TRAME E LUOGHI- Adriana Ferrarini: Il Delphos di Fortuny e il Tempo perduto

Henriette, compagna di Fortuny indossa un Delphos .

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IL PALAZZO DEGLI ORFEI

Strati su strati di storia, ambizioni e ingegno, felicità e dolore, si depositano tra le pieghe e le cuciture di un abito.  Su questi mi piace indagare.
Prendiamo il DELPHOS, la più nota creazione di Mariano Fortuny, in mostra nella casa-museo da poco riaperta al pubblico dopo la chiusura dovuta all’Acqua granda.
Il palazzo che il poliedrico artista spagnolo elesse come sua residenza a Venezia, si chiamava Palazzo Pesaro degli Orfei: di proprietà della nobile famiglia veneziana, doveva la seconda parte del suo nome all’Accademia degli Orfei, società musicale, come anche la successiva Società Apollinea che ospitò nel corso del 1700. Quest’ultima poi si trasferì alla Fenice.
Qui nacque il mitico Delphos, creazione dell’artista e della moglie Henriette.
Palazzo degli Orfei, società Apollinea, Delphos: l’antica Grecia ha innervato questo luogo. O forse i luoghi si scelgono e poi impongono, con il loro nome, anche un certo modo d’essere e pensare a chi li vive.

.LA GRECIA ANTICA E L’IMPERIALISMO EUROPEO

Il mondo occidentale ha sempre avuto la chiara consapevolezza di derivare, in tutti i suoi sviluppi successivi, dalla matrice greca. Ma il territorio greco ha ignorato per secoli i resti del suo glorioso passato che solo a fine ottocento vengono riscoperti.  La storia si era depositata su di loro, nascondendo sotto strati di vite successive e anonime templi e teatri e statue dell’età classica. La Grecia, piccolo paese che solo nel 1833 conquista l’indipendenza, non ha però i fondi per intraprendere costose campagne di scavi che richiedono l’indennizzo di chi abita nei territori interessati. E qui entrano in gioco le grandi potenze e la loro lotta per la supremazia.
Sulla fine del XIX secolo lo scontro tra Francia e Germania, che sfocerà nelle I guerra mondiale, diventa anche una competizione in campo archeologico: l’Accademia archeologica tedesca e la Scuola archeologica francese si disputano i siti migliori.
La Francia riesce ad aggiudicarsi dal governo greco il diritto di intraprendere gli scavi nel sito archeologico di Delfi, il cosiddetto “ombelico del mondo”. Gli scavi iniziano nel 1891 e si concluderanno dieci anni dopo.
Nel 1896 torna alla luce l’”Auriga di Delfi”..

 Isadora Duncan con il poeta Sergej Esenin e una figlia adottiva che indossa un Delphos 

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IL DELPHOS.

È in onore di quella statua e del chitone arricciato e sciolto che indossa, che nel 1909 Fortuny denomina Delphos la veste da lui creata. Una tunica realizzata con stoffa plissettata in seta secondo un procedimento inventato e quindi brevettato dall’artista e dalla sua compagna, Henriette.
È un’apoteosi della semplicità e della complicazione. Si tratta infatti di un abito a forma di cilindro che lascia lo spazio per la testa e le braccia, ed è realizzato con un taglio rettangolare. La particolarità è l’ampiezza del taglio usato, dal momento che il plissé richiede circa 3 o 4 volte in più di materiale rispetto all’ampiezza che avrà l’abito. In apparenza semplice, in realtà com-plicato, pieno di pieghe.
La tunica, ispirata ai chitoni, anziché costringere il busto della donna in strutture rigide come il corsetto, lascia libero il corpo e ne rivela le forme usando materiali morbidi. Otterrà un grande successo tra le donne emancipate e ricche dell’alta società della Belle Époque.

