LU CUNTU DE LI GENTI- Claudia Mazzilli : note di lettura su “L’àrbulu nostro” di Giuseppe Cinà

dal censimento degli alberi monumentali italiani

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Archeologo di una cultura morale e materiale in estinzione, Giuseppe Cinà porta alla luce una pluralità di mondi ora eroici ora umili legati all’ulivo, tra dimensione omerica, dimensione biblica e quotidianità. Ogni tentativo di lettura e analisi di L’àrbulu nostru (La Vita Felice edizioni, 2022) non può che essere una radiografia che prova a restituire l’anatomia contorta, nodosa e ramificata dell’ulivo stesso, restituita nel testo con inclinazioni, derive, punti di contatto e rimandi che lo rendono intrinsecamente dinamico.  

Partirei non dal componimento che apre la raccolta ma da Lu prufissuri di li petri: a metà libro, sembra quasi un secondo proemio con implicazioni di poetica (p. 71):

[…]

Ma è di na ciòtula di ossa d’alivu
cu na mpullina d’ògghiu allatu
ca mègghiu stizzìa lu cuntu di li genti.

Alliscia cull’occhi dda stidda
ca fa lustru a lu tempu
lu dutturi di li petri, e un purtuni
si grapi supra li millenni pacinziusi
di reggini cu peddi dilicati, luttaturi
fìmmini e òmini chi passaru
pi guerri, sacri unzioni e congressi d’amuri
e màceri camali di bùmmuli
a li scari di navi d’ògghiu
chi succurreru esèrciti e citati ricchi
unni armenti di schiavi a pani duru
foru nutricati e alivi di scàrtitu.

[…]

Ma è da una ciotola di semi d’olivo
con accanto un’ampolla di olio
che meglio stilla il racconto dei popoli.

Accarezza con gli occhi quella stella
che fa luce al tempo
l’archeologo, e un portale
si schiude sui pazienti millenni
di regine dalle delicate pelli, lottatori
donne e uomini che andarono
per guerre, sacre unzioni e convegni amorosi
e maceri scaricatori di anfore
agli approdi di navi olearie
che soccorsero eserciti e ricche città
dove armenti di schiavi a pane duro
furono nutriti e olive di scarto.

Di ulivo era la corona degli atleti antichi, che ricevevano una giara di olio sacro. Di ulivo fu il palo con cui Odisseo accecò Polifemo, di ulivo il letto dell’eroe polýtropos e di Penelope, radicato nel suolo di Itaca, inestirpabile, come sapevano solo i due sposi. E, approdato sulla spiaggia di Scheria, nel momento di massimo abbrutimento, quando è un naufrago privo di tutto, nudo e incrostato di salsedine, Odisseo si nasconde tra due cespugli, uno di ulivo e l’altro di olivastro, profondamente intrecciati, come ciò che è antropizzato e ciò che è naturale s’intrecciano da sempre in un abbraccio che assomiglia spesso a una lotta: come già notava Vincenzo Consolo in L’olivo e l’olivastro, l’olivastro è simbolo della bestializzazione estrema del naufrago, ormai tutt’uno con i fenomeni meteorologici che lo hanno agìto tra i flutti, l’olivo invece è simbolo dell’imminente ritorno alla civiltà, garantito dall’ospitalità dei Feaci.

Ciò basta a evocare la ricchezza di stratificazioni simboliche e antropologiche dell’ulivo. E molti altri esempi si potrebbero fare, sciorinando citazioni bibliche. Ma il riferimento a Omero e a Vincenzo Consolo, da cui ho deciso di partire, non è casuale. È un omaggio alla sicilianità, per la sua ricchezza di tracce mitiche ed epiche. Ma anche per la sua specificità mistilingue e per le sue potenzialità inventive e glotto-poietiche, perché Giuseppe Cinà plasma una sua lingua originale. Cinà non adotta la lingua palermitana, quella materna, come un calco museale, ma vi innesta (non potrei usare altro che una metafora presa dalla fatica contadina) trasformazioni che ne ispessiscono la valenza poetica: tra queste gli adattamenti etimologici piuttosto che fonetici, gli italianismi, i grecismi e i latinismi che, con perizia archeologica, sono sedimentati nel suo ricchissimo humus. L’esito è un distillato sapientemente raffinato eppure cadenzato dai timbri dell’oralità e della narratività, favorite entrambe dai versi sciolti.

