VERSO UNA ERMENEUTICA DELLE DIFFERENZE- Maria Grazia Palazzo: Sulla follia- Parte prima

francisco goya – capricho n. 26- ya tienen asiento (ora sono già sistemate)

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Sulla follia

I

 

CHI È IL FOLLE? Me lo sono chiesto, tante volte. Probabilmente è chi si trova nel viaggio della vita, sbalzato oltre ogni protezione, a fronteggiare, corpo a corpo, la DISMISURA della gioia e del dolore. In questa lotta il piccolo eroe mortale, a mani nude, si trova gettato nella vita, – evocando una categoria dell’ontologia esistenziale di Martin Heidegger – ma anche della morte, i due termini, iniziale e finale, della sua esperienza sensibile, il REALE. Ma cos’è il reale, per chi lo attraversa, senza filtri, senza altri strumenti di viaggio che il farsi della vita stessa, passo dopo passo, volo e caduta, come Icaro o Ulisse, come Prometeo o Efesto, dio del fuoco. La contesa celeste, tra Zeus rd Era, in una delle tradizioni di contaminazione del mito, ci dice che Afrodite ha parte nel gioco dell’inganno. Hephaestus, figlio di Zeus e di Era, secondo i poemi omerici, fu scaraventato dall’Olimpo e finì nell’isola di Lemno; un’altra tradizione ci dice che cadde in mare. Nell’Iliade si narra della sua unione con Afrodite che, secondo altra tradizione, fu sposa di Ares. È l’Odissea che in un episodio cantato dall’aedo Domòdoco, cui le muse diedero in dono il male della cecità, racconta di questo legame inestricabile tra i due adulteri, avvinti in una mirabile rete. Nel MITO non c’è giudizio ma sublime rappresentazione del mistero dell’esistenza, della relazione tra forze opposte, carnali e spirituali, terrene e celesti. E come risolvere questo mistero? Quale la rete cui è avvinto il folle? Il folle non risolve il mistero di sé gettato nel mondo che attraversando la dismisura da piccolo eroe a mani nude, da perdente. La sua vittoria è la zoppìa, il VULNUS della sua sensibilità – il suo bisogno evidentemente eluso, deluso, negato, conculcato – che lo condanna senza possibilità di appello, all’officina della POIESIS. E la poesia si sa non restituisce che corpi a brandello, forgiando la materia lavica della vita e della morte. Si tratta di diventare a propria volta, di volta in volta, materia di lavorazione. Stiamo parlando della scrittura della vita, della esistenza propria e comunitaria.

Siamo zoppi anche noi? Condannati dall’eterno ritorno della nostra zoppia esistenziale a forgiare la nostra stessa materia, a mani nude, bruciando la pelle, cercando le stelle, spinti come Ulisse alla sua Itaca, come Penelope alla sua tela? Quale la risposta alla nostra attesa di felicità?

Cosa è la FOLLIA per me? È una esperienza di perdizione, di isolamento, di solitudine ma anche di salvezza. La DIVERSITA’ è del FOLLE. Non ve n’è uno uguale ad un altro. Come ad ognuno è data l’esistenza singolare, anche al folle è data una malattia tutta sua, clinicamente riconducibile a questa o a quella patologia, più o meno riconoscibile, ma diversamente vissuta, esperita da chi la abita. È una corazza, è una ferità del corpo, fisico e spirituale. Una rimarginatura, una smarginatura, un limite. La medicina direbbe è una patologia. 

È stato sempre uno stigma essere folli, nella storia del nostro Occidente. Bisognava espiare la colpa di essere segnati dalla malattia mentale. Michael Foucault, storico, sociologo e filosofo, nel 1961 nel suo saggio Storia della Follia ne parla. Sorvegliare e punire, separare e nascondere. Il folle non doveva essere visto, non doveva essere ricordato, possibilmente neanche nominato. Si costruisce nel tempo la CRIMINALIZZAZIONE della follia, la sua segregazione. Dall’età medievale all’età moderna i folli sono, tra devianza e trasgressione, più che curati, puniti. Incatenati, crocifissi, disumanizzati, torturati. Sono repressi nei manicomi. Infine, dimenticati. 

E solo con Franco BASAGLIA che l’approccio alla follia cambia fino ad una legge di Riforma, la legge Basaglia, appunto, del maggio 1978, una legge di CIVILTA’. Formalmente legge, grazie a Bruno Orsini, psichiatra e politico democristiano, la legge porta il nome di Basaglia, vero promotore della RIFORMA psichiatrica in Italia. Prima della 180 c’era la legge 36 del 1904, per la quale venivano internati nei manicomi le persone “affette per qualunque causa da alienazione mentale”. Se la Legge 180, da una parte, non prevedeva di “lasciare liberi i matti”, ha consentito la CHIUSURA dei MANICOMI e l’abbattimento di qualunque “muro”, segregazione e istituzionalizzazione della salute mentale. Intanto, entrata in vigore la L. Basaglia, la stessa legge a dicembre dello stesso anno, viene sostituita dalla L. 833. È proprio nel 1978 che viene istituito il Servizio Sanitario Nazionale. Sono anni caldi quelli, per intenderci, del rapimento e della uccisione di Aldo Moro, figura istituzionale di primo piano, la cui violenta e prematura scomparsa costituirà un vulnus democratico per l’intero Paese. 

Basaglia s’impegna in ogni modo nel progetto di riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica, ospedaliera e territoriale, con il superamento della logica manicomiale. In una famosa intervista Franco Basaglia afferma che “Non è importante il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione!”. Al centro finalmente è la DIGNITA’ dei pazienti. Prima c’erano i manicomi, con tutto il carico dei loro orribili orpelli. fili spinati, whisky, cloroformio, paraldeide. Botte e acqua fresca. Fetori nauseanti e strutture fatiscenti. Spesso anche il personale sanitario, gli addetti, gli operatori sociosanitari, erano simili a secondini o comunque legati a un protocollo estremamente legato alla sopravvivenza, più che alla relazione umana. Prima c’erano i matti, gli alienati, con la loro follia da confinare, da tenere lontana dalla collettività, da contenere. Celle di isolamento, occultamento e cronicizzazione di quello che era- e forse continua ad essere ancora oggi – uno stigma sociale per chi avesse a che fare con la malattia mentale. 

A distanza di due anni dal primo lockdown ci chiediamo quanti disturbi del comportamento, quanti disagi psichici e relazionali, soprattutto nelle fasce di età adolescenziali e senili, e nelle fasce socioculturali più deboli, vengano considerati un fatto privato e non una responsabilità collettiva.


Mari Grazia Palazzo

 

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