VENEZIA META DEL JET SET DECADENTE

Venezia era allora luogo di incontro di intellettuali, artisti, eccentrici. Tre milioni e mezzo di visitatori si riversavano nella città ogni anno. Al Lido erano appena sorti i due Grand Hotel frequentati dal jet set internazionale. La scrittrice Edith Wharton per quel mondo che affollava le estati veneziane, usa tre aggettivi: “inter-married, inter-loved, inter-divorced” (matrimoni, amori, divorzi: tutto è intrecciato). La città è tollerante. Offre piaceri leciti e illeciti.
La marchesa Casati ha di recente eletto a sua dimora e luogo di intrattenimento una curiosa costruzione vicino alla Madonna della Salute. Si tratta di quello che doveva diventare il più grande palazzo sul Canal Grande ma non era andato oltre il pianterreno: le ambizioni della famiglia Venier de’ Leoni si erano rivelate più vaste delle loro risorse e così di quel progetto rimase solo un embrione, un’incompiuta che ha continuato nel tempo ad attrarre l’attenzione di artisti danarosi e di eccentrici.
In quel palazzo non finito che oggi è la sede del Museo Peggy Guggenheim, la marchesa, amica e confidente di D’Annunzio, organizza feste memorabili. Di lei si dice che la notte girasse nuda per la città con addosso un kimono di velluto seguita da un corteo di servi nubiani e una pantera al guinzaglio. Che rimanesse immobile su un piedistallo per tutta la durata di un party.
Nell’agosto del 1909, l’anno del Delphos, a casa sua sono ospiti le tre maggiori icone della danza del Novecento: il ballerino russo Vaslav Nijinsky, la ballerina americana Isadora Duncan e l’inventore dei balletti russi,  Sergej Djaghilev.
La marchesa Casati è la prima a indossare un Delphos. Magari proprio a quella cena in cui Nijinski e la Duncan scoprono la loro profonda incompatibilità.
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Peggy Guggenheim indossa un Delphos

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.VENEZIA OPERAIA

Una Venezia luccicante e spensierata si affaccia sul Canal Grande, mentre una Venezia operaia in piena espansione industriale si affatica alla Giudecca, chiamata da alcuni “la piccola Manchester”. L’azienda più importante è il  Molino Stucky, una favolosa architettura neogotica voluta con tutte le sue forze dall’imprenditore di origine svizzera Giovanni Stucky che è ora, sul finire dell’Ottocento, il più ricco veneziano.  Nel suo mulino lavorano 1500 operai.
Una città effervescente, brillante, inquieta. Il 1910 alla stazione di Venezia  Giovanni Stucky viene accoltellato da un dipendente, un ex operaio anarchico. Il figlio Giancarlo camminava davanti al padre quando, voltandosi, lo vide accasciarsi a terra con la gola squarciata.
Giancarlo Stucky, che non riuscirà a traghettare l’azienda fuori dalla crisi del primo dopoguerra, è amico di Mariano Fortuny: A lui vende il terreno su cui ancora oggi sorge l’azienda tessile Fortuny alla Giudecca.
L’anno successivo in città si diffonde l’epidemia di colera, ricordata da T. Mann, ospite abituale del Grand Hotel Des Bains al Lido di Venezia in quegli anni, in “Morte a Venezia”.

PROUST E IL DELPHOS.

La marchesa Casati, Eleonora Duse, Isadora Duncan, fino a Peggy Guggenheim: lunga è la lista di tutte le donne famose, attrici e nobildonne che hanno indossato un Delphos. Era un must che non poteva mancare nel guardaroba delle donne influencer di allora.
Una veste talmente iconica che Marcel Proust ne fa il simbolo dell’insufficienza della vita, del dolore del desiderio. In una lettera scritta il 17 febbraio 1916 alla sorella di Fortuny spiega che cosa rappresenti per lui e le chiede di dargliene una descrizione precisa:

“Cara amica,
Quanto a Fortuny, mi piacerebbe molto sapere a quali Carpaccio si è ispirato e precisamente a quali vesti e in che misura. Vi spiego perché. Di massima, nel seguito del mio Swann non parlo di nessun artista, trattandosi di un libro di narrativa, non di critica. È probabile però che farò un’unica eccezione e che questa eccezione sarà Fortuny.

