RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Elaborazione in corso

charleston- la casa di vanessa, sorella di virginia woolf

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Il piccolo angolo era di estrema importanza per lei. Uno spazio davvero minuscolo. La sensazione di sentirsi al sicuro. Non le era mai passata la paura proveniente dall’infanzia. Questo è il periodo di cui già ricordava, ma chissà quando era cominciata la paura. La paura, alla base di ogni azione e comportamento umano. Ilde aveva bisogno, durante il giorno, di fermarsi nel proprio angolo. Mettersi tranquilla con se stessa anche solo per qualche minuto. E poi continuare la vita. Già, continuare la vita, come se fosse facile agire in una continuazione. D’altra parte può esistere uno strappo – e tanti altri – ma si resta comunque nella continuità. Ilde non era una persona che trascorreva tanto tempo a piangere nel suo angolo. Immediatamente si rese conto che il troppo e il poco sono così relativi da risultare inquantificabili. Perché – bisogna ammetterlo – non siamo sempre prevedibili, anche se spesso siamo persone banali e scontate. Ci sarà sempre qualche sorpresa nella nostra vita, e fronteggiare risulta un atto creativo: denso di incognite, misto di contraddizioni, avido di trovare un punto di equilibrio. Lei non accettava ciò che la morte rappresenta nelle nostre vite. Non la sua rappresentazione, ma l’aspetto che essa costituisce nella vita di ogni essere vivente. Non accettava la violenza insita nel processo del dovere morire a ogni costo. Per non parlare del duetto di domande: perché nascere? perché morire? Non si può nemmeno permanere sulla terra a tempo indeterminato. Sarebbe faticoso, impossibile. Ilde doveva adeguarsi, come ogni forma di vita, al proprio destino. Trascorrere, anni dopo anni, la vita insieme a una persona, e poi ZAC il filo reciso, la vita altrove, la corporeità con la sua presenza scenica divenuta una astrazione. Il caso, la necessità, il destino, la malattia, l’agonia e perfino il mistero stanno lì a supportare l’evento della morte. La morte è la sola cosa che ci lega a livello egualitario ancora di più della malattia. Questo è il patto che si accetta quando si nasce. Talmente scontata è la morte da risultare una perenne sorpresa. Ilde si sistemò nel suo angolo e pensò a come vivere il lutto. Un lutto che doveva tenere a bada per l’intensità con cui si inseguivano i ricordi. Non decideva nulla, perfino il ritmo del ricordare – non si sa da chi – era già deciso. Nel primo periodo dovette cedere alla potenza, al caos, alla concretezza e al lato struggente e persistente della memoria. Come potevano ripresentarsi – completi di ogni fuggente accessorio – episodi avvenuti tantissimi anni prima? Non erano mai stati così nitidi e portatori di nuovi messaggi. Avevano assunto connotazioni ben più sottili; sfumature capaci di stagliarsi dal fondo, e in più una carica di amore, che mai avrebbe creduto di possedere, pulsava come una ferita. Forse, era questa carica che la commuoveva fino allo spasimo. Amare la persona scomparsa con una aderenza assoluta, perché quella persona era stata una presenza fissa, continua, ossessiva nella sua vita. Il non vedersela più intorno l’aveva  troppo sconvolta, mostrandole alcuni aspetti che via via si erano evidenziati con tratti incandescenti. Non sapeva bene per cosa e per chi provasse quel dolore così insopportabile. Ignorava se il piangere era in relazione alla sofferenza che provava o per la perdita in sé. O un miscuglio da cui non poteva separare. Un dolore a cui non si era mai preparata. Un dolore che sormontava e mai scemava in una forma più accettabile. Tutte le persone intorno le raccomandavano di avere  pazienza, di accettare la perdita, di aspettare i doni del tempo che trascorre, di prendersi il giusto tempo per elaborare il lutto. Ma sacra terra, queste sono parole che si si dicono a chi soffre. Queste sono parole che hanno lo scopo di consolare. Parole per non restare mute davanti il disorientamento della morte. Parole che Ilde aveva smesso di ripetersi per non illudersi di trovare una soluzione. La morte è una storia irrisolta. Ilde ci sarebbe affogata come tutte/i coloro che soffrono di subire una violenza. L’aspetto della violenza – sì una naturale violenza – non le riusciva di assecondare e discendere nel corpo e nella mente. Si bloccava, si anchilosava e mortificava il pensiero successivo. Avrebbe preferito pensare che siamo spirito, che voliamo quali infiniti, che siamo stelle… che non siamo più le vittime del nostro corpo. E invece, i pensieri alti restavano incapaci di destarsi, impossibilitati a superare i piedi. Voleva i sandali alati di Hermes. Solo un paio di sandali con le ali. Non chiedeva poi l’assoluto! Ogni giorno si controllava i piedi per verificare il momento del miracoloso evento. Ebbe la certezza, come una risposta che per tanto tempo si chiede e giunge all’improvviso, che le ali di Hermes non si sarebbero attaccate ai suoi piedi dall’oggi al domani. Ilde si rifugiò nel suo angolo a piangere. Chi l’avrebbe detto che il suo corpo si sarebbe scosso in forti singulti pensando a quell’uomo. Durante la vita avevano trovato anche il tempo di detestarsi fino al punto cruciale in cui non distinguevano quale forma di amore stessero vivendo. Vi sono periodi di cui nulla sappiamo, e solo dopo ci appaiono in un altro modo o ne vediamo qualche componente. Non era l’analisi della loro storia di amore a interessarla e a muoverla. Non decideva nulla su quel sentimento veloce, improvviso, sconvolgente che le arrivava strattonando ogni misera forma di quiete che con tenacia cercava di costituire. Ilde non poteva trattenersi. Neanche abbandonarsi audacemente le dava aiuto. Si recava più spesso nel suo angolo, e solo da quel punto una fugace intuizione, una rapida percezione, un sentimento e altre manifestazioni inspiegabili le facevano compagnia. L’ora del lutto l’aveva invasa brutalmente. Non c’era stata nessuna dolcezza. Nessuna fase lenitiva l’aveva accompagnata. Di questa spinta violenta non perdonava niente. Ilde era incazzata a morte con la vita e non sapeva se l’elaborazione del lutto avrebbe fatto il suo inevitabile corso dentro di lei o si sarebbe annichilita nella spinta contraria. La spinta che va verso il basso e non prende mai quota. Non  conosceva pronostici. Non ci si può assentare da se stessi per troppo tempo. Invocava un po’ di oblio, anche se sapeva benissimo che a nulla poteva sfuggire, mai a se stessa. Si sentiva tanto stanca di tutte le situazioni in cui si era trovata nella vita e si chiedeva come e perché fossero quelle cose a fare parte della sua vita e non altre. Dicono che perfino la famiglia in cui nascere è una nostra scelta. Si intuisce che abbiamo altri criteri prima di nascere e che non ci disturba così tanto la sofferenza immediata a cui stiamo automaticamente andando incontro. Basta spostare i gradini delle scale. Ma in questo periodo Ilde è nel suo angolo e non riesce a compiere grandi spostamenti. La morte è una suprema forma di rigidità. Il grande dilemma tra essere e non essere che si dipana ancora una volta privo di risposta. La trasformazione della materia organica nel processo di morte o la liberazione dello spirito che toglierebbero staticità al processo di morte, per Ilde in questo momento, non significano un granché.

Francesca Eleonora Capizzi

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