RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Quelle che non siamo

helen rebekah garber- winter mother eden

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La prima parola designa nel nostro immaginario qualcosa di incancellabile o…

Inizio di un racconto, inizio di una lettera, inizio di un diario. Inizio di una pagina scarnificata del formale, e non perché non tiene conto della forma, ma perché si pone altri obiettivi inconsci. Elevata importanza ha l’obiettivo di toccare. In qualche maniera un incontro sia pure nel suo scontro dovrà accadere. Nel personale si incorre sempre, più mi metto in testa di evaderlo e maggiore è la potenza dello schianto. Lo scriverò il romanzo, magari pensando a un libro di Bernard Malamud sulla Venere o sull’opera d’arte. Nei ricordi lontani la stessa imprecisione diviene esattezza. Una esattezza che opera con altri parametri. Non tiene conto del giorno, dell’ora, dei fatti, tiene in sé il ricordo vivo, caldo, trasudante delle emozioni, dei significati, quasi rivelazioni, passati in noi e divenuti nostre parti. Potrebbe essere gelido, bruciante come un fuoco di ghiaccio. Chiudo gli occhi, anzi li forzo in una stretta mnemonica e… penso a chi ricerca nell’opera il capolavoro. A chi consuma se stesso/a in una continua attesa. Si alimenta della stessa sostanza di cui si consuma. Accade che il cerchio non divida in segmenti. Accade che non si è pronte/i ad accogliere la scrittura venuta fuori. Si comprende che si è sconosciute a noi stesse/i. Magari qualcuno, qualcuna all’infuori di noi ci conosce di più, non per come ci siamo mostrate ma per come ci siamo nascoste o comunque non ci siamo mostrate. In questo lo spavento, u scantu, come dicono in Sicilia. Il terrore, in alcuni casi, di vedersi nude. Il mio spirito vive in un corpo dai tratti femminili. Io stessa non saprei distinguere o demarcare dove il corpo dove lo spirito. Più sento il mio corpo e più conosco il mio spirito, come se la stessa materia si esprima alla massima espressione annientandosi. Agli occhi di un mondo corrente io non rappresento una donna inserita in tale mondo, una donna moderna, o come mi è preferibile dire contemporanea. Non sono nel tempo. Azioni che compio ogni giorno per le persone intorno a me sono atti quotidiani e impegni affettivi da realizzare, preferibilmente, con gioia. Una parte di me è… nell’arte potrei dire o affondata nello spazio interiore o in un non so dove. Mi piace chiamare, arte, le proprie viscere, mio il tentativo di portale fuori. Lo sforzo che durante la vita voglio compiere è mettere fuori il flusso di sangue, rendere parola la difficoltà, l’impossibilità di esprimermi. Per la comunicazione, sono certa che possa avvenire senza aspettative o per vie non pianificate e neppure immaginate. Mi chiedo perché le mie illusioni abbiano creato persone immaginarie, situazioni irreali, addirittura mondi. Dedicavo poesie, racconti, pensieri, sogni alle amiche. Nonostante il passare degli anni, l’illusione mia era intatta. L’amicizia è un legame indissolubile. Ho preso coraggio, ho lasciato perdere il buon senso, le frasi di circostanza, gli aspetti più mediocri e ho preso l’iniziativa. Il passaggio dei tanti anni trascorsi aveva lavorato, in qualche modo. Per me i desideri erano puri. L’affetto, un prodigio. Entrare nell’altro/a senza misurarsi con la vicinanza. Lasciarsi moribonde, pur di sentire il più possibile. Probabilmente altro ancora inaspettato. Il tempo può tanto?  E pure è anche esterno a me. Il mio sentire voglio custodirlo, non lasciarlo sbranare o cancellare dai morsi del tempo. Sono una donna che ha necessità di liberarsi dello stesso corpo femminile per sentire i legami con l’intero. Dentro di me non distinguo un femminile, un maschile. L’aspetto sociale supera di gran lunga la natura nella distinzione dei due sessi. Entrare in me stessa. Di questo me ne occupo. Devo entrare in me. Anche il sospetto di uscire da me. Lo scandaglio perlustra, scova aspetti mai presi in considerazione e neppure mai immaginati. Si ignora qualsiasi ritrovamento. Magari ci si aspetta di scorgere dei sassi