All’inizio del secondo volume un grande artista con nome fittizio, che nell’opera simboleggia il grande pittore, racconta in presenza di Albertine che, a quanto dicono, un artista, Fortuny, ha scoperto il segreto delle antiche stoffe veneziane ecc.
Dopo che (nel terzo volume) Albertine è diventata la mia fidanzata, mi parla degli abiti Fortuny, che a partire da questo momento indico sempre per nome, e io le faccio la sorpresa di regalargliene. La brevissima descrizione di questi vestiti accompagna quella delle nostre scene d’amore (per questo preferisco vesti da camera, perché lei è in camera mia in deshabillé, sontuoso ma deshabillé) e poiché, finché è viva, ignoro quanto l’amo, quelle vesti mi evocano soprattutto Venezia, il desiderio di andarci, alla cui realizzazione Albertine rappresenta un ostacolo ecc..
Trascorso parecchio tempo mi reco a Venezia, ma in un quadro di X (diciamo di Carpaccio) rivedo un vestito che le avevo regalato. In passato quest’abito mi aveva evocato Venezia e mi aveva fatto desiderare di lasciare Albertine. Adesso il Carpaccio che me lo propone mi evoca Albertine e mi rende penosa Venezia.”
Il Delphos è quindi per l’autore della “Ricerca del tempo perduto” il simbolo tragico dell’assenza di cui si nutre la vita. E delle metamorfosi incessanti di tutto ciò che esiste.
E così viene descritta la veste in un passo tratto del V volume della Recherche, ”La prigioniera”:
“Le vesti o vestaglie [….] fatte da Fortuny su antichi disegni veneziani. E’ forse il loro carattere storico, o piuttosto il fatto che ciascuna è unica, a dar loro un carattere così singolare che l’atteggiamento della donna che la indossa, mentre ci aspetta o parla con noi, acquista un’importanza straordinaria, come se quel vestito rappresentasse il frutto d’una lunga deliberazione e se quella conversazione si distaccasse dalla vita ordinaria come una scena di un romanzo?
Nei romanzi di Balzac, certe eroine indossano di proposito un certo vestito, quando devono ricevere un certo visitatore. I vestiti di oggi non hanno altrettanto carattere, eccettuati quelli di Fortuny. Nulla di vago può restare nella descrizione del romanziere, giacché quel vestito esiste realmente, e i suoi menomi disegni sono altrettanto naturalmente precisi di quelli di un’opera d’arte. prima di indossarne uno, la donna ha dovuto scegliere tra due vestiti, tutt’altro che simili, ciascuno dei quali è anzi profondamente individuale e potrebbe portare un nome.

(“La Prigioniera”, V volume “La ricerca del tempo perduto”, pag.30)

Ritorno e concludo con un piccola nota sulle metamorfosi: se Delphos, eroe eponimo di Delfi e mitico re del territorio intorno al Parnaso, è diventato un vestito di lusso che ha fatto storia e letteratura, il Molino Stucky da mulino si è trasformato in un hotel, mentre il Palazzo degli Orfei come pure il palazzo incompiuto dei Venier si sono tramutati in musei. Un eroe, un mulino, due abitazioni. Un vestito, un hotel, due musei. Questa è Venezia.

Adriana Ferrarini

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RIFERIMENTI IN RETE

https://www.storicang.it/a/delfi-il-santuario-sepolto-dio-apollo_14641

María Teresa Magadán, 09 gennaio 2020, Delfi, il santuario sepolto del Dio Apollo

https://artsandculture.google.com/story/SgVhyD72_413Jw?hl=it

Bibliografia

Judith Mackrell, Il palazzo incompiuto. Vita, arte e amori di tre celebri donne a Venezia, EDT 2021

Lettere 1912-1922 Marcel Proust – Gaston Gallimard– Mursia, 1993.
A cura di Pascal Fouché. Presentazione di Carlo Bo.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto- Einaudi, 1963-1965.
Edizione integrale della “Recherche” a cura di Paolo Serini.
Traduttori Natalia Ginzburg, Giorgio Caproni, Franco Fortini, Paolo Serini, Elena Giolitti, Mario Bonfantini, Franco Calamandrei e Nicoletta Neri.

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