RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Topi

dino valls- triptycha 

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La mia visione del mondo non è stazionaria. Anche se qualcosa – non so bene cosa – resta irremovibile. Un fuoco vi alita. È il drago a soffiare il suo umore. Il vulcano a sommergere la terra senza essere acqua. Ho dentro di me fuoco. Anche il gelido monumentale ghiaccio vive in me. Mi viene chiesto spesso un chiarimento; mi viene recriminata l’incoerenza; mi si taccia di sproporzione e non mi si perdona la tragicità. Faccio male. Mi faccio male. Non saprei. Pure animata da propositi supremi non mi si resiste. Lasciatemi. La solitudine è una condizione in cui ascolto davvero il mondo. Sono abitata. Può darsi che sappia aiutare – o riesca – in diversi modi persone, piante e animali (non mangiandoli). Per gli animali provo sentimenti, a volte più forti degli esseri umani. Forse non è una questione di forza, ma si tratterrebbe di sentire qualcosa che non è pensiero, coscienza, ragione. Qualcosa che ci riporta agli albori della vita sulla terra. Ci sono animali che non riesco a nominare senza provare una repulsione fortissima. Anche andando verso un’altra dimensione, cercandoli senza parametri non riesco a proporre un contatto. Fra questi: i topi. 

Topi di ogni famiglia, roditori imparentati e diseredati. Me li sento addosso. Il loro verso usurpa le membra forandole. Me li sento dentro. Temo molto un loro insediamento e che essi mi corrano in uno spazio esposto ai sensi. Provo una sensazione incontrollabile pensandoli, nominandoli. Fino al terrore di vederli costituiti nella loro carne. Le code che tradiscono la loro presenza. Gli escrementi, prima ancora di vederne i promulgatori, che asseriscono la residenza. Ora faccio di tutto perchè non mi vengano a trovare. Che se ne stiano lontani da me! Che le nostre strade non si incontrino! Che non rodano nessuna delle mie ossa! E che non rimangano fra le poche specie viventi sulla terra negli anni a seguire! Questa sarebbe una storia più che brutta. Non vorrei pensare a un mondo sommerso da topi. E pure ci penso, e anche spesso. Possiamo meritarci le tigri dal corpo a strisce saettanti? Possiamo sentire il passo delle elefantesse? Possiamo amare le gru al tramonto? Perderci nei volteggi delle farfalle? Incontrare il rinoceronte bianco?

La mia paura si fonda sul presentimento di una sovrabbondanza violentissima di tutto ciò che mi fa orrore. A discapito della bellezza. Della fantasia. Della diversità. Nel disorientamento delle proporzioni. Per un discorso portato agli estremi in cui vige e vive un utilitarismo incapace di sfiorare il concetto di utilità in senso lato, in relazione con il molteplice. Mi chiedo a chi importi nel profondo di sé di una vita tanto lurida. Certo che prima o poi mi dovrò tirare su per continuare a vivere! Ma in verità, non si tratta di tirarsi su bensì di sprofondare nell’apatia, nella non ribellione e abozzare di vivere. Divenire una scimmia privata del suo habitat e ammaestrata da esseri umani. 

Se avessi gridato dall’inizio contro il sistema! Ricordo di averlo fatto come un sogno da cui non sapevo svegliarmi. Ricordo di avere vissuto in una solitudine in cui nessuna presenza riusciva a raggiungermi. Perché la scelta che avevo fatto era a quel tempo estrema, e prima o poi ci si allontanava da me. Insostenibilità tra la promessa di una vita ideale e la messa in pratica in una vita corrente. Vi sono stati giorni in cui avrei voluto non essere quella che ero. Giorni in cui invocavo il camaleonte e volevo strappargli il segreto. La trasformazione apparentemente partiva, ma non concedeva risultati. Così, si inceppava tra la sofferenza di conoscersi e non volersi riconoscere.

