goccia degli eventi)

Oggi mi manchi
che scrivo ancora parole da regalarti
e custodire nella borsa tra rosarii di vetro
penne consumate e fiori di lavanda
oggi, in un tempo d’infanzia dismessa
eppure nuovamente bambina
dai grandi occhi neri e ciglia umide
tra queste mura d’instancabili farfalle
e ancora campane dlin dlin dlin di sand’Linn(*)
sul petto che allatta
lo stesso peso silenzioso
come la tua cicatrice
a dispetto della vita ieri fuggevole
e che oggi ride afferrando l’aria
tra il silenzio di un bacio rubato
mi mancano le tue mani semprebelle
capaci di ricucire fratello e sorella
ricamando ricordi dalle iniziali azzurre
e la tua voce di favole e memoria
filata al fuso di legno consumato
(che ancora conservo)
per farne maglioni per quest’inverno così vicino
ed anni in numero della Creazione
hanno oggi il loro gioioso epilogo
nel francese del tuo nome.

Oggi (anche il giorno del suo primo vaccino)
mi manchi ancora di più.

________________________________________
(*) “le campane del Santo Legno”,strofa di nenia franco-provenzale cantata a Faeto (FG), paese di mia mamma

**

Intervento di Letizia Dimartino

Dalla silloge "Resta Niente"

Per questo anello verde bosco
la tua mano freme
dita sottili uncinano il lenzuolo
adesso tengo una pietra
chiusa nel pugno punge la pelle
e così traspare la tua vita
mi accorgo solo oggi che dentro
ci sei tu che scorri
capelli neri, un'ombra rossa
il passo lungo, la gonna bianca
sulle gambe ombrose
il vento che ti viene contro.
Un giorno ci sedemmo, insieme.
Restano le mie parole
il tuo letto sgualcito. 

*

Di cosa ti accorgi
se ripeti il mio nome
stringi il lenzuolo
la dita sulle mie.
Avevi un collo di pelliccia una volta
un cappotto bianco
riempivi armadi, scarpe alte ai piedi
colori sul labbro
ora la notte è lunga
piangi alla carezza
entra il giorno,posa sul letto
un brivido nel caldo del mattino

il tuo respiro copre il silenzio della casa
sul pavimento solo i nostri passi.

*

Hai un velo, fragile tela che copre
"fuori il sole?" e già canti.
Questi muri che stringono
l'isola della vita ridotta
apri, invece, le labbra al cucchiaio.
Siamo libere. Siamo ancora due.
Lo scialle che accarezza
la macchia che tinge sul mento
il mare che conoscesti e
la città lontana.

Dietro conto i tuoi giorni
le foto strappate
le ore divise.

**

Intervento di Maria Laura Antonellini – e Maria Lasi – della “Società poetica, arte della Lingua materna” di Ravenna,

DONNE CHE TRAMANDONO

Chi sarete voi, domani?

Germogli di rigogliose piante
nell’abbraccio del sole
o immensi prati di fiori
da non calpestare,come dice lui?

Sono sicura che non sarete più
donne-oggetto, donne-natura
oppresse da schemi forzati
ma continuità di pensiero femminile

Oggi noi  siamo donne-orme
che tramandano i tempi al vostro tempo

Allegri lampi di luce
dati dallo Spirito ai nostri vissuti

Con lenti passi abbiamo sdipanato
matasse di sofferenza e di coraggio
annodato lotte e conquiste
per tessere dignità umana e valorizzare
il nostro esserci state, anche per voi

 Dai Cieli dei molti Mondi
seduta sulla mia nuvola
fra il respiro  cristallino del vento
beatamente annuserò le tracce
di nuovi pensieri, di nuove gesta
portati dalle vostre future voci

