FRAMMENTI DI PIETRA VIVA- Lucia Guidorizzi: A proposito di “L’isola e il cerchio” di Fernanda Ferraresso

dong yuan – “xiao and xiang rivers” (X secolo ) 

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C’è una devozione lucida e fervida e al tempo stesso un senso inesorabile della distanza e dell’assenza nell’ultimo libro di Fernanda Ferraresso “L’isola e il cerchio” Edizioni Terra d’ulivi, 2022. Nelle sue pagine la poesia sconfina nella prosa poetica e la prosa poetica si decanta in poesia in un andirivieni incessante come le onde del mare che si frangono sulla spiaggia. La sua capacità di essere nel corpo e al tempo stesso nell’interiorità le permette di spaziare in più dimensioni, partecipando di ognuna. La sua poesia è materia e astrazione, granello di sabbia e linguaggio, pietra e spazio, terra da attraversare e limite da varcare.
Tra detriti rammemoranti ed edenici giardini si snoda il passo circolare che conduce a una rivisitazione del tempo e degl’incontri.
In questo libro vi sono molte voci che sconfinano l’una nell’altra, sospese tra l’io e il tu. Nello snodarsi del canto si addensano leggende legate ai singoli istanti, in un peregrinare che porta dalla circonferenza verso il centro. Ogni luogo si fa universo poetico e occasione per intraprendere un viaggio concentrato verso la conoscenza. Eppure il tempo sull’isola è fermo e riconduce sempre a un eterno presente che ricorda, per le atmosfere evocate, il dramma statico di Fernando Pessoa “Il marinaio”, anche per il suo aprirsi di una storia dentro l’altra come in una fuga di specchi.
Una Babele ricomposta nell’armonia del linguaggio, una scrittura che diviene qualcos’altro, un oracolo tratto dagli aliossi, un camminare sul crinale franoso tra la veglia e il sogno, tutto questo si sprigiona dalle pagine dense e limpide del libro.

Notte e giorno su fondamenti invisibili, fuori prospettiva, con precisione chirurgica la lama della lingua ha affilato il verbo, che non si può dire. Non si può dire amore. E’ un punteruolo, che impugna il tuo desiderio e impudico da quel corpo analfabeta estrae una costola parlante, l’ombra viva che con il fiato rimodella femmina e maschio ti crea, da uno scheletro, un senza nome, insieme carne e sostanza tornita di fresco, la stessa immagine riflessa, divina una sola semenza. Ma. Qualcosa, qualcosa deve essere comunque sfuggita.

Fernanda Ferraresso evoca quei fondamenti invisibili, sia per la stessa adesione alla poetica della frammentarietà presente in Mario Luzi, attraverso la quale il frammento si alchimizza in fondamento, sia per il continuo interrogarsi sul mistero della vita stessa, pur nella consapevolezza che nessuna risposta sarà esauriente.
Sospesa tra enigmi e rivelazioni si snoda l’avventura poetico-carnale di questo libro, che anela a rinominare l’indicibile per poter abitarlo.
In un mancare il bersaglio, inizia il peregrinare dell’anima, che avanza nella tempesta del quotidiano, scintillando nell’aprirsi di un varco e che, traghettando l’io verso il tu lo trasmuta in un noi, in un processo incessante.
La poesia di Fernanda Ferraresso è scandita da molte domande che si spostano in continuazione, travagliate anch’esse da un trasmigrare perenne.

C’è
solo, il tuo corpo sul lenzuolo.
Nudo e fermo
adesso
per quel freddo rigore che ti invade
lento
penombra della tua unica stanza
tra mani che ti sfiorano e spiccano in te
quell’ultima fiamma.

E’ quello il desiderio che si estingue?
E tu? Hai superato il limite?
C’è davvero l’incognita risolta?
Nella volatilità
invisibile un soffio
tra quelle stanze di liquide ore
quale è il tracciato del viaggio
senza più un corpo?

Nello slittamento continuo di parole in altre, nel fiato/fato del tempo, nella musicalità dello stile e nella potenza visionaria, “L’isola e il cerchio” rivela alcune corrispondenze con il poemetto “La libellula” di Amelia Rosselli.

Fato! Fiato! Una i che incide, profonda attraverso un soffio. Un sapere di quell’io che spesso si fa dio, una divinità di cui crea anche i confini e li definisce invalicabili. Sogni che si sono fatti segni, enigmi, qualcosa che è rimasto segreto anche se, nel tempo, è indubbio il fatto che la sua opera abbia avuto processi di semplificazione e adattamento a costumi e linguaggi. Dislocati in ogni dove, sono luoghi di un pianeta che ha sconfinato, oltre la misura visibile delle sue geometrie. Potresti dire che tutti sono solo gesti umani. Umani, troppo umani, con la predilezione anestetizzante di trasformare le parole e le loro storie in dispositivi abitati, abilitati ad una normalità rassicurante per cui tutto, alla fine, risulta sotto controllo della mano che vuole governarlo. Ma. Il vento non ha gabbie che lo contengano.”

