PASSAGGI CON FIGURE: Elianda Cazzorla- Solingo augellin, venuto a sera

contrada padre sergio – monopoli- foto di elianda cazzorla

 

L’accoglienza delle case lasciate chiuse per un anno è sempre scoraggiante; come riapri le porte, sai già, che non solo dovrai forzare la serratura, ma anche rafforzare il tuo coraggio per affrontare i mille diavoletti che ti danzeranno attorno con ghigno da sfida sulfurea, anticamera dell’inferno. E non ti consola il sole alle tue spalle che è vivo, ma anche lui andrà a dormire.

Forzi. Entri! E questo è già un miracolo. Sospiro di scampato pericolo.

Operazione uno: la caldaia. Dopo undici mesi è andata in blocco. Sì ma tu hai otto ore di viaggio in autostrada. Sorpassi. Camion. Lavori in corso. Cambio corsia. Padova. Monopoli. Padre Sergio. Il ritorno nella casa degli avi a luglio è sempre una fatica. Poverina. Chi? Lei, la caldaia, cosa pretendi? Lei ha bisogno di cura. Non rimanere troppo fissa davanti al display per tentare di farla ripartire e invocare madama Pazienza per error B2. Non insistere con quell’avanti e dietro dal bagno. Acqua calda non esce dal rubinetto.  Non hai ripetuto che questa è l’estate più afosa che rimarrà negli annali del 2022, allora puoi fare a meno dell’acqua calda. E la doccia dopo il bagno in mare? Suvvia, corri in terrazza, lì c’è la casetta della caldaia in ferro zincato per la lotta alla corrosione del tempo. Apri la porta che la custodisce e la protegge anche dalle intemperie e… la chiave non gira, la forzi e lei si oppone, si piega e non si spacca, peggio delle canne di Pascal… Hobs! Lascia perdere, meglio che un pezzetto di chiave non si incorpori nello zinco. Nema problema. Liquido per serrature a profusione. WD-40. Fatto! Nulla. Non si apre. Chiamare fabbro. Che chissà quando arriverà, se arriverà. Con il superbonus 110 per cento si sono tutti imbarcati sull’Arca di Noè e attorno c’è il deserto. No, non piangere. Farai la doccia con acqua fredda. Non volevi rinforzarti l’anima con i dettami della filosofia orientale? Il diavoletto sa tutto di me.

Passa al Mistero Glorioso numero due. Il piano cottura.

Funzionerà? Gli augelli dei fuochi della cucina non danno fiamma. Li strofini con la punta del coltello. Due s’accendono. Altri due silenti. Ossidati augelli o ugelli? Non è il momento di porsi questioni lessicali. È vero che nel frattempo è sopraggiunto il buio e il verso di Leopardi che fa: tu, solingo augellin, venuto a sera del viver che daranno a te le stelle, ti gironzola nel labirinto celebrale. Forse non è augello, ma ugello. Lascia stare il solingo augellin, cerca il famoso cacciavite che chissà dove si è cacciato. Cerca nel cassetto delle istruzioni. Non c’è. Cantina, zona attrezzi? No! No! Tocca andare dai cinesi. Parla con loro, spiega in qualche modo per ottenere quel che cerchi, non conoscono mezza parola d’italiano. Gesticola, allunga le dita per simulare il fuoco e lui, con gli occhi lunghi senza guizzi sopra la mascherina, dove ti porta? Nel reparto pentole e coperchi. Ci rinunci. Dopo che continua a dire: è questo! Il cacciavite? No. No.

E chiama tua cognata che quella volta ti ha suggerito quel cacciavite.

– Me lo presti?

– Non posso, si è rotto.

-Mandami una foto delle testine del cacciavite che la porto al cinese di via Lepanto.

– No. Non andare da quello, va da chi ha la commessa italiana. Si chiama Hong Kong è vicino alla rotonda di Sant’Anna.

– Sì, però, tu mandami la foto.

Vado a Hong Kong per risolvere l’ossido degli augelli/ugelli e la commessa italiana è in ferie. La foto mi salva. Cerchiamo tra i mille cacciaviti appesi alle rastrelliere, io e il cinese che ha la commessa italiana che non c’è. Nulla. Finito. Pronuncia l’unica parola che si avvicina alla lingua italiana. SETTEMBLE. Vuole affibbiarmi un cacciavite che non mi serve. Mica so scema. E allora gesticolo anch’io. No buono, dico con le dita. Ritorno dal cinese di via Lepanto. La foto risolve. Trovo il cacciavite. Prendo accordi: se non funziona te lo riporto indietro. Lui fa sì con la testa. Ma prima apre il kit magico. O meglio tenta di aprirlo. C’è qualcosa che blocca l’apertura. Due minuscole viti e, con le sue unghie lunghe da cinese, spinge. Conta i pezzi. – Non peldele queste! Si riferisce alle viti piccine. No! No! Fò con il capo. Analfabetismo di ritorno. Bisogna pur adattarsi. Stipulato accordo. Rientro in casa. Trambusto attorno al fuoco che non s’accende. E gioia immensa. Gira, gira con il 7 mm. Sostituisco l’ugello! Che non ho comprato dal cinese, perché ugello è una parola che manco il vocabolario del T9 riconosce, figurarsi se può suggerirmi se si chiama augello o ugello.

Secondo fuoco. 7mm fatica a girare. Provo, riprovo. Zac! Sbloccato. Fatta! Ma perché l’ugello resta incastrato nel cacciavite per ugelli? Il primo, appena svitato, è caduto sul piano cottura con estrema facilità. Osservo con gli occhiali da presbite – nel frattempo se uno non lo è, lo diventa-. E grazie tante, quel che è caduto è più corto dell’altro, si è spezzato e tutta la parte filettata è rimasta dentro l’abitacolo dell’ugello. E mo’?  Moplen, Gino Bramieri saltella nella mia testa con la sua palla di plastica. E boh? Intanto ho tre fuochi. Per il quarto…Mierda!

https://www.youtube.com/watch?v=7Qvdi9oOWT0

La voce pacata di Walter, il paziente Walter, provvisto di chiave a tubo n. 7 mm, spiega il da farsi. Ora che i buoi sono tutti scappati dalla stalla, cosa me ne faccio di queste parole. Se solo non fossi stata presa dall’ira per il diavoletto numero tre … e adelante, altri diavoletti attendono di fregarsi le mani.

Elianda Cazzorla

piazza garibaldi- monopoli- foto di elianda cazzorla

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