Tale operazione non è un restauro paleografico, né a livello linguistico né a livello di immaginario. È piuttosto la rivitalizzazione ciclica, il dissodamento paziente, la cura (contadina) di chi riconosce una tradizione, un patrimonio, un’esperienza marginalizzata, una dimensione culturale che ancora non è estinta, se tanti sono i poeti e gli scrittori che traggono ispirazione dall’ulivo e da ciò che esso rappresenta. In questo Cinà attinge a Esiodo, che nelle Opere e i giorni non offre un almanacco tecnico di pratiche agricole, ma un orizzonte di valori, un’arca sapienziale. 

E Cinà attinge anche ai quadretti descrittivi di Teocrito, che dalla campagna siracusana giunse alla metropoli dei Tolomei e lì, ad Alessandria d’Egitto, cantò lo zufolo di Dafni: il timbro teocriteo è riconoscibile soprattutto quando Cinà descrive scene quotidiane con protagonisti appartenenti a un mondo dimesso e realistico (L’antico appuntamento, Il carrettiere, Il guaritore, Il bracciante di Calatafimi, Il frantoiano). Ciò basta a dimostrare la versatilità di un poeta che, oltre al mito classico e giudaico, sa cuntari/ li so freneticanti cunti di eroi sfardati (p. 58). 

La stessa struttura bilingue del libro, in dialetto e in italiano, tradisce una doppia appartenenza: l’uomo dell’ulivo è anche l’uomo della città. Ma, comunque si voglia leggere questo libro, esso ci parla dell’ulivo proprio quando si è lontani dal paesaggio che gli è naturale. L’uomo di città (una iunctura che non uso a caso, essendo Cinà architetto e urbanista) riscopre in sé un metabolismo biologico e capisce che la natura non può essere sempre e solo agìta, dominata, manipolata, abusata. Siamo agìti dalla natura. Lì è la sapienza (mediterranea), lì la consapevolezza del nostro limite in quanto esseri umani e mortali, una sapienza inattingibile per chi frettolosamente percorre la Sicilia negli itinerari turistici. 

Voi che siete corsi ai terrazzi belvedere
a ubriacarvi di paesaggi
che conoscete i nomi dei fiori
e amate i libri e le antiche pietre
la natura e l’olio biologico;

[…]

Ma voi
che siete tornati alle vostre città
non siete entrati nel campo, ch’era là
un metro più avanti del terrazzo belvedere
e non avete visto dove l’ultimo ulivo s’abbraccia
alla vite nel silenzio della terra e a sera
quando i discorsi dei grilli invitano al sonno
ancora nere si distendono le notti senza luna.
Fin là arrivavano le campagne immani
di aride colline e pietraie sconfortate
fin là i pascoli, i grassi armenti
i mattini dal fiato sospeso
rallegrati dallo zufolo di Dafni
e i qanat, i catusi
che l’acqua portarono ai rigogliosi frutteti.
Meta di un viaggio che nessuno sogna più
come i templi quei paradisi sopravvissero
agli dei ma si sono arresi alla miseria.

(Voi che siete corsi ai terrazzi belvedere, pp. 116-121)

Mi piace andare direttamente alla fine di questa raccolta di poesie, nel tentativo di decifrare un itinerario a ritroso (però fecondo di futuro). E ho voluto citare almeno questo testo esclusivamente in italiano: per rendere evidente a qualsiasi lettore quanto assomigli a una replica a un testo molto noto, il sonetto di apertura del Canzoniere petrarchesco (Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono) e perché, forse con un’intenzionale contrapposizione, Cinà lo colloca alla fine invece che all’inizio: più antica del fiorentino “canonizzato” è appunto la lirica siciliana, poi toscanizzata. 