In questa dimensione umana, troppo umana, non resta che affidarsi al vento, al soffio vivificante dello Spirito, che spinge oltre i propri confini. Eppure, per quanta strada si possa percorrere, il viaggio è circolare, come l’isola Memmia situata al centro di Prato della Valle a Padova.
Tutti i punti del cerchio sono luoghi” scrive Fernanda Ferraresso, mentre i detriti progressivamente si fanno così minuti da divenire granelli di sabbia, sabbia che si trasmuta in linguaggio.

Sull’isola il mare porta universo
quanto a me non faccio che raccogliere
come si fa con le conchiglie
ciò che in frantumi è sempre intero
poi ne scrivo e
tutte le mie sillabe scompaginano in altro
mi sollevano dal foglio
mentre in sogno le disegno
parole ali di vento
volatili volubili
aerei monili con cui mi agghindo
e non hanno credenziali per capitalizzare il tempo
lo spazio non sono oro le parole ma ora
soltanto un’ora di sale e di sabbia che il mare si riprende.

Nel desiderio di tornare a quell’Eden prenatale che è pura accoglienza, ma che ha in sé implicito anche il taglio, la ferita della nascita, non si può prescindere dall’amore, questa divinità oscura che genera e al tempo stesso abbandona.

Evocare il commiato, trovare le parole per dirlo, partire per tornare e imparare a prendersi cura delle ferite, senza rinunciare a cercare, diviene percorso conoscitivo.

E l’amore?mi ha chiesto il vento – non ricordi quanto è stato
doloroso?
Non c’è mai stata una via sicura
mancava senza la traccia
o i sassolini non bastavano mai – gli ho risposto.
Il vento soffiava e i fiori si strappavano dallo stelo
ancora oggi che provo a cancellare quelle storie
i giorni che amavo e vorrei dimenticare mi si stringono attorno
come una nebbia sempre più fitta
come tanti occhi sparsi dovunque
come minuscole braci che bruciano
… 

Tra (f)orme ed ombre, macinare la farina della parola, per vivere in questo tempo vasto e minuto, istantaneamente infinito e limitato. Vivere su una terra magica, galleggiare in un mare di buio, tra segni e disegni, piantare semi: se il terreno è pronto per la verità inizieranno a germogliare.
Un paesaggio sospeso tra terra e acque, tra luce e oscurità è il viaggio poetico narrato ne “L’isola e il cerchio” dall’autrice che fluisce con la grazia e l’armonia del dipinto di Dong Yuan (X secolo ) “Xiao and Xiang rivers”, che compare in copertina.
Del resto, anche se viviamo in un’isola, sappiamo che la terra è una sola, sotto e sopra il mare.

 

Lucia Guidorizzi

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wang ximeng- mille miglia di fiumi e montagne

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Poesie tratte da L’isola e il cerchio di Fernanda Ferraresso

 

Avviene che il nostro cuore sia come/cacciato dal corpo. E il corpo/è come morto.

René Char– Due rive ci vogliono.

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Da bambina ricordo che gli alberi avevano occhi
e avevano parole rare e vive le soffiavano come ora
direttamente sul sentiero del cuore
passo dopo passo invecchiando
non ho scordato quell’ascolto
ho rifiorito nuova la certezza in me
che adesso traccio vocaboli
credendoli lunghi sentieri dei miei alberi
raccogliendo gli aghi e le foglie
che in tutte le stagioni rilasciano lasciandomi cadere indietro
dentro di me seguendo le briciole di tutte le sillabe
che quel tempo iniziale ha sparso per non farmi perdere
quel luogo quello da cui sono partita da tanto tempo
portando in me le lettere bianche della neve
un sacco di farina d’avena la borsa di una verde fortuna
lasciata allo scoperto nel prato dove le lucciole e i grilli
hanno imperterriti continuato a disegnare un album di famiglia
con il cane il gatto e il ramarro
mio padre ancora sulla porta del suo laboratorio a godersi un po’ d’ombra
mia madre che semina poesiole in semi di lattuga e fiori
per insegnarmi a guardare
quel piccolo mondo che radica in tutte le mie parole

.

lingua da viaggio
lingua latte
del seno materno

lingua che scorre sui denti e le gengive dolenti
in una stanza disadorna
lingua deserto silenzio delle voci e del canto
di chi non abita più l’eremo o l’abside di un segno

lingua dei treni e delle autostrade
delle macchine da scrivere senza tasti
lingua di un rigo bianco
in un testo di poesia che nessuno saprà leggere

lingua di un uccello un pesce una formica
quella di un corridoio di fòrmica dove si affacciano curiose
dieci porte di vetro sabbiato
lingua dei comandi di una camera d’albergo
e una notte in una sala d’aspetto l’ospedale
di una lingua provvisoria in tutte le città che non abiti
quella estranea vita nei paesi di confine
nell’isola che viaggia dentro tutte le tue storie a sorte
nell’attimo preciso in cui incontri la morte

.