Sono rimasta a incontrare topi per molti anni. Ogni volta in circostanze diverse. Alla base e spesso c’erano componenti simili. Fra queste una certa desolante trasandatezza. Un rovesciamento delle norme igieniche. Una assoluta impotenza verso altre persone nel metterle in guardia. Nessun ascolto agli avvertimenti di tenere la spazzatura e gli escrementi fuori dalle stanze abitate. Miseria chiama altra miseria come la sporcizia chiama i topi. Ogni volta che i topi venivano a trovarmi le immondizie presenziavano a un passo da me. Anche gli odori erano segni concreti di un malfunzionamento nella gestione della vita. Si trattava di vivere sopravvivendo. Come le bestie cercavo rifugio in una cavità, una insenatura, una conca del terreno, un passaggio non visto, una casa vuota da occupare. Non ero da sola. Insieme a me vi erano altre esistenze randagie con storie differenti. Cosa ci facevamo insieme? Casualità. Aggregazione nel bisogno. Storie di vita riversate tra le fila della società. Una società come sempre mascherata e mai puramente esplicita nel dichiarare i propri orrori. Non avevamo il tempo per occuparci di politica o esprimere in altri contesti le nostre opinioni. Il tempo inteso come opportunità. Eravamo persone maleodoranti, malmesse, malgovernate, malconce e maledette. Nessuno e nessuna ci voleva davvero. Perfino la parte residuale di amicizia con qualcuno/a che ancora resisteva subiva attacchi a discapito di qualunque resistenza. I topi ci volevano. I topi ci venivano a trovare numerosi a ondate, ai primi vacillamenti della luce del giorno. Durante la permanenza in alcune case disabitate che avevamo occupato per rifugiarci, i topi si moltiplicarono fino al mio terrore completo. Non volevo mai chiudere gli occhi per la paura che essi ritornassero a salirmi dal giaciglio su cui dormivo fino al  corpo, al viso, in ogni anfratto che sottraevo astrattamente alla loro impressionante percezione. Erano animali che approffittavano del minimo cedimento. Più erano e più diventavano audaci. 

E in quel luogo erano mostruosamente numerosi. Gli lanciavamo contro i vuoti delle libagioni.

A qualsiasi squittio o movimento corporale da parte loro corrispondeva un lancio mirato di bottiglia da parte nostra. Avanti così per tutta la notte. Perfino il terrore diventava, nel corso delle ore notturne, vero furore. Erano bestie nutrite. I topi ci apparivano ingranditi come fossero ombre incombenti su qualsiasi elemento. Rodevano qualsiasi cosa. I loro segni erano le parti mancanti di questa o quell’altra cosa. Tra buchi, erosioni, pezzi e rimanenze non avevo le forze per cercare qualche indumento e salvarlo da quel continuo rodere. Alle luci dell’alba il coraggio si diffondeva nelle mie articolazioni. Alzavo la voce e dicevo: «Venite fuori tremendi topi, voglio colpirvi come voi avete tentato di fare con noi per tutta la notte»

Alle luci di un’alba la scena mutò. Ero sveglia nel mio solito modo. Ospite alla soglia tra sonno e veglia. Volevo sprofondare nelle dimore di un sonno profondissimo, e non potevo. Volevo sognare per ore e ore. Mi accontentavo di un sonno rapsodico e a strattoni. Stavo sempre in allarme.

In quelle ore ancora acerbe di sole sentii che non erano neanche i topi a preoccuparmi. La polizia, con la sua divisa azzurra e i guanti grossi di pelle nera, irruppe materializzandosi e sbucando da ogni stanza. Gli agenti presenti rimasero paralizzati; inorriditi dal lerciume e dallo schifo che gli si palesava dinnanzi. Fecero uno sforzo immenso – tale a me parve – per non vomitare e restare sul posto. Avrebbero dovuto perquisire da cima a fondo l’edificio. Avrebbero dovuto spostare rifiuti organici di varietà umana e animale. Avrebbero dovuto mettere le mani – sia pure inguantate – dentro mucchi di immondizia. Avrebbero dovuto smuovere cenci sporchi e puzzolenti collegati tra loro da sfilacciamentii infiniti. Non lo fecero. Provarono, ma ogni azione si bloccava. Le loro mani non obbedivano a nessun comando di polizia. Avevano fazzoletti davanti la bocca e il naso per cercare di reggere l’olezzo nauseabondo. Ci portarono fuori dalla casa. All’aperto si sfogarono vigliaccamente contro di noi. In un modo o nell’altro ci perquisirono grossolanamente e senza farci denudare. Qualsiasi nascondiglio era restato intatto. Sotto la merda i nostri segreti furono custoditi.

Da quel momento avrebbero messo i sigilli alla nostra miserevole dimora. L’occupazione era cessata. Noi avremmo continuato a cercare un altro rifugio. Una dimensione simile a una tana. 

Francesca Eleonora Capizzi

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