LA SCIA CONTAGIOSA DI  UN ULTERIORE GERMOGLIARE- Paolo Polvani: Note di lettura a “Soglie vietate” di Massimo Parolini

john caple

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Soglie vietate, ultimo libro di Massimo Parolini, si compone di quattro distinte sezioni, la prima ha per titolo Oscillazioni, e la progressione dei versi tiene fede a quanto promesso nel titolo e a quanto dichiara la poesia di apertura: – e non c’è forma / che sia uguale a quella di prima…/ tutto muta, immutabile, e ci chiama / e ci investe e ci chiede / occhio allo sguardo che dormiva -.
In questa prima sezione Massimo ci fa entrare in una galleria familiare in cui un posto di rilievo è occupato dalla moglie Sabina, e qui ci arriva come metafora di solidità, di rapporto che resiste al tempo, la vigna piantata da lei, che a dispetto della apparente fragilità progredisce ogni giorno, e l’uva matura, e – tra non molto, ci darà l’ombra giusta -.
E il padre e la madre, cui sono dedicate le poesie forse più belle e intense, testimonianza della sofferenza che hanno attraversato: – attaccato a un tubo clinico / ti sei spento in un rantolo muto -, mentre la poesia, una delle poesie, dedicate alla mamma ha per titolo Alzheimer; e per la figlia Maria, dall’acuta sensibilità, che – non si muove fra la gente / con gli aperti estranei occhi, / ha due mani che raccolgono / spine ai bordi dell’umano -, e tra le prime, una bellissima dedica al cane amato: a Coccobill, cane della vita.
La sezione successiva ha per titolo Sottrazioni, e anche qui i testi rispecchiano fedelmente il senso di perdita che li ha ispirati. Sono poesie dedicate ad amici scomparsi, a persone sconosciute la cui morte ha segnato indelebilmente l’inconscio collettivo, come Aylan, il bambino curdo il cui cadavere il mare restituì su di una spiaggia, e poi il poeta Gabriele Galloni, e una studentessa morta giovanissima di aneurisma, e gli agenti della scorta di Aldo Moro. Qui lo sguardo si allarga, il perimetro affettivo ricomprende le situazioni tragiche che la cronaca quotidiana ci ripropone con drammatica regolarità, e le accosta a vicende familiari dolorose, come la scomparsa del cane – ora che sei in una tela di iuta / restituito come un minuscolo / feto in preghiera e la lavanda profuma / il tuo sogno sulla terra -.
La terza sezione, Mendicando la luce, si presenta come un diario dei giorni della pandemia: – Bardati con scafandri e mascherine / ombre bianche chine su un respiro / li abbiamo temuti o chiamati eroi -.
Infine l’ultima sezione, Come immagine accolta, in cui le parole alba, germogliare, gioia, e il verso – e ci rinasce / un giardino in volto – alludono alla ripresa, a una auspicata rinascita: – mentre entri / nella panda zafferano / mi lasci la scia contagiosa / di un ulteriore germogliare..-.
Il libro è impreziosito dalle immagini di Laura Parolini che assecondano e sottolineano felicemente l’atmosfera complessiva della raccolta.
Il primo dato che colpisce il lettore è la presenza viva di tanti poeti nello scorrere dei versi. Citazioni, rimandi, prestiti. Tanto numerosi affollano le pagine che riesce difficile citarli tutti: “Forse perché della fatal quiete tu sei la forma /../ a me si caro vieni o padre”; oppure l’Ungaretti di “Non sono mai stato / tanto / attaccato a mia madre…”, oppure “Eugenio Montale, che ti volti andando / in un’aria di vetro” e -le manifeste cure / che al viver loro sono tempesta -, e Manzoni: “la terra attonita al video sta”. E il limitare di gioventù di Silvia, e il pianto di stelle e la cavallina storna, e il viaggiatore cerimonioso, e ancora Ungaretti con “Ma poi: fratelli, di quale reggimento?”. Lo spirito di questi omaggi non va certo ricercato in un’esibizione di conoscenza, in varia misura vi leggo un sentimento di gratitudine nei confronti di chi ci ha preceduti e illuminato le possibili vie, nella consuetudine quotidiana, in uno slancio di fraternità, essendo Massimo insegnante di lettere, in una sorta di abbraccio empatico che testimonia la continuità, la bellezza di inserirsi nel solco di una tradizione alta. In un ipotetico, immaginario girotondo, è una mano che si tende verso il passato mentre un’altra è protesa in direzione del futuro. Mi tornano alla mente due versi di Zanzotto: ”E la tradizione tramanda  tramanda fa passamano? / E l’avanguardia ha trovato, ha trovato?”.  Nei versi di Massimo si affaccia la tradizione e si guarda contemporaneamente al futuro, che si affaccia attraverso bellissimi, sintetici scorci di paesaggi urbani, “periferie analgesiche”, marciapiedi di confine tra i resti di negozi pakistani, compraoro spenti e “luminarie che invitano a un Natale di pace, mercatini e viaggi organizzati”. E anche una certa pressione sul linguaggio, con l’introduzione di neologismi come “tzim-tzumava sul marmo”, e “la vita che slalomava”. 

