Il deserto dei Tartari- Un racconto di Paolo Polvani

giovanni bettolo- deserto dei tartari

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Pantaleo Lonigro era assillato da una sola idea: scrivere.
Nel volgere degli anni si era radicato nella convinzione che fosse quello il motivo per cui era stato chiamato a vivere: riempire fogli bianchi della sua grafia minuta.
Pantaleo era un tipo taciturno, con molti dubbi sulla consistenza della propria vita. Sono vivo? Sarà vero? – si domandava tastandosi le braccia, spiando i movimenti del corpo e i flussi vari della mente.
Scrivere allora diventava la sicurezza di esistere, una traccia tangibile e verificabile del suo passaggio. Inoltre la scrittura rendeva incisiva la sua vita: quando disseminava di segni minuti il foglio bianco, ecco che da quel mucchietto informe di cancellature, segnacci, da quel groviglio emergevano paesaggi e animali, figure umane e città. E dal labirinto di segni si profilavano nuove possibilità, che prendevano forma, crescevano e infine riuscivano a vivere di vita propria, trasmettendo emozioni e sentimenti che dapprima erano solo specchio dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, poi piano piano iniziavano a brillare di luce propria, e a guidargli la mano nel verso che a loro stava bene, oltre la sua volontà. La sua ricchezza era questa.
Dopo i vent’anni sentì giunto il momento di strutturare un edificio scrittorio, di dare uno stile ai suoi racconti. Lesse e studiò quel tanto.
Una sera Pantaleo Lonigro parlava dei suoi progetti letterari con un amico, e di come procedessero le sue fatiche.  Michele Desiderio l’ascoltava attento, perché nutriva una passione complementare a quella di Pantaleo: era un divoratore di libri.
È da tempo che sto pensando a un libro sull’attesa, un libro scarno di avvenimenti, dove tutto è in funzione di qualcosa che deve accadere, non so spiegarmi bene, ma dall’infinito possibile si aspetta qualcosa che avverrà. Per esempio un attacco nemico, e tutto è in funzione di questo evento. Si verifica una sorta di sospensione globale per questo attacco; il racconto va ambientato in una zona limite, in una fortezza ai margini di un deserto, una zona resa inaccessibile da alte catene montuose. Il protagonista è un giovane ufficiale di belle speranze, che da questo attacco aspetta di dare un senso alla sua vita.  È un po’ che ci penso, vorrei strutturarlo attraverso uno stile molto asciutto, fantastico, un linguaggio essenziale e preciso. –
Michele Desiderio tenne per sé le perplessità che l’avevano agitato nel corso del racconto, si limitò a chiederne in lettura i primi stralci non appena li avesse abbozzati.
Di lì a tre giorni Desiderio poté visionare il lavoro dell’amico.
Pantaleo esibì un’agenda scura, dell’anno in corso, e alla pagina del 22 gennaio gli mostrò l’inizio del racconto.
Una grafia irregolare fluiva lungo le pagine, non priva di ripensamenti e di cancellature.
L’inizio del racconto era il seguente: – Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la fortezza Bastiani, sua prima destinazione.-
Ma è il Deserto dei Tartari – saltò su Michele. Anche Pantaleo ebbe un moto di sincero stupore.
Ma è proprio il titolo che avevo pensato, devo avertene parlato, allora. –
Ma la sorpresa dell’amico fu per lui un atroce presentimento.  – Si fece svegliare che era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa da tenente. –
Non c’era dubbio, era l’attacco del Deserto dei Tartari.
Michele non lo sospettò neanche un attimo di plagio. Però volle essere sicuro, e corse a casa sua a prendere il libro di Buzzati.
I primi due capitoli erano praticamente identici. C’erano correzioni incredibili. Per esempio il secondo capitolo cominciava: Le livide folate della notte invadevano la valle.-
Quella frase era completamente sbarrata, e l’attacco era: – Il buio lo raggiunse ancora in cammino. –
Come è nella realtà. Michele riscontrò alcune leggere differenze, ma veramente minime.
Negli aggettivi, o nella strutturazione di una frase. Pantaleo presagì quella sera il suo amaro destino di autore di libri già scritti. Dopo aver rinunciato a terminare il Deserto dei Tartari, si diede ai racconti, ma ahimè, sebbene meravigliosi, pervasi di mistero, disegnati sul filo di una lingua cristallina, quei racconti appartenevano ai Sette messaggeri, al Crollo della Baliverna, al Colombre, erano cioè drammaticamente già scritti. Pantaleo Lonigro fu vinto dal terrore di questa sua misteriosa attività medianico scrittoria, e decise pertanto che in futuro avrebbe scritto soltanto di avvenimenti di cui fosse stato partecipe personalmente. Ma la sciagurata ventura di essere assunto in una banca non gli fornì possibilità di situazioni avventurose. Perciò la sua frustrazione era doppia: non poter assecondare gli impulsi a scrivere, perché tutto era già stato scritto, e non poter vivere in prima persona quelle avventure che gli avrebbero fornito materia per uno scrivere non già scritto.

Paolo Polvani

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