Il movimento ondivago tra passato e presente è inciso nella morfologia tortile degli ulivi, in un’anatomia vegetale che sembra sollevare i rami al cielo per poi contorcersi e tornare al suolo: li rami / càdinu nna lu celu chi si sbalanza / comu un sipàriu a fini tragedia (Motosega Stihl MS 170, p. 122).

Ma si diceva del rapporto tra l’uomo e la natura. Ed ecco un testo che ha molto da dire (Cu Amurusanza/ Con generosità, pp. 100-101):

Quannu cogghi l’alivi
un spugghiari l’àrbuli completamenti
pigghia sulu chiddu giustu. 

[…]

Napocu finirannu nterra
criscenti pi sparaci e funci di ferla
rigulìzzia di li vurpi.

Con generosità
Quando raccogli le olive
non spogliare gli alberi del tutto
prendi solo il giusto.

[…]

Molte cadranno a terra
lievito per asparagi e funghi di ferula
liquirizia delle volpi.

Una lirica che non ha bisogno di parafrasi: qui c’è la rifondazione della nostra civiltà, il superamento del paradigma tecno-patriarcale dell’eccezionalismo umano, quella solidarietà multi-specie, quella responsabilità trans-specie che è il fondamento filosofico della nuova ecologia e che ha un cuore antico: il cuore ligneo dell’olivo che sa abbracciare la vite e sa fare spazio al grano, mantenendosi schivo sulle rocce più aspre e aride, affratellato agli altri ulivi, mai solitario, dando lavoro ai poveri e ai ricchi (i componimenti più esiodei: Petra nurrizza/ Pietra nutrice, Nzitu/ Innesto, Tri frati/ Tre fratelli, Arrimunnata/ Potatura). 

L’ulivo è ponte armonico tra cielo, terra e mare, come insegna lu filosofu Empedocle a Girgenti (pp. 34-35): L’universu c’avemu davanti parra latinu /e pi capillu nn’abbàstanu la menti e lu cori. /Taliati comu tuttu si manteni /la terra e la cubba di lu celu pàrinu spattati /ma basta stu peri d’alivu chi l’abbrazza pi juncilli. (L’universo intorno a noi ci dice cose chiare /e per capirlo ci bastano la mente e il cuore. / Guardate come tutto si lega /la terra e la volta del cielo sembrano separati /ma basta l’abbraccio di questo ulivo a congiungerli).

Ed è un abbraccio che ci riscalda ancora, come traspare dal testo che dà il titolo alla raccolta:

Tu, abbasatu alivu
di anticamenti nn’accuri,
ca nzemmula a la vigna e a lu frumentu
nutricasti citati e campagni
e fusti lignu di guerra e di paci
sulu amanti di luci e aria,
ma largu di ògghiu, focu e miricini. […]

 

Tu, placido ulivo
da sempre ci curi,
ché insieme alla vigna e al frumento
hai nutrito città e campagne
e fosti legno di guerra e di pace
solo bisognoso di luce e aria,
ma prodigo di olio, fuoco e medicine. […]

(L’Àrbulu nostru, pp. 102-103)

