IL SILENZIO DI GAIA- Lucia Guidorizzi: A proposito dell’ultima raccolta di Maddalena Lotter “Atlante di chi non parla”

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C’è una devozione distaccata e cosciente in questo ultimo libro di Maddalena Lotter, un’attenzione limpida e consapevole e un intento rigoroso che compaiono già nella scelta del titolo “Atlante di chi non parla”, Nino Aragno Editore 2022 e che esprime l’impegno da parte dell’Autrice di valorizzare e dare ascolto a quanto resta a latere dell’umano, in silenzio.
Alcuni libri nascono da un equilibrio perfetto tra forma e contenuto: la loro intensità si compie in un’interazione perfetta tra immagine e parola.
Maddalena Lotter sceglie di riflettere su temi profondi, come quello della morte e dell’estinzione, ma sempre con una distanza che la libera da ogni tono enfatico o pietistico.
Il suo focus si orienta in particolare sugli animali, sulle specie estinte e minacciate d’estinzione.
Già dalla prima sezione “Migrazioni” l’epigrafe che la apre “Dominus custodiat  introitum tuum et exitum tuum”, “il Signore custodisca il tuo ingresso e la tua uscita.” (Salmi, CXX, 8) ci induce a riflettere su un tema forte come quello della morte, ma sotto un punto di vista nuovo, non minato dal cordoglio o dall’emozione, affrontato piuttosto con audacia e senza indulgere.
E’ un libro nitido che affronta temi imprescindibili per la ricerca umana e che parte dalla domanda fondamentale già presente nell’incipit della prima poesia che apre la raccolta: “E’ possibile parlare della morte, senza parlare del dolore?”

 

L’autrice si domanda
se sarà possibile parlare
della morte
senza parlare di dolore.

Senza lutto, come esplorarla
in amicizia ed esattezza, 
da veri scienziati
o forse uomini di fede

la morte che ci riguarda da subito, da prima
che qualcuno ci lasci,
che una cellula impazzita
ci finisca.

 

Questa sezione poetica, si snoda all’insegna dell’impermanenza ed è cosciente dell’inevitabile entropia cui soggiacciono tutti gli esseri viventi, ma il tutto è filtrato attraverso una visione biblico-sapienziale che a tratti assume coloriture gnostiche. Viene messo in scena il dramma cosmico della vita e della morte, anche nei brevi istanti dell’esistenza di una farfalla.

 

Algor

Questo è l’attimo di una farfalla che muore; le zampe sottili, con cui prima su ogni fiore si posava, ora si stanno ritirando, è questione di pochi secondi; la luce del giorno compone un cordoglio d’argento sulle acque del torrente; è un attimo e le sue ali sono secche, estinte, e il resto tutto rannicchiato, solo su un lato, come quello di un bambino.

 

Sono attimi che trapassano, trafitti dal bagliore del momento, colti da uno sguardo capace di osservare il passaggio dalla vita alla morte senza attaccamento e senza recriminazioni.
Da sempre il rapporto dell’uomo con la Natura, con la Terra, Gaia dall’ampio petto, come la chiama Esiodo nella Teogonia, è un rapporto tormentato, complesso e ambiguo, legato alla paura della morte e dell’incessante generazione/distruzione che fa inevitabilmente parte dei processi biologici. 

 

Rigor

 

Il corpo è fermo nel feretro
fermo e freddo ma non al pari di un oggetto,
il corpo è fermo come un luogo
un lido, un parco un tempo
frequentato.

 

La morte, investigata come un dato oggettivo, è solo una presa d’atto d’incontrovertibile evidenza.
Eppure, nella ricerca poetica dell’Autrice, c’è la coscienza dell’essere transeunte, della caducità e della vulnerabilità della vita stessa: questa percezione non viene rimossa,  ma  attraversata.
Andare e restare sono parte di un medesimo movimento, di un’interrogazione che ci porta a riconoscere l’appartenenza a luoghi che sono le nostre radici, sempre soggette alla minaccia di sradicamento. In spagnolo esilio si dice “destierro” mentre sepoltura si dice “entierro” e questo la dice lunga.

 

Casa

A volte penso che morirò qui
dove sono nata, nella laguna
da cui mai veramente me ne sono andata.

L’avevo capito da bambina
risalendo in bicicletta i fossi lunghi
dell’isola di Sant’Erasmo.

Il suono continuo delle cicale
mescolava nella testa i pensieri.
Forte nelle piccole ginocchia
sfrecciavo intorno agli orti
dove crescono le angurie e i meloni.

“Io non sarò una che fugge lontano” pensavo
il sole sceso sulle spalle
e Venezia d’oro e di arabeschi
mi bastava,
“perché lontana ho la mente”

 

Sulla terra mutano le condizioni di vita e le circostanze che l’hanno resa possibile.
Che fine hanno fatto i grandi animali scomparsi, le specie estinte? Dormono spettrali, nei loro catafalchi funebri nelle sale dei musei, come ci racconta la seconda sezione del libro “Storie di animali grandi”.
In questa parte compare il rigore tassonomico della catalogazione, l’esposizione di queste forme di vita scomparse esibite negli spazi museali per fissarne le immagini dove simboli di vita divengono emblemi di morte.

 

IV

Vago in una sala dedicata agli uteri:
giganteschi calchi di ventri diversi
di donna, per insegnare
ai medici la gestione del parto.
Apprezzo davvero il desiderio 
Maschile
Di studiare la nascita con rigore,
finchè non arriviamo alla sala dei feti.