Maria Lasi, in collaborazione con la Società poetica

Ravenna,16 novembre 2011

**

Intervento Milena Nicolini

Quando, con la conoscenza delle scoperte di Marja Gimbutas prima e poi con le ricche informazioni dei convegni di Armonie di Bologna e del Gruppo Gimbutas di Sasso Marconi, ho incontrato la Grande Madre (non suggestione utopica, ma concreto terreno di ricerca, studio, speranza) ed ho smesso di essere orfana di dio, ho capito anche tante cose in più di mia madre, di ogni madre a dire il vero, di ogni donna per essere precisa: la grande, e non del tutto pensata capita indagata, capacità di generare, di creare, a partire dal proprio corpo (“a propria immagine e somiglianza”, sì), dopo averlo, questo corpo, aperto all’accoglienza dell’amore dell’altro, del compagno. E’ questo, credo, che rispettassero ed onorassero gli uomini e le donne del Neolitico, in villaggi spesso senza mura militari e dalle case non troppo diverse tra loro, perchè la differenza era quella naturale tra individui e non di caste sociali. Io, che non ho figli, tuttavia ho percepito in me questa forza potenziale della vita, mi ha illuminato, guidato, fino a ripercorrerla nel rapporto con mia madre. Vorrei partecipare a questo incontro proprio con versi che riguardano il ri-percorso di questo rapporto.
da “I tagli e le giunture”
Mater

nella totalità della tua acqua era
da dentro il centro quieto del turbine e
l’occhio della spirale prima del
vortice che distende spazi e prima
del margine nel tempo e prima del
diviso l’indistinta
comunione

nell’urto dondolante al mondo fuori
formavi lievi le ombre e vanescenti
senza tatto nell’onda che si sforma
ad ogni permanenza e solo torna
possibile nel gioco
del creare

nel doppiarmi sul tuo fiato per l’acqua
l’aria venivi ancora senza sorsi
di fuoco nel segno d’ ‘una-due’ appena
l’alterno battere del cuore come
nel farsi chicchi della mora resta
l’insieme

nel dividermi la tua carne e farmi
l’una, goccia dopo goccia, e farmi altra
da te terra, altra vertigine al vuoto
che sconfina per le stelle, tessevi
nel silenzio lunga traccia di un’eco
che portasse desiderio all’origine,
cieco alla direzione inversa ma
senso eppure e segno
se memoria di dio in te per l’amore

**

Intervento di Luisa Gastaldo

 a mia madre

quando mi fermo penso
alla tua frutta sciroppata
ancora nella dispensa
veleno dolce amore assoluto
di cui mi faccio imbuto
con l’amarena ingoio
come fosse un’ostia
il nocciolo duro del ricordo

**

Intervento Elina Miticocchio

Hai soffiato sul lume
il respiro si è fatto lento
il passo incerto come punta di penna
ora scricchiola sulla carta
Traccio un cerchio sulla scena
piombata nell’ombra
attorno emergono figure, campi, alberi e
in uno spicchio tra le case mia madre al pozzo.
Un attimo, non posso usare la voce.
E l’ombra avanza liquida e gli oggetti fanno rumore.
Ancora disegno contorni di fumo
basta il tuo respiro ad accendere il lume.

Elina 01/02/2009

**

Intervento Federica Trenti

Federica Trenti, Gruppo Gimbutas Sasso Marconi, Bologna.

