SCRITTURE DI LUOGHI – Adriana Ferrarini: Note di lettura a “CALABIANI” di Francesco Permunian

mario giacomelli – teatro della neve- 1986 (fotografie interpretando il poeta francesco permunian)

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I Calabiani che danno il titolo a quest’opera sono una specie quasi scomparsa che abitava il Polesine, una terra d’acqua e di fango narrata da Francesco Permunian con una scrittura stralunata e dolente che con ritmo incantato inanella nomi e luoghi scomparsi.

Una terra reale, benché possa apparire frutto di un’allucinazione visiva, ma anche un luogo fantastico, popolato di gente dalle “strambe fantasie”, per usare le parole di A.G.Cibotto.

Sarà la vicinanza del mare, l’essere una terra sospesa tra due fiumi, la bizzarria dei toponimi, come il fiume Tartaro, che in realtà è solo un misero canale, sarà la vastità degli orizzonti che si ripetono uguali all’infinito, sfidando lo sguardo e insinuando una lenta stanchezza da miraggio estivo, ma per chi lo conosca, è difficile sottrarsi all’incanto quieto e dimesso di questo paesaggio.

E lì, nel Polesine c’è un pugno di case sparse lungo una strada “comunemente chiamata ‘strada di Adria’”, a circa un chilometro da Cavarzere: questa è Ca’ Labia, dove è nato e cresciuto F. Permunian “con la convinzione di essere prigioniero in qualche villaggio fantasma dei film western, in attesa arrivassero gli indiani a liberarmi da quel sortilegio”.

“Com’è possibile vivere qui, in questa desolata Waste Land?” si chiedeva il bambino che si arrampicava sugli alberi per vederli arrivare. La nonna  stessa lo esortava ad andarsene da quel luogo di morti, ma egli già sapeva che sarebbe stato impossibile dimenticare la sua terra d’origine, anche in capo al mondo, lui che da piccolo era considerato un tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti: “il fantolino baciato dalla morte” o anche “il bambino dell’estrema unzione” erano i soprannomi inventati per lui in quella terra di fertile inventiva, dopo che quasi per miracolo si era salvato dall’alluvione e, a due mesi appena, aveva ricevuto l’olio dei morti.

Nomen omen. Così a quell’antico fantolino tocca ora ricomporre minuzioso in un viaggio della memoria, le voci dei morti, tanto da arrivare, prima o poi a “raschiare il fondo della memoria. E una volta esaurita la scorta dei ricordi […] a rosicchiare le ossa dei morti”. Immagini e verbi che con viva efficacia  traducono l’affanno di andare in cerca del proprio passato in un luogo dal quale ci si è allontanati, e che, solo prestando ascolto  alla voci di chi è scomparso, può salire prepotentemente a galla. Non è un atto indolore. Permunian parla di un profondo senso di colpa per aver lasciato la terra d’origine, di “una solitudine impietosa e crudele”, di un esilio nel quale i morti sono un esercito di “ombre cenciose e insolenti, larve maldestre” dalle quali è anche necessario difendersi.

Il viaggio nelle terre assolate e immobili del Polesine, in quelle terre di polvere e fango, di cui gli è rimasta nelle orecchie “solo l’eco di un rumore sordo. Lontano e minaccioso”,  è un viaggio nell’aldilà, come quello di Ulisse e  Dante, senonché in queste terre allucinate si perdono i confini  tra un mondo e l’altro, tanto che viene da chiedersi se l’aldilà non sia invece proprio questo mondo e se i morti non siano più presenti dei vivi. Come tutte le catabasi, anche questa è attraversata da acque paurose e sono quelle dei dei due grandi fiumi, il Po e l’Adige, che scorrono il primo a breve distanza e il secondo a ridosso di Ca’ Labia e con i loro “occhi” – ossia i mulinelli – incantano i bambini e li attirano dentro di sé, tramutandoli in fango.  

 

una foto tratta da  CALABIANI
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Antologia privata dei miei demoni infantili” recita il sottotitolo: si tratta infatti di una raccolta ad opera dell’autore stesso di temi e figure già comparsi in opere precedenti, ma che qui sono riuniti nel tentativo di “fare i conti con il passato”. Interessante anche la postfazione ad opera della studiosa Licia Maione a illustrare il rapporto tra la poesia di Permunian e la fotografia di Giacomelli, che realizzò due serie fotografiche ispirate ad alcuni suoi versi, ripubblicate poi nel 2006 presso L’Obliquo di Brescia col titolo Il teatro della neve.

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Francesco Permunian (Cavarzere, 1951) è autore di Cronaca di un servo felice (Meridiano Zero, 1999), Camminando nell’aria della sera (Rizzoli, 2001), Nel paese delle ceneri (Rizzoli, 2003), Il principio della malinconia (Quodlibet, 2005), Dalla stiva di una nave blasfema (Diabasis, 2009), La Casa del Sollievo Mentale (Nutrimenti, 2011), Il gabinetto del dottor Kafka (Nutrimenti, 2013), Ultima favola (Il Saggiatore 2015) e Costellazioni del crepuscolo (Il Saggiatore 2017). Sulle sue opere hanno scritto i maggiori critici. Franco Cordelli lo ha incluso fra i settanta autori che rappresentano la letteratura italiana, Andrea Cortellessa lo ha inserito nell’antologia La terra della prosa. Narratori italiani degli anni Zero (L’Orma, 2014).

 

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