VENEZIA NEL DIVENIRE IMPERCETTIBILE DEL TEMPO- Lucia Guidorizzi: A proposito di “Nel tempo secondo. Vite in una Venezia che non c’è più” di Claudia Zaggia 

lisa katsiaris- venezia

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“Non riusciva a ricordare e in casa quel giorno non c’era nessuno e aveva scritto alcune cose su dei fogli finiti chissà dove.
Te lo ricordi il passato? Per forza: era qui solo ieri.”

Questo è l’incipit, nitido e adamantino del nuovo romanzo di Claudia Zaggia che, in un andirivieni costante tra passato e presente, racconta la storia di Venezia e dei suoi abitanti dall’Ottocento fino ai nostri giorni.
Ci sono libri che emanano una fascinazione oscura e magnetica che ci cattura, al punto che quando iniziamo a leggerli non riusciamo più a distaccarcene e giungiamo con dispiacere all’ultima pagina poiché non vorremmo mai congedarci da loro.
Non sempre sono libri lieti e rassicuranti, ma proprio per questo ci attirano e coinvolgono: vogliamo comprendere come accadono le cose che trasformano i luoghi e allo stesso tempo trasformano noi stessi, rivelando aspetti della realtà in cui ci troviamo coinvolti e perciò ci sono necessari per comprendere i mutamenti insiti nella vita stessa e le conseguenze che ne derivano.
E’ come sporgersi sul baratro, per contemplare l’abisso che inevitabilmente finirà per guardarci, perché ci rispecchia.
“Nel tempo secondo. Vite in una Venezia che non c’è più.” (Mazzanti Libri 2022) sprigiona una malia che ci affattura, costringendoci a riflettere sull’inevitabile entropia che domina l’esistenza umana.
Questa malia è simile a quella che mi ha catturato leggendo “I Vicerè” (1894) di Ercole De Roberto e “L’osceno uccello della notte” di Josè Donoso, (1970), due romanzi potenti nell’evocare le genealogie familiari; anche nel libro di Claudia Zaggia vi è la stessa grande capacità d’investigare nei meandri tortuosi e controversi della natura umana, dipingendo un tetro scenario di decadenza e solitudine, senza mai cadere nella retorica.
L’isola nell’isola in cui si svolge gran parte delle vicende raccontate nel romanzo è la Giudecca, luogo di orti e giardini, ma anche importante polo industriale della Venezia otto-novecentesca che diviene il punto di vista privilegiato per investigare sulla profonda trasformazione che lentamente trasformato la città.
La metamorfosi che si compie nelle pagine del libro all’inizio è quasi impercettibile, anche perché il centro storico di Venezia nel tempo ha subito poche variazioni architettoniche e urbanistiche, anche a causa della sua particolarissima geo-morfologia.
Apparentemente dunque sembra invariata, sempre uguale a se stessa, ma in realtà mutano e scompaiono i suoi residenti e nel procedere del tempo si perde la koinè, il senso di appartenenza che teneva legati insieme i luoghi e gli abitanti.

La scrittura di Claudia Zaggia però non indulge mai nell’intimismo e nel patetismo, non evoca con nostalgia la Venezia felice dei tempi andati, ma procede, fluendo in una limpida narrazione, scevra da orpelli, nel raccontare una saga familiare che si snoda attraverso il tempo, scandita da lutti e allontanamenti.
Non vi sono grandi drammi o tragedie che segnano la vita dei personaggi, a parte l’incendio nel pastificio del nonno Michele, che distrugge la fabbrica.

“Quella notte quando sentirono odore di bruciato, credevano di star immaginando, poi qualcuno guardando dalla finestra di una casa di campo Marte si mise a urlare: fogo, fogo, è il pastificio. Alcuni finsero di non aver sentito, ma alla fine le urla svegliarono proprio tutti. Era una notte molto fredda, c’era il ghiaccio dappertutto, alzarsi, scendere, uscire, andare a vedere, ma cosa?  Se è uno scherzo…No, davvero guarda, si vede anche da qui. E magari quelli che sono lì dentro moriranno tutti, e tuo cugino resterà di nuovo senza lavoro. Quando alcuni decisero di infilarsi il cappotto e uscire per andare a vedere, i vigili del fuoco stavano già buttando acqua, il fuoco sembrava domato, è domato? Gli chiese la moglie dalla cucina. Non si vede più niente, solo fumo, avranno danni per milioni, ma tanto a quelli non mancano di certo, ma cosa? I milioni.”

In una prosa che si sviluppa in una sorta di monologo interiore, dal ritmo incalzante, in cui però l’io è assente, l’autrice evoca le figure di bisnonni, nonni, zii e nipoti e le loro morti.
Con uno sguardo a tratti impietoso, a tratti ironico, ricorda le loro abitudini, le loro manie, le loro convinzioni e aspirazioni, nel lento farsi e dissolversi delle cose, in una Venezia che si allontana sempre più da se stessa, pur restando apparentemente immutata.
Come si forma la crepa, la spaccatura che conduce al declino e allo spegnersi di un’esistenza? Come inizia a morire una città?
Vi sono persone che hanno condotto esistenze modeste ma decorose, piene di urbanità e di civiltà che alla fine hanno cessato d’esistere e non sono più state rimpiazzate, a causa dell’esodo che ha spinto gli abitanti verso la Terraferma, alla ricerca di condizioni di vita più opportune.
Una a una si sono spente le varie attività che animavano i luoghi.
Agli abitanti, semplici, ma autentici, che popolavano calli e campielli, a poco a poco sono subentrati i “foresti” che progressivamente si sono trasformati in “tristi turisti”, presenze aliene e indifferenti che invadono la città senza comprenderla.