V
(e c’è infatti qualcosa di terribile
nella conoscenza scientifica: 
il metodo.)

C’è davvero qualcosa di terribile nella conoscenza scientifica: l’hybris metodologica che pensa di poter investigare ogni organo e frugandolo, di poter trovare il mistero dell’esistenza.

Ma perché alcune forme di vita abbiano scelto di sparire, resta un mistero. In silenzio, hanno pianificato la loro estinzione e sono uscite di scena.

Questa sezione mi ha fatto venire in mente anche la poesia “Sopra una conchiglia fossile” del grande poeta veneto, per lo più dimenticato, Giacomo Zanella.

 

E’ sera 
e  hanno tutti consigliato
cosa è bene per te.

Ora suoneranno le ore d’acqua
il canto notturno
di chi entra in se stesso;
come un tuffatore si immerge

più in fondo, viso celeste e poi blu
fra le lunghe stanze della scelta
ove è soltanto un volto nel vento;

nuoti da solo,
le timide luci
ti mostrano un luogo, 

sfiorando piano i tuoi coralli
ancora scendi e ti addormenti.

 

Con questo monito che ricorda l’invito che Sant’Agostino rivolge all’uomo di rientrare in se stesso, si chiude la seconda sezione del libro.
La terza sezione “Il testimone” si configura in forma di poemetto e si apre coi versi ineffabili del grande poeta e mistico spagnolo San Juan de la Cruz:


“A questa eterna fonte està escondida/ en esto vivo pan por darnas vida,/ aunque es de noche.”

 

II

Scrivo perché il primo valore 
è la testimonianza

ma non so dire con esattezza quello che vedo,
se qualcuno leggerà sappia
che anche la mia è una traduzione

non è quello che ho visto.
quello che ho visto prima di parlare
non viene centrato da nessun linguaggio


Questa poesia introduce il senso della distanza che domina ogni cosa, e che permette allo sguardo di cogliere più aspetti insieme della realtà. Unitamente alla distanza è celebrata la virtù del mutamento, la sola in grado di permettere la durata e la salvezza. Si tratta di una forma d’adattamento dinamico in grado di preservare la vita. Se tradurre è tradire, allora il nostro tradimento si compie incessantemente all’insegna del cambiamento.

 

IV

Il terzo valore dunque è la distanza
dall’informe si muovono tutte le forme,

dall’informe le forme percorrono una distanza. 
da quella stella all’altra stella
tutto sempre percorre una distanza,

se c’è distanza ci sei anche tu.

Un altro nome della distanza è mutamento,
ciò che muta non coincide
così da solo s’apre a un ventaglio d’altri.

ciò che non muta cadrà in malattia,
diventerà morboso
sempre in sé.

un altro nome di ciò che muta è movimento,
solo ciò che si muove è vivo,
io sono vivo, ciò che vuole essere vivo
                                                                ama la distanza.

 

L’amore per la distanza diviene qualità vitale. Come Nietzsche afferma in “Così parlò Zarathustra” quando predica non l’amore per il prossimo, ma per ciò che è distante.

 

“Vi consiglio io l’amore del prossimo? Piuttosto vi suggerisco di fuggire il prossimo e di amare quelli che sono da voi distanti.”
Così parlò Zarathustra/ Parte Prima/ Dell’amore del prossimo 

 

VII

dopo la prima euforia
ora parlo più compiutamente
del distacco

lo stesso che è sorto in te.
sai bene cosa intendo quando con coraggio
  dico
che essere qui o non esserci affatto
anche per me è lo stesso.

se fosse questa una cosmogonia negativa
e io sempre più grande nella mia rinuncia

sempre meno qui
e sempre più dentro di te
ah, sì, è esattamente così


Compare l’immagine di una cosmogonia negativa che fa ripensare ai poemi gnostici, al ruolo giocato dal Funesto Demiurgo ricordato da Emile Cioran (la presenza di Cioran, appassionato frequentatore di musei e interessato alla paleontologia intesa come una sorta di filosofia, attraversa tutto il libro).
L’opera della Natura è letta in chiave gnostica.
La creazione è opera di un dio cieco, e si manifesta attraverso la sottrazione, la mancanza, l’assenza.
Il Pianeta Azzurro che è la Terra, bellissimo e misterioso nella sua complessità, è un organismo vivente e noi siamo i batteri e i virus che lo abitano, minandone l’equilibrio e la salute. Alcuni animali hanno scelto di scomparire, comprendendo che la loro parte nel dramma cosmico era finita. 

E noi? 

La morte è il mistero più grande davanti al quale dobbiamo imparare l’umiltà e l’ascolto, superando la presunzione antropocentrica che ci porta a crederci i padroni esclusivi di questo pianeta. 

 

Lucia Guidorizzi

 

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NOTE SULL’AUTRICE

Maddalena Lotter (Venezia, 1990)  ha pubblicato “Verticale” (Lietocolle & Pordenonelegge 2015. La sua silloge “Questioni naturali” è stata inclusa nel XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos 2019 a cura di Franco Buffoni. E’ curatrice, insieme a Giovanni Turra e Sebastiano Gatto, della collana di poesia A27 di Amos Edizioni.

 

Maddalena Lotter, Atlante di chi non parla– Nino Aragno Editore 2022

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