Ho partecipato a Madre ed ho voluto leggere una mia piccola poesia, che poesia vera in realtà non è, ma un pensiero che a me sapeva di materno. L’ho condiviso, ma come sempre mi sono emozionata molto ed ho pianto, incapace di trattenermi, ormai esposta davanti al semi cerchio di donne a me in gran parte sconosciute. Le mie corde interiori sono prepotenti a volte, suonano lacrime e commozione, ribelli ad ogni costrizione. Continuo a dirmi che vorrei non piangere, ma non mi riesce mai. Sono fatta così, almeno per ora o forse per sempre. Nelle sensazioni “rotonde” è possibile, affidandosi, scoprirsi contenute e protette. Il pianto non è una sorgente che porta alla deriva, ma una possibilità, una voce che stupisce. A quell’incontro di ottobre del 2010 a me è successo di sentirmi spiazzata, forse perché volevo tenere una maschera, pur essendo lì per uno stare insieme cui era stato dato il nome di Madre; ho avuto ancora una volta la conferma che non ero stata ancora abbastanza figlia.
Lasciando depositare in me quell’esperienza, ho sentito che le lacrime prepotenti non mi avrebbero lasciata ma che, se volevo, potevo scegliere di impiegare le mie emozioni volgendole al sorriso. Paradossale? Forse. Ci sono dinamiche interiori che suonano le corde del pianto, altre che trasformano quelle note in una musica preziosa e penso che l’attenzione la si debba volgere più all’ascolto che alla comprensione. Perché una musica non è un punto d’arrivo ma evoluzione e scoperta, e nuove prove e nuove scoperte di sé, dell’altra, della propria madre, del proprio essere madre. Quindi non c’è nulla di statico o perenne. Credo di avere preso anche questa forza da Madre, questa idea o semplicemente invito: se ancora fatico ad accettare l’inarrestabile pianto, posso provare anche a scrivere note di leggerezza nutrite del mio sentire di femmina che guarda, che vive il suo tempo e la sua vita. Posso osservare e sentire scorci del mondo che mi circonda e provare a raccontarlo, posso vedere l’altra metà del cielo. È soltanto un punto di vista, ma è anche una voce e mi scopro stupita e grata dell’ascolto.

Ali chiuse, di Federica Trenti

Ci son due galli nella campagna
le ali chiuse
l’uno di fronte all’altro
senza rivalità.
Sul loro petto splende il riflesso dell’acqua
laggiù, nel pozzo su cui vegliano.
Anime alate attendono
su di uno scavo che contiene il segreto
la pena e l’orrore.
Ali chiuse ed occhi gialli
per sopportare il tempo dell’offesa.
Finché nel buio si accende la verità
ed il segreto non è più un segreto.
Restano nel pozzo orrore, pena e compassione
bussano a molti cuori, turbando sonni
svegliando segreti.
Si aprono maestose le due anime alate
per proteggere ciò che resta di un sogno.
Le loro piume raccolgono
il colore dei capelli di una madre
il colore del sole sulle terra
il colore del mare quando fa quasi buio.
Ci sono due galli nella campagna
Due anime alate per un volo a tre
che solleva e fa volare
due galli e una ragazzina. Per Sarah, 8 ottobre 2010

**

Poesie per mia madre- Elda Zupo

Da Mariella Bettarini

I
andata silenziosa nel novembre duemilatre
dopo mute – tranquillanti preghiere
e segni della croce e silenzi
e pochissimi moti dentro un letto
ma tranquillanti – schietti – com’era (com’era sempre stata)
tua consuetudine

andata non so dove ma lievemente –
per forte chiamata – ed obbediente tu –
senza inutile gloria – ma con gloria silente

andata – andata – per niente tu ribelle –
pacifica – paziente – illuminata –
illuminante-mente trasognata – come
appagata tra silenzio e velle

andata e andata e andata come se
l’auto guidassi ancora – e come spira il vento –
e cosa avviene – e questo e quello – ed altre cose belle

andata al di qua – al di là
del confine – al di là delle vòlte
confinata – sì – della vita e delle sue ruine –
e come dentro un sogno addormentata

andata e andata ma rimasta – infine –
sei tu rimasta – madre – nella grande vastissima
spianata del viver qua ad ascoltar novelle –
gran fole della vita – e tu di qua smarrita
ma rimasta nel grembo delle cose –
grembo tu grande – piccola madre tu
dormiente dentro un letto – tu più niente facente
che tutto fai dal tuo letto di niente –
così rimasta (e andata) – dentro un brano di vita
s/confinata

