RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Un cadavere

john caple

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La testa pesante, le spalle curve, il perenne dolore che saliva dalle ultime vertebre del collo alla testa… mi caratterizzavano in una andatura a scatti. Per somiglianza a un animale sconosciuto. Per non fare sfigurare la vita finora vissuta. Non volevo somigliare a… e neanche essere me stesso o chissà-come. Mi sentivo uno strano cadavere. Avevo ancora le capacità e l’esigenza di muovermi, una irrequietezza degna di un acrobatico adolescente e una confusione cerebrale da temere di perdere la ragione non rare volte. Ero perfino capace di consolarmi considerando di essere un vecchio ancora giovane.
Trascorrevo giorni in cui compiere azioni non mi faceva sentire vivo. Anzi, maggiore era il mio impegno durante le giornate e più si ingrossava quella sensazione di sentirmi un morto. Trascorsi un lungo periodo sentendomi piuttosto cadaverico. Almeno per me, fu un lungo periodo, non saprei di quanti anni si trattasse. Lo ricordo perfettamente e credo si trattasse di un lungo passaggio.
Un tempo senza scintille. Giorni e giorni senza potere dire di amare. Mesi di opacità con rumori di ingranaggi. A ripensarci, scrivendo, ne sono rallegrato di considerali da una differente posizione.
Mi appariva tutto, e dico tutto, sbiadito e infine corroso. Stavo in ascolto e non arrivava niente altro che il rimbombo del mio cuore. Un rumore di macchina, quasi svuotato da un vero e proprio legame con la vita – pure trattandosi di un organo per eccellenza vitale. Non c’era coro.
Una sera, all’incirca alle 19:00, una parte di me legata al linguaggio si mise a chiedere: Mi vedete, mi sentite, sto parlando con voi? L’unica persona con la quale ero in compagnia e con la quale parlavo mi fissò e – forse pensando a cosa rispondere – rimase in silenzio. Da parte mia crebbe un sentimento in cui confluivano troppe storie sia personali sia estendibili ai feriti, alle ferite di ogni vita. Riformulai la domanda alzandola di qualche tono. Y, la persona con cui ero ancora in compagnia, guardandomi, emise una sequela di parole per formare una frase. Ancora un tono più elevato nella mia voce impastò la ripetuta cocente domanda. Y non se la prese personalmente, ma provò un dispiacere nel ritrovarmi così.
Ero desolato, mi veniva in mente una canzone degli U2 in cui… Questa disperazione Dislocazione Separazione Condanna Rivelazione In tentazione Isolamento Desolazione ovviamente in lingua inglese. Più sostantivi, e in ultimo desolation. E – se ricordo correttamente – il sostantivo è ripetuto due volte. La seconda volta è il colpo di ascia. Non potevo fare finta di avere capito male. Smentiva l’illusione di essermi sbagliato.
Camminavo per le strade dovendo rendere grande lo sforzo per arrivare a destinazione. Con una domanda mai pavesata a chi mi stava intorno andavo a compiere i miei compiti. Desolazione. Rari i ricordi di essere stato considerato nello sforzo e non nella prestazione. Il cemento della città in cui vivevo mozzava la tentazione di cercare l’infinito. Praticavo un adattamento dietro l’altro senza mai essermi adattato. Anche la destinazione dei miei percorsi cittadini, cosa era per me? e per le altre persone che mi ricevevano? Una scacchiera su cui compiere passi. Le persone mi si rivelavano strette nei loro tornaconti e questo acuiva un senso di condanna. Impotenza? Sicuramente, io per loro non ero come mi concepivo, ma molto carente e difettoso. Allora perché non accettarsi in questa miseria umana? Non so rispondere.
Sono stato un cadavere. Avevo provato vergogna – e non so davvero se sia la parola giusta – per alcune mie azioni e per imperturbabili perpetrati comportamenti umani. Fino a morirne. Una delusione asintomatica che nel tempo mi si manifestò annientandomi. Un ultimo giorno… ebbi consapevolezza di essere un cadavere. Poi si spensero le luci. Un filo esile di vita mi era pure restato, però non lo chiamerei vita.
Anche nel frattempo che si muore si è nella vita, dove altrimenti? Ricordare di essere stato un cadavere è il resoconto di un vissuto e anche una memoria extra-corporale di cui resta segnico il passaggio. Oppongo, alla credenza che tutte le cose vadano prive di impronta, il credere che tutto lasci segno. Non ci possiamo scrollare nulla. L’aria si fa densa di ogni respiro. Il ghiacciaio cristallizza la nostra civiltà. La pioggia rigetta succhi acidi. La memoria vacilla a ogni byte aggiuntivo. La confusione trasborda in un menefreghismo asettico e ci disfiamo della stessa vita, quale forza rinascente, idolatrandone i suoi simulacri.
Al tempo in cui ero un cadavere non sapevo di esserlo, a parte  quando, veggente del mio avviato processo di putrefazione, mi vidi con occhio critico. La distanza da me stesso aggiunse una visione ripartita alla lacuna di sentirmi vivo.
Si schiusero giorni di assenza. Non volli – o non potei – occuparmi di nulla; anche pensare di procurarmi il cibo per sopravvivere era da considerarsi fuori dal mio considerare. I cadaveri non mangiano. Un cadavere si lascia divorare. Un essere morto non lotta più per la legge della sopravvivenza.
Ricordo principalmente due, tre cose… e una sensazione di elaborazione e rielaborazione continua. Tale processo – così mi pare appropriato nominarlo –  non sapevo quando e come si fosse concluso. Rammento di essere passato dal caldo al gelo in maniera repentina; di essermi ritrovato in un buio simile a un inchiostro di china nero; il resto: amnesia.
Inghiottito in un non-ricordo il tempo trascorse. O ero io a trascorrere.

Salix babylonica Salix babylonica Salix bavylonica Salix babilonica Salix babylonica Salix babylonica… ripetevo Salix babylonica irriducibilmente, senza coscienza.

I rami nudi di un albero, all’eco della denominazione, si irradiavano di clorofilla rappresa in leggerissime foglie. Il vento muoveva le foglie, e assumevano pose di invocazione verso la terra.
E mi dicevano: ama, ama senza paura, solo l’amore ti concederà la vita.

La resurrezione.

Francesca Eleonora Capizzi

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