ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: “come cosa viva” di Maristella Diotaiuti

margherita paoletti

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.COME COSA VIVA

Credevo di essere arrivato in porto, e sono stato rigettato in mare aperto.

Leibniz
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Gli uomini si mantengono in vita solo perché, mentre elaborano una cosa, ne progettano una migliore.

Ernst Bloch
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inafferrabile. ma. Sta sull’abisso dissennato. Impensabile. ma.
Perfetta maestria. la radice. Attira. e intrappola. lascia lucidi.
più disperati. Inscena. l’oscuro. Prepara. la sua trama. Tesse.
intriga. la tragica ironia. Questo è il ritmo. dei figli più bel-
li. del mondo. dei poeti. Dei sapienti. smagliati. di funesta
bellezza. vulnerabili. Sanno. che la verità. è chiara e tortuosa.
Non temono la notte. e l’inganno. Cantori empi. di forme in-
transitive. Sono. è. la nave. che traccia distanze. ciò che passa.
e non si ferma. Dura un istante. la percezione. della pienezza.
E arrivano. in figura di naufraghi. L’isola è pietra. diventa giar-
dino. Il mare. diventa giardino. Il mare. diventa terrestre. Un
altro. intendere il tempo. fermo. Si credono a casa. Come dire.
sempre. Come dire. mai. Sempre. come dire. È la cosa. che più
somiglia a una. casa. Le disarticolate. armonie. in quella casa.
della persuasione. e dell’oblio. Né voce. né senso. Solo. l’urlo
della bestia. sacrificale. Come trofei del demone. che soprag-
giunge. imprevisto. compie riti. che non si possono. dire. Vo-
lava già. sul mondo. prima di tutto. Massacrato. Poi il cuore. e
il passaggio. Resta oscuro 

E’ il primo testo che appare nella raccolta di Maristella Diotaiuti “. come cosa viva”- Terra d’ulivi Edizioni 2021.  Appare, è il verbo più adatto, mi dico. L’idea che mi si mostra, rosso su fondo nero, come una pittura su un antico vaso greco, si fonda su una visione. Provate a pensare ad un naufragio. Ciò che affiora dall’acqua scura del mare, dalle sue turbolenze, non tanto a riva ma al largo, in mare aperto, dove i riferimenti mancano e i punti fermi sono legni che galleggiano, brandelli di cose, corpi, braccia, frammenti inaspettati, abiti, casse squarciate. E non sono isole natanti ma disordinati appunti di un viaggio che non è arrivato alla meta. Si è guastato e non ha salvagente. Il viaggio si mostra in tutto il suo caos. E ora che siamo arrivati al caos non può non tornare a mente una immagine potente evocata da Aristofane negli Uccelli, che riprende l’antichissima protocosmogonia orfica:

Da principio c’era Caos e Notte ed Erebo nero e l’ampio Tartaro,
ma non c’era terra né aria né cielo; e nel seno sconfinato di Erebo
Notte dalle ali nere genera anzitutto un uovo sollevato dal vento,
da cui nelle stagioni ritornanti in cerchio sbocciò Eros il desiderabile,
con il dorso rifulgente per due ali d’oro, simile a rapidi turbini di vento.
E costui di notte mescolandosi con Caos alato, nell’ampio Tartaro,
fece schiudere la nostra stirpe, e per prima la condusse alla luce. 

