PASSAGGI CON FIGURE- Elianda Cazzorla: Verso est (prima parte)

 elianda cazzorla- verso est, settembre 2021

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Italia, Slovenia, Croazia, Serbia, Nord Macedonia, Bulgaria, Turchia, Giorgia. Attraversati otto stati per 8.000 km in una Jeep del 1945. 

 

Il suo nome è Willys. 

Arturo ha recuperato il telaio in un campo giallo d’Emilia, vicino a Rimini che non è solo mare e piadine. Il luogo resta imprecisato, nonostante continui a chiedergli: Arturo dove l’hai trovata? Resta un mistero. Willys ha ruote grandi come quelle dei trattori, ma guai a definirla un trattore, significherebbe svilire tutti i 6.000 esemplari prodotti negli anni del secondo conflitto mondiale. Il motore della “nostra Willys” è il risultato di un assemblaggio di pezzi con cuore Frankenstein metallico, Willys non ha porte non ha tettuccio. Ci sali e scendi come se fosse uno scoglio, ogni volta cerchi un appiglio migliore per semplificare gli intrecci tra braccia e gambe per non cadere e alle spalle non hai l’acqua del mare, ma terra dura dura.

Quando è in movimento la Willys è tutto un traballo e produce anche rumore assordante che spacca i timpani. Al secondo giorno di viaggio verso est, ci fermiamo in un villaggio sloveno, compro in un negozietto di articoli per la campagna, una cuffia per tagliatori d’erba. Ogni volta che si riparte infilo le cuffie, mi sembra d’essere al galoppo di un trapano d’asfalto, il viso scosso con tutto il resto che ci sta attaccato. Le cuffie del tagliatore d’erba sono gialle, hanno la forma di mezze palle in contrasto con gli occhiali neri da mosca scelti per andare contro il vento. Il risultato? Con bandana nera Declaton  raggiungo allure parigino d’ape gigante, a destra di Arturo, cavaliere, guidatore silenzioso senza convenevoli. 

Siamo in tre. Arturo al volante della “nostra” Jeep Willys, Ginevra, la sua donna alla guida di una Tenerè 700 per sponsorizzare Yamaha, io sono la Penna per documentare l’impresa. Siamo partiti da Cervignano, in Friuli, vorremmo raggiungere l’Armenia, ma se Tiblisi, in Georgia è certa, Everan molto meno. La ruggine antica tra turchi e armeni non permette scavalchi di confine diretti. La Penna ogni tanto si placa e scatta foto e gira video con punti di vista diversi. Deve registrare il rumore delle ruote della Tenerè sullo sterrato, sull’asfalto, sulla ghiaia vicino allo strapiombo oltre alle rocambolesche gira volte di Ginevra, bella con la sua treccia nera che spunta dal casco, ma il rumore assordante della Willys, spesso copre ogni altro suono.

(…)

Ventiquattresimo giorno, fatti 6064 chilometri, diretti verso Kars, in attraversamento sulla litoranea del Mare Nero, caldo infernale. La pece sembra liquefarsi sotto le ruote della Willys. Il molleggio è quello dei bei tempi sul tappeto azzurro in palestra dopo il salto della cavallina. Pece calda e ghiaino bianco fanno asfalto nero, bollente. Non so cosa può succedere se il sole picchia oltremisura e la temperatura ha perso la sua lineetta rossa.  Chi se l’è mangiata? Una delle cicale che ci stonano le orecchie? In tante girano il loro ventaglio segreto in una ossessività testarda. Troppo caldo. E se il sole, giaguaro giallo, mantiene la temperatura della pece elevata, cosa succede all’asfalto? I quattro copertoni da trattore della Willys continuano ad affondare come zampe di elefante nel fango della giungla. E sta per succedere qualcosa di inedito. Mai visto né sentito dai tre occidentali in trasferta. Pietruzze nere di pece schizzano in ogni dove. In alto, in basso, a destra, e sinistra. Di qua, di là, di su, di giù, come si muovevano le anime dell’inferno in peccato d’adulterio. La Penna le segna: Canto VI. Non invoca Paolo e Francesca e nemmeno Stephen King per una migliore resa pittorica del tutto.  Qui c’è il tatto che stravince con i suoni mescolati tra gli elementi della natura e quelli della cultura, e poi c’è l’olfatto intriso di catrame. I sassolini arrivano dritti in testa, entrano nelle orecchie, si appiccicano agli occhiali, mitragliano le gambe, le braccia. Il petto. La maglietta ha macchie nere. Gli zaini hanno macchie nere. Le scarpe hanno macchie nere. Gli asciugamani sono pieni di catrame come quelli degli anni 60 in riva al mare quando ero piccina e c’erano le petroliere che scaricavano petrolio… continua il ticchettio ripetuto sulle lamiere della Willys. Se chiudessi gli occhi potrei credere d’essere in pianura padana in una delle sue più belle giornate d’afa d’agosto, con la grandine che modellerà tettucci e cofani d’auto con bozzi da stagnino incazzato. E invece non è grandine piccina nella sua fase iniziale di seme che diventerà chicco d’uva per trasformarsi in noce. Bum! Sul tettuccio. Ma no! Penna che dici? La Willys non ha tettuccio. I sassetti cadono in tanti sull’alluminino zigrinato del fondo, vicino ai nostri piedi. Questo è un inizio che sembra non avere alcuno sviluppo nella sua ossessiva ripetizione, un inizio infinito che può continuare all’infinito. Ma quanto dura? 

(continua)

 

Elianda  Cazzorla 

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 elianda cazzorla- verso est, settembre 2021

 

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