Dunque soglie su cui sostare e da attraversare, come suggeriscono questi versi da cui promana vivida luce:

tutti si va
in una qualche zona
in un punto, dentro un vuoto
sull’orlo di una soglia
davanti a un foglio bianco
sotto l’ombrella di un’ombra

 

Con la bellissima immagine finale del cane che lascia – convinto – la traccia al suo passaggio. Dove l’aggettivo “convinto” sembrerebbe ribaltare completamente l’efficacia e la durevolezza di quella traccia. Si scrive dunque per lasciare una traccia del nostro passaggio? L’imperativo biologico che ci spinge a varcare la soglia di un foglio bianco è racchiuso in questo voler lasciare una traccia del nostro passaggio? Sono interrogativi aperti cui è difficile rispondere, ma è una certezza che attraversare libri come questo lascia sicuramente nel lettore una traccia luminosa. 

 

Alzheimer

L’intera mattinata passata
ad uccidere blatte
con alcool e pezza:
a fianco un’anziana
con gli occhi
ormai ciechi
le ossa 
ormai vuote
le orecchie 
ormai spente
rivolte allo sterminio
degli scarafaggi
alterna momenti
di calma e di rabbia
mi dice lacrimosa
che le sente
nella mente…
mi dice amara
che vuole morire…

 

non sono mai stato
tanto
attaccato a mia madre…

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Il padre prodigo

Forse perché della fatal quiete tu sei la forma
che improvvisa mi investe in questa sera di dicembre
a me sì caro vieni o padre
su questo marciapiede di confine
fra i resti di negozi pakistani
da riaffittare, compraoro spenti
e luminarie che invitano a un Natale
di pace, mercatini e viaggi organizzati…

forse sei qui così
vivo e totalmente animato
come un cane sulla soglia di un pasto
morso dalla fame, a riscaldarti…

conservo la tua giacca di pelo d’acrilico e
finta pelle: indossala mentre accendo la fiamma
della corona dell’avvento…

lo so: un purgatorio in transito
o un paradiso estatico
cedi per un po’ di brodo tiepido,
un pane che si sbriccia, un bicchiere di buon rosso…

attaccato a un tubo clinico
ti sei spento in un rantolo muto…

adesso maceri gli acini
nel torchio del mio affetto
da un bordo bianco in cui cola il tuo vissuto
(mentre il lete è in agguato…)

mi chiedi, dall’asfalto, un po’ di posto
in questa vita che hai condiviso:
l’unica dove hai urlato
l’unica dove hai riso_________

.

Lumaz

Ho schivato un lumaz
risalendo le scale
era viscido umido
agilmente cornuto
tzim-tzumava sul marmo
svirgolando sinuoso
ha lasciato una scia
una bava che cresce
forse un mondo che nasce
un passato che vive
o un futuro a ritroso  

 

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Massimo Parolini è nato a Castelfranco Veneto nel 1967. Si è laureato in Antropologia filosofica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È docente di materie letterarie a Trento dal 1995. Pubblicazioni: Non più martire in assenza d’ali; La via cava; # (non) piove; L’ora di Pascoli; Cerette; Nel 2019 ha collaborato con l’artista Giuliano Orsingher nella mostra d’arte ambientale E-VENTO (sull’uragano Vaia) con il poemetto Lamento per lo schianto. Collabora con alcuni blog letterari.

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Massimo Parolini, Soglie vietate– Arcipelago Itaca 2022

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