Aristofane -Uccelli 693-702

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margherita paoletti

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Prima, c’è un prima, prima degli dei, prima della formazione di cielo terra e mare. Prima c’è Caos e Notte, l’indeterminazione governa il nulla. Proprio come in questo assemblaggio di legni, le parole in mare, inchiodate dai punti che, alla vista, si mostrano affiorando, con strappi di vele, virgole e punti e virgola, le maiuscole e le minuscole senza l’ordine determinato, imparato dalla messa in sicurezza del senso e della direzione del linguaggio. No. Qui è tutto un galleggiare, annaspando tra i marosi, per salvarsi da tutto quanto è ignoto, anzi tra i rottami aprire una rotta verso, senza sapere dove sia il dove. E’ una specie di uovo primordiale, questa scrittura, da cui sguscia fuori Eros, che mescolandosi con Caos origina le cose, frutto della passione non del logos. Agli inizi, la cosmologia arcaica pone una unità che si frammenta e grazie all’azione di Eros, mescolandosi le forze possono trasformarsi,  l’una nell’altra, un elemento nel suo opposto. Fondamentale qui non è l’origine, ciò che si è imparato all’inizio, quanto invece ciò che si riceve e recepisce del mito di quell’origine, quanto cioè resta, alla fine ed è ancora viaggio. E qui, il testo, mostra appunto i resti del linguaggio, li si avvista tra le onde agitate nel mare delle parole, onde che si spostano, modificando il corpo delle cose, che si vedono per sbrindellati avanzi, di-segni grafici. Il mare tutto inghiotte, è un mostro che ci può inabissare, sprofondare, scomparire, al massimo galleggiare. Fino a che il lampo, l’uragano, il vento, qualcosa di imprevisto e ineluttabile di nuovo scompagina tutto. Lo sosteneva Eraclito: –Il fulmine governa ogni cosa.– E questa affermazione racchiude più realtà di ogni teoria. Il fulmine, fuoco di quel lampo, rende istantaneamente e in modo abbagliante tutto visibile. Catturati da quanto si mostra, in un attimo inseguiamo quanto scompare, si inabissa nella notte, nel mare oceano di una più profonda oscurità appena l’attimo dopo la luce cessa. L’improvvisa luce del lampo mostra le cose, rende possibili gli avvistamenti, ci fa valutare le distanze e la potenza della profondità dell’oscuro, ma tutto inesorabilmente scompare, incenerito dal buio. E’ questo, secondo me, il valore di questo nuovo linguaggio-nuoto a stile libero, che vuole non farsi capire diretta-mente ma in modo obliquo, come chi tra i marosi è caduto al largo, dove le acque non sono azzurre ma nere, scure, quasi materialmente dense, per quanto sono profonde. Non è un gioco di parole, è piuttosto un muoversi tra asimmetrie e sbalzi improvvisi, mutazioni per paradossi grafico-semantici. Si vuole mettere a scacco il pensiero, quella logica sempre di vedetta, si vuole aprire là dove si vede la chiusura. Si vuole, insomma, mostrare la possibilità di essere nel contrario di cui ci si appropria, scombussolandone l’ordine dato per certo. Si vuole veleggiare, senza velature, la possibilità di vivere il proprio opposto. Ciò che ne deriva però non è l’importanza di essere questo o quello, o d’essere identico a, ma l’importanza del processo che si /ci innesca e questo è ancora una volta quel Caos in cui non si deve imparare a nuotare, ma in cui lasciarsi trarre, sprofondare anche e poi, forse, trovarsi ed emergere, qui o là, nell’unica destinazione che coincide con ogni nascita. Un punto a caso, nel caos di un continuo naufragio. Maristella Diotaiuti nel suo raccontare il viaggio, credo sia questo che vuole trovare, si mostra raccattando i pezzi di quei naufrag(h)i che sono i brani e i brandelli di lei stessa, ricucita con l’ago e il filo di un eros che si cela ma è là, dentro ogni riga, indicando un corpo che è tutta la complessità di quel profondo mare che siamo e in cui non c’è contraddittorietà, ma coesistenza dei diversi, di tutte le nostre nature anfibie, come sosteneva Hegel, ma anche altri hanno detto cercando di teorizzare il fatto che il nostro elemento ultimo non sia la terra. Siamo sempre immersi nell’insicurezza, e spesso, addirittura sempre, credo, abbiamo la vaga coscienza di non essere in salvo su nessuna barca o zattera. Ci ritroviamo gettati, sin dall’inizio e poi in tutte le storie individuanti il chi siamo, non individuali soltanto, in un oceano di inquietudini. Questa, a mio avviso, appare la prospettiva da cui guardare, a distanza, comunque,  il nostro agire, che l’autrice propone in ogni sua rigatura della pagina anima, senza nemmeno cercare di mantenerci a galla, ma senza sentirci estranei a quel mare grosso che ci liquefa in altro linguaggio, dando liquidità al nostro essere, qui o là, un continuo maremoto. Una multifocalità, inversa al tentativo di ricerca di una centralità stabile, che sempre andiamo accerchiando per installarci all’interno è, in fondo, la speranza di poter disegnare uno spazio simbolico elettivo, il nostro mare, nomade quanto noi lo siamo, tra memorie e parentele, sogni e desideri, aspettative e illusioni, ricordandoci che in quella superficie non ci sono altezze su cui sollevarci, o gerarchie costruibili, ma solo un profondo scorrere di cui subire e attraversare l’accavallarsi delle onde per tante, innumerevoli correnti. Solo così la scoperta di ciò che siamo, di ciò che andiamo vivendo come Proteo, o Protogonos, un dio arcaico il cui nome indica il primo nato, proprio come siamo noi, ognuno di noi, ogni attimo nel Caos dell’oceano della vita, continuamente ci nasce, sempre come fossimo il primo nato. Non fantastici semidei o superstar, ma uomini, appena emersi dall’indistinto e sempre in via d’individuazione, di cui raccogliamo i balbettii.
L’abbandono, il distacco dalle proprie radici, la percezione traumatica di uno spostamento esistenziale che vuole ripartire dal decoro e dalla dignità del proprio faticoso farsi persona, pietra preziosa sporcata e opacizzata dal tempo e dalle relazioni che ha incontrato” , come ben scrive nella post fazione Floriana Coppola indica una precisa volontà di essere, anche nell’assenza, in quello scompaginato mai traguardato mare che è universo del femminile ma anche molto, molto altro e segreto, inabissato, oscura ombra in cui andare cercando ciò che siamo, come un punto fermo, in noi la cosa viva. 

Fernanda Ferraresso

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NOTE SULL’AUTRICE

Maristella Diotaiuti  è ideatrice, promotrice e curatrice degli eventi culturali del caffè letterario “Le Cicale Operose”. Si occupa di letteratura femminile, di poesia e di ricerca di autrici dimenticate. Ha pubblicato la raccolta di poesie “come cosa viva” Terra d’Ulivi Edizioni 2021

 

La lettura della raccolta “come cosa viva” di Maristella Diotaiuti qui presentata è stata in precedenza pubblicata in Menabò N.10 – Terra d’ulivi Edizioni (edizione cartacea https://www.facebook.com/groups/1635029116820286/posts/3199690090354173/)

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