nell’animo e si trovano delle crepe. Ho mancato… soprattutto nei miei confronti. Questo io inconciliabile non ha sesso. Mi sta appiccicato, alcuni giorni lo lancio per aria pure sapendo che mi si incorporerà dal primo momento in cui dovrò appellarmi a una me stessa. Mi sarebbe piaciuto vivere con una amica per trattenere il fiato qualvolta l’avessi vista incedere verso di me. Come quando ascolto le prime note di una musica e una emozione blocca il respiro nel preannuncio di un seguito. Le amiche ora, e indubbiamente io stessa, vivono con un compagno, un marito, hanno figli, figlie, impegni, altre amicizie… Il ritorno al tempo che fu non è un ritorno, potrebbe essere un momento nuovo, se la paura di ri-vedersi non ci fermasse. Avrebbe bisogno di inventare, forse di creare. Attesa delle cose, della vita, degli accadimenti, attesa di potere scrivere quello che non verrebbe mai espresso. Attesa nel dolore di non essere in grado di viverle alcune cose. Una violenza scaturisce da ogni rottura degli equilibri, e se dovrò essere io a rompere gli equilibri lo farò nuovamente. Una parte di noi vive intatta sotto i nostri usberghi. L’equilibrio non è più tale quando si intacca la protezione e irrimediabilmente si arriva in uno spazio intimo. In questo punto l’equilibrio si squilibra. Non è detto si apra il varco che conduce in una zona interna. E se… si chiudesse con un solo colpo preciso e spaventoso? E se ci si chiudesse prima a se stessi/e e poi agli altri/e? Aspetti trascorsi hanno perduto la collocazione temporale, spaziale e sono divenuti essenze. Credo sia ciò che non si può scindere dalla carne e dallo spirito. Nel sentire non c’è abitudine. Quella che appaio non coincide con quella che sono. Non si è mai… Vorrei vivere diversamente. Non è possibile. Sono il perno su cui ruotano e muovono le vite, non ancora autonome, delle persone con cui vivo. Non mi sottraggo. Sia fossi uomo o donna non potrei cambiare vita dall’oggi al domani. Vivrei solo per l’arte. A lei consacrarsi in solitudine perfetta. Non è possibile presagire questo. Le persone, gli incontri, le situazioni, le combinazioni degli eventi… non possono essere programmate. Sempre, in qualsiasi minuzioso programma, ci sarà una sorpresa. La sorpresa avrà il sapore della vita. Il fatto di essere una donna legittima il tenore di certe azioni quotidiane. Se io me ne andassi per vivere un antico e onnipresente desiderio risulterei folle. In ogni caso non abbandonerei figlie e figlio. Credo che un giorno metterò insieme i tasselli della mia vita. Intendendo per vita, il luogo più messo da parte. Fondamentalmente all’interno della famiglia non si riconosce alla propria madre la necessità, la libertà di scrivere. A volte mi penso malata e scrivo compiendo un atto che mi appartiene. Non rivedere una amica dopo anni, quando le circostanze avevano predisposto l’incontro, è anche una bella lezione. Non è un diritto avere delle illusioni tali da pensare che l’altra parte le viva, le trasudi allo stesso modo. Per tutto questo tempo ho vissuto la mia amicizia in una personale illusione. Ricevere le parole altrui, sincere, precise, razionali, mature, pertinenti mi ha frantumato il cristallo del sogno. Mi sono sentita ridicola. Mi hanno attraversata, tali parole, dapprima con disinvoltura, ma lentamente le sentivo scendere e scomporsi. Oggi mi paralizzano. Nessun gesto posso compiere nei suoi riguardi, nessun sentimento posso io provare verso di lei. Aspetto senza attesa. Aspetto un segno, di qualsiasi entità, da parte sua. A dispetto di tutto il frastuono che le nostre vite possano avere. Dire, è finita, può andare benissimo, però dirlo senza altra possibilità mi fa morire. Non porterei il mio cadavere al suo cospetto, porterei il fuoco, semplicemente. Come siamo diventate? Che legame può ancora esserci? Quali desideri sono sorti in noi? Apparteniamo a un modello, sia pure di nostra invenzione, a volere essere generose? Siamo davvero come ci siamo immaginate? Quale sorte ci impedisce di ritrovarci o di fuggirci? 

Francesca Eleonora Capizzi

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