“Ai tristi turisti di tutto non gliene importa niente, soprattutto non vedono e non vogliono sapere se non per finta.  E i tristi turisti ovunque si siedono per mangiare e bere, volentieri anche si sdraiano tra cacche di cani, colombi e cocai.
Una volta qui c’era una città e ci viveva gente anche interessante che su se stessa faceva amabilmente dell’ironia, si stava bene sempre, d’inverno era anche meglio.”

Come non pensare al degrado massificato dei nostri giorni? Come non riflettere sulle cause che hanno prodotto questo sradicamento culturale ed esistenziale? Logiche affaristiche e speculative, disinteresse generalizzato per la salute e vitalità di Venezia hanno portato alla sua disneyzzazione e volgarizzazione, rendendola un prodotto per il consumo di massa.
In fondo Venezia sta seguendo l’inevitabile metamorfosi che segna molte città d’arte che divengono scenari vuoti invasi da una moltitudine di visitatori mordi e fuggi.
E’ diventata una Venezia-fast-food in cui ogni emozione e percezione sono vissute superficialmente e rapidamente, senza metabolizzare l’esperienza, senza rispetto e riconoscimento per la preziosa complessità che la contraddistingue.
Eppure il libro di Claudia Zaggia non si sofferma tanto su questi aspetti negativi, di cui è pienamente consapevole, ma s’interessa piuttosto alle esistenze sommerse dei personaggi.
L’autrice è tesa alla ricerca di un filo conduttore che restituisca senso e memoria a vite cancellate dall’indifferenza della storia, mentre la grande casa familiare si svuota dei suoi abitanti, diventando in un certo modo metafora della città stessa, quinta teatrale e spettrale di un palcoscenico in cui tristi turisti “fotografano tutto senza guardare niente”.

“In quella grande casa piena di angoli deserti e stanze isolate era facile aver paura, e tutto l’insieme faceva venire in mente che era difficile poter avere una vita che fosse soddisfacente, da qualche parte, di nascosto, c’era sempre qualcuno che stava fantasticando.”

Nello svolgersi di queste storie compare lo sbiadirsi ineluttabile di sogni, speranze e vanità, nonostante l’attaccamento dei personaggi al decoro e alla compostezza. La narrazione si snoda come un lungo rosario di morti e cancellazioni.

“Ci si confonde, non ci si ricorda sempre quando sono morti, quando sono nati o si sono sposati. Scrivendo capita di inventare, forse soprattutto questo, capita infine di poter capire alcune cose scrivendo, ma non sempre.
Capita che i funerali uno se li ricorda meglio, quando ci fu quello del povero Toni la giornata era grigia ma alla fine arrivò un poco di sole. Con la nonna Nilde aprirono quel buco, lì dove c’erano già in una scatola le ossa del nonno Piero. Adesso riposeranno insieme, disse qualcuno, e tutti se ne andarono mentre stavano mettendo il cemento per richiudere il buco.
Fino al giorno della resurrezione aveva detto il prete durante la messa, ma che strana idea questa della resurrezione. E il marito morto della zia Gianna veniva chiamato durante le sedute spiritiche, sino a quando lui si stufò e disse che finalmente voleva essere lasciato in pace.”

La scrittura di Claudia Zaggia indaga nelle stanze di un passato familiare che è anche la storia di Venezia. A ritroso nel tempo, consapevole che le lontananze affinano lo sguardo, si mette sulle tracce dell’ignoto e del non detto, ritrovando nel ritmo trasfigurante e magico della scrittura il tempo trascorso, restituendo corpo e sostanza alla città, animandola di voci e di presenze.

“E a volte andando si cercano luoghi e persone, rivederle ancora una volta, niente d’importante, e dopo si saluta e si va, ma dove? E ci vediamo? Quando? Magari domani, o anche mai, chissà.”

In fondo scrivere è sempre un’operazione magica,  che annulla i confini del tempo e dello spazio, restituendo vita a coloro che non ci sono più, ma che non possono essere solo morti.


Lucia Guidorizzi

 .                                                                      

NOTA SULL’AUTRICE

Claudia  Zaggia è nata a Venezia, vive adesso tra Venezia e un piccolo paese del feltrino. Le piace raccogliere oggetti del passato e fare la giardiniera. Con la scrittura cerca di seguire l’ignoto che c’è nella vita degli esseri e delle cose. “Nel tempo secondo” è il primo romanzo pubblicato per Mazzanti libri.



 

Claudia Zaggia,  Nel tempo secondo. Vite in una Venezia che non c’è più-  Mazzanti Libri 2022

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