VIAGGIANDO A…Monza e le sue mostre- Teresa Mariniello: Yokai, le antiche stampe dei mostri giapponesi

kuniyoshi utagawa- la pricipessa strega takiyasha evoca lo scheletro (del padre)- 1844

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L’ultimo piano della Villa reale di Monza, il Belvedere, è stato recuperato nel 2014; dalle sue finestre, poste ai lati opposti dello spazio rettilineo, si gode la vista sul magnifico parco. 

La struttura a vista, costituita da spessi muri in mattoni sormontati da capriate in legno, è un contesto affascinante per allestimenti e mostre, l’ultima delle quali è dedicata alle antiche stampe sui mostri giapponesi.

Percorrendo lo spazio centrale, su cui si aprono piccoli ambienti specifici da nomi introduttivi e tematici come: La strada del Tokaido lastricata di paura, Il notturno giapponese, La casa e gli inquilini abusivi, Vendetta oltre la morte e altri, comincia un viaggio alla scoperta dell’immaginario giapponese legato alla paura e alla sua rappresentazione. Sono narrate storie spaventose che uniscono al mito il mistero e lo sgomento sia per ciò che genera paura nell’animo umano sia per gli effetti delle guerre e delle sue conseguenze. 

Sul sangue di quarantamila teste di nemici mozzate si fondò la lunga Pax Tokugawa.
L’assenza di guerre, allontanando i ricordi e gli orrori del passato, favorì lo sviluppo di racconti epici che davano vita ad atmosfere cupe e terrificanti…

Questo riporta il manifesto della mostra e questo mi spinge a visitarla, più dei famosi quaderni manga di Hokusai o delle stampe e libri antichi.
Perché credo che il nostro sia un periodo di paura, di grossa paura, che tacitiamo e mettiamo quotidianamente da parte. Non parlo solo della pandemia, di una guerra a noi molto vicina ma dell’ambiente che continua a soffrire e a gridare in più modi l’insostenibilità del modo di vivere della nostra razza, dello spreco, degli allevamenti intensivi, dell’uso ancora inconsiderato della plastica, ecc.

Ripenso spesso a “Il giardino dei ciliegi” e mi sembra che molti, troppi di noi, soprattutto di quelli che comandano e che decidono, siano come i personaggi dell’opera teatrale di Cechov, con la differenza che non solo una famiglia pagherà amaramente il suo non voler vedere e agire di conseguenza, ma grossa parte della popolazione della Terra.

Possibile? E il singolo individuo, oltre che avere un comportamento “ecologico” può fare qualcos’altro?
Credo di no, eppure a me serve confrontarmi con la paura vissuta in altri periodi storici e sui modi trovati per combatterla o esorcizzarla.
Percorro dunque la mostra ed entro nella stanza più rappresentativa, quella delle Cento candele.
È completamente buia, solo al centro è rischiarata dalla luce di cento candele, ora elettriche, ma in passato, naturalmente, di cera.
Intorno e avvolgente la voce di un samurai racconta la sua storia.  

Era questo il rituale:

Un certo numero di samurai si incontravano per il gioco delle cento candele, una prova di coraggio che consisteva nel raccontare e nell’ascoltare storie di paura legate a mostri; al termine della storia si spegneva una candela e il samurai che l’aveva portata agli altri si ritirava in un angolo buio. Finché non restava l’ultima candela e poi il buio più fitto e cupo.

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samurai -fine xix sec.- inizio xx sec.

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La storia raccontata dalla voce registrata parla di un mostro terrificante e di come il samurai in questione avesse perso il sonno e la gioia di vivere dopo averlo visto, narra anche dell’incredulità degli altri a che esistesse una simile creatura e della solitudine che ne era seguita per l’abbandono di tutti. Fu allora che aveva deciso di uccidersi.

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gekko ogata- ronin sotto la pioggia 1890

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Questa la narrazione che termina con lo spegnimento dell’ultima candela. Poi si accendono le luci nella grande sala ed emergono le bellissime stampe appese alle pareti, piene di combattimenti, di mostri o di cerimoniali.

Ma quel mostro sarà esistito? E così pure gli altri novantanove?
Oppure il mostro è stato quello che i samurai hanno visto dentro sé stessi, una volta smessa l’armatura e deposta la spada?
L’uomo che aveva ucciso e sterminato ed era diventato un mostro veniva gettato fuori in un racconto liberatorio che pacificava la coscienza in un rito collettivo.

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chikanobu yoshu- comparazione di fiori primaverili 1877

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Era questo il gioco per continuare a vivere e prepararsi alla prossima guerra, che non ci fu perché stava terminando il tempo dei samurai.
Come ora sta terminando il tempo dei riti collettivi, soffocato come è dall’individualismo eretto a sistema e da un narcisismo sempre più sterile.
I mostri sono oggi gli eventi naturali che devastano e infuriano esasperando quelle che erano le caratteristiche di una stagione, e noi gli diamo un nome come a conferirgli un’identità che li rende soggetti non volendo noi riconoscerci tali.
Esco dalla mostra frastornata e stupita di tanta distanza in così breve tempo. 

Poco più di un secolo…

Teresa Mariniello

 



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