II
che m’è rimasto? di te
che m’è rimasto? e che è rimasto
senza te? ricordo (vago) – pensiero
latente ( un cogente – volatile pensiero) –
ostinato dir niente – uno scrivere niente
(affaticato) – un niente fare
di quel che – tu presente – facevo – fabulavo –
dicevo – ero

evi fa ero: ora non so – non più – non
già: mistero e non mistero – diroccato
pensiero – maniero andato – faticante
sentiero e poi tanto silenzio verace –
menzognero

III

e passano giornate (come passano) – e passano
di qua – e uguali passano – e lente e svelte
come folli fulmini

e tu passi e non passi – non passi mai – non passi
più – non hai più passi per passare di qua
e tuttavia sapessi come stai – come permani – come
non passi – come
non finisci mai d’essere – di passare

IV

da dove – dunque – ri-partirò?
ri-partita io? – mai partita? – e che
partita è questa? per la vita?
per la vita passata e più
tornata?
e dopo ri-partita?
dunque (anche) divisa? e divisa da che? da
chi? come divisa? e in quante parti?
e a me qual è toccata?

vedi – madre – che se scrivo di te
scrivo di me (e viceversa) –
che storia
è questa? – non so – lo ignoro (sono molte di più
le cose che io ignoro di quelle…)

ma basta –
basta basta! la manovella è guasta e non la posso
più girare – ho dell’altro da fare – ho da dire
di te – da tentare di farti ri-fiorire (“ri-fiorire? che dici?”) –
dico e ridico – ridicola che sono –
son qua – son senza suono e voglio raccontarti? ri-partire?
narrarti? – matta che sono! basterà se riesco (ma riesco?)
a ri-accennarti – abbozzare la tua effigie – ri-
abbracciarti – ri-trovare minuzzoli di vita –
ritentarti (non certo riuscire a darti
la parte pur millesima di quanto hai dato a me)

nient’altro – madre –
e riposarmi in te
e dunque ri-posarti – ché sei nel tuo
lungo riposo – e io son stanca –
sei
nel tuo bianco silenzio ed io
tento di lavorare di parole
e tu sei ancòra
il sole ed io ti vengo dietro

(marzo 2009)

*

Queste poesie, insieme a molte altre, fanno parte di un eBook (presente in rete dall’aprile 2010) che porta il medesimo titolo: Poesie per mia madre, Elda Zupo, scaricabile mediante il link seguente:

 http://www.ebook-larecherche.it/ebook,asp?Id=40

**

Intervento Giovanna Gentilini

a mia madre

………alle turgide mammelle

il cui sapore odore

si cela nel mio corpo infante

alle rosee labbra

parche di sorrisi e di baci

che l’età ha reso più generose

agli occhi sagaci e intelligenti

alle mani capaci ed operose

al suo corpo di adolescente

che fece innamorar mio padre

al suo ventre incinta

di me sua figlia

che donna la riconosce e si riconosce

alla sua paternità mediterranea

che in me ha posto radici

come le nebbie della mia terra padana

anche a lei io devo l’essere fedele all’amore

lingua madre

“ la me mama

et te la me mama?”

sì il dialetto

è la sua lingua

ora/ anche la mia

illumina il suo viso

una risata

mi ritorna

da un nulla

che solo lei conosce

un pensiero

secco

come colpo di fucile:

di lei

mi mancherà

l’odore dell’urina

anche

Vanna

Vanna

così mi ha chiamato

ieri l’altro

dov’è la Vanna?

sono qui mamma

ho freddo

di disperazione si può anche impazzire

lo so

lo sento

il clic del cancello segna l’inizio dei giochi

breve galleggiamento

un passo in bilico sul filo

costruzione del muro

interminabili esercizi l’hanno abilitata

la mente

lei conduce lei detta le regole

unica regola vietato oltrepassare il limite

la mano spinge il cancello

sul confine mi blocco

sulla soglia attendo

in precario equilibrio

l’altra me – entra

il gioco è fatto

Fare finta

Faccio finta

di non vedere i suoi capelli spettinati

che si aprono a raggiera sulla nuca

faccio finta

di non sentire l’odore acre

dolciastro dell’urina

faccio finta

di non fare finta

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