La violenza di chi incendia, sega, estirpa per trapiantare ulivi come trofei negli striminziti giardini urbani ci parla di una dialettica che oscilla tra i due poli della amurusanza e della distruzione. Il gesto mutilante della motosega dell’ultimo componimento o di un altro degli ultimi testi (Cu fu?/Chi è stato?, pp. 106-107) non è diverso, nei componimenti incipitari della raccolta, da quello che paventa Odisseo di fronte al proprio letto abbandonato da vent’anni (Lu lettu di Ulissi/Il letto di Ulisse, pp. 16-17), o dall’arrogante rapacità di Verre, il governatore romano accusato da Cicerone (Lu latru/ Il ladro, pp. 30-31) o dal reato di cui vuol discolparsi l’imputato dell’orazione di Lisia (L’imputatu di sacrilèggiu/ L’imputato di sacrilegio, pp. 20-21). L’imputato che teme l’esìliu nna un paisi di bàrbari ha un destino non dissimile dall’ulivo che, trapiantato a migliaia di chilometri, in un mondo governato da leggi coloniali e predatorie, si affratella a un uomo di colore in nome della comune origine mediterranea (Alivu di fiura/ L’ulivo di rappresentanza, pp. 114-115), in nome cioè della stessa favula ingannatura in cui si cela una storia di meticciato, perché persino gli ulivi Sunnu figghi di casati nòbbili di tanti speci (Di casata nobbili/ Di nobile casata, pagg. 92-95).

Pugliese di nascita, greca nei viaggi e nel cuore, appartengo anch’io a terre d’ulivi aspri: ho voluto fare questo giro contorto come i nodi degli ulivi per potermi avvicinare, in una prospettiva ecologista e decoloniale, al testo che apre la raccolta (L’Arca e la palumma/L’Arca e la colomba, pp. 14-15), sforzandomi di non banalizzarlo solo perché interpella, in tempi orribili di guerra, la nostra semplice umanità. 

Fèrmati e arripìgghiati ora
sta scurannu
chista è la to casa
l’Arca di tutti l’armali
arricugghiuti a dui a dui,
un màsculu e na fìmmina.

[…]

E ora t’arricampi
ammasciatura aguriusa
supravivuta a la natura ruinata
e a li celi sdignati
purtannu un ramuzzu d’alivu
ca nni dici «Semu ancora vivi,
dàmunni aiutu!».

Adesso fermati e riprenditi
si fa sera
questa è la tua casa
l’Arca di tutti gli animali
radunati a due a due,
un maschio e una femmina.

[…]

Ed ecco ritorni
messaggera augurale
scampata alla natura devastata
e alla collera dei cieli
con in dono un rametto di ulivo
che ci dice «Siamo ancora vivi,
diamoci aiuto!».

 

Claudia Mazzilli

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NOTE SULL’AUTORE

Giuseppe Cinà, nato a Palermo, è architetto e urbanista. È stato professore associato di Urbanistica al Politecnico di Torino, occupandosi in particolare di progettazione urbana, conservazione dei centri storici e aree agricole periurbane. Ha anche lavorato come docente e ricercatore in numerosi Paesi islamici, in India e in Cina. Dopo A macchia e u jardinu (Manni, 2020) questa è la sua seconda raccolta di poesie, anch’essa premiata in alcuni importanti concorsi letterari.

Per L’àrbulu nostru/ Il nostro albero- La Vita Felice 2022 l’autore ha vinto i premi di seguito elencati

Premio Nazionale di Poesia L’arte in versi, 2022, X ed.
Premio speciale ASAS (Sez. B – Poesia in dialetto: “Alivu d’austu”)
Concorso nazionale di poesi Daniela Cairoli 2022, XIX ed.
Menzione speciale (Nzitu / Innesto)
Premio Letterario Città di Castello, 2021, XV ed.
Primo premio (Sez. Poesia, inedito)
Premio di poesia Renato Giorgi, 2021, XXVII ed.
Secondo premio (Sez. Silloge/Cantiere)
Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca, 2021, VIll ed.
Finalista (Sez. Silloge inedita)
Premio Internazionale di poesia I Colori delle Parole, 2020, Il ed.
Finalista. Menzione di merito

 

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CRACKERS POESIA- RECENSIONI DEI LETTORI

Claudia Mazzilli insegna lettere classiche ad Altamura. Dopo molte pubblicazioni sulle riviste accademiche Aufidus e Argos, è giunta al romanzo con Io sono Medea (Nulla die, 2021) e Controcanto in Verdargento (Ortica editrice, 2022).

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Giuseppe Cinà, L’àrbulu nostru/ Il nostro albero- La Vita Felice 2022

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