Da qualche parte

l’acqua mi scorre tra le mani, lisciandomi le dita, l’acqua patita con nomi di figlia e figlio, un amore non nato, l’amante con sorte di fuggitivo, un sogno, l’amico, il fratello mai avuto, l’io disgregato di un dio primitivo, l’acqua di un battesimo al giorno, nel giorno in cui morivo, tutti i fantasmi di cui mi nutrivo, lungo, un brivido, di febbre il corpo si apre, come lettere fatte di suoni e pressioni e tu, febbricitante, dolente senti, da dentro, il rumore di quegli urti, attraverso il corpo come una carcassa di atomi pronti ad esplodere, o dirottare altrove tutto quanto hai dentro e sei. Senti che viene a mancare l’ordine e qualcosa che prima non sentivi ora è chiaro. Le parole si cancellano, perdono il loro consueto significato. Sono scaglie alle pareti del sangue, in una mappatura di limiti dove non hai altri confini, che quella pelle, che scotta e trema, una  tappezzeria di paure per una scena che non cambia. C’è, solo, il telaio dei tuoi fianchi, il cassero del torace e quei fiati che corri, corti ansanti, compasso al tuo restare fermo al guado di quel luogo, lungo un distacco afono. Un ferma immagine  sull’assetto dell’attimo, come a bloccare un istante, quello prima della caduta, senza lasciarti trasportare, via, nel groviglio dei tendini, nei fascicoli dei muscoli come un’altra trama, lontana da dove tu sei ora, da ciò che senti di non essere più come prima. Una dimensione a se stante, o una porta dove il tuo passo si incrina e il tuo corpo è diventato un rosso tramonto, un lichene contorto, un ticchettio di pioggia lungo l’ignoto a cui, tuo malgrado, lasci inconsapevolmente un sonno profondo, rapinante un inconfessabile piacere di evadere, in qualche modo il morbo, che ti brucia il corpo e tu, non hai frase, o preghiera, o pensiero per demolirne l’osso.

.


Sta nella nera densità dell’anima
l’intero di una notte su tutto distesa
in tutto permeata e ancora impenetrabile ad ognuno
quel suo fulgore pesante d’inchiostro pensante
che su tutto scrive il mistero di vivere che include il morire
l’apparente l’inverosimile sparire restando immobili
in questa fulva follia che è inguine rosso dell’esistere
l’irriducibile debolezza l’ebbrezza di volerne scrivere
traducendo il silenzio del sangue in un fitto di parole selve
in cui poter distogliere tutte
tutte le belve che ci assediano e le chimere disperse
nella stanza di porpora nelle carte geografiche nei libri oceanici
di tutti i fondali marini nei tramonti alpini come invadenti voragini
di una fiamma altissima dove inabissarsi
come guardando oltre la finestra
dentro una schiera di nuvole senza lasciare traccia.

 

.

Da bambina – ricordo
era facile volare
non era possibile cadere
crollare

né era pensabile credere
di inventare
la vita era l’intera continua creazione
e non c’erano confini
i sogni abitavano le mani
e io cogliendo petali avevo
scaglie di drago e fiumi di fiamme
gli schizzi del cinabro
che mio padre utilizzava sui vasi
le muffole erano il grande forno della terra
dove l’argilla cantava facendosi bella
e i tatuaggi che mio padre le disegnava
sulla pelle umida
erano poi il viso di quella magnifica creatura
d’anfora le sue braccia e il ventre morbido
il piede fermo il collo dritto e snello
un abito di luce il colore
con cui lui la vestiva
da bambina- ricordo
uscivo nella prima neve con gli zoccoli di legno
e il bricco del latte
ma gli occhi in quello sfavillare di scintille
erano mille e più briglie di cavalli
i miei lucidi pensieri
aerei che galoppavano nel vento
di quelle ore senza fine
e poi a lungo mi sono venuti a cercare
erano uccelli e alberi
case e uomini grandi silenzi come fiori di magnolia
in cui mi disfacevo
dentro le frontiere di quelle cose azzurre

senza più la disciplinata euforia dell’infanzia
che con chiarezza vedeva l’insieme
e non si fermava sulla soglia del buio
nella gola di quella bestia senza più un nome e un corpo
sicuro rigore di un rigetto
che mi ha portato indietro
dentro un altro me stesso
un oscuro gocciolatoio di terra e sangue
e io esangue fino a questa porta di pazienza dove di nuovo

ti ascolto, io, cosa del mondo
che ti cerco e ti accerchio con le braccia in questo
profondo richiamo che tu solo tu- ricordo
mi hai fatto rinascere dentro.
Sabbia sabbia e sale
immense
sale di luce
memoria che brilla
istantanea di un attimo
corpo cuore del ricordo

quanto senza misura
quando l’amore apriva le dita
e tutto era visibile
le onde della luce erano mare
visibile la neve il suo velluto era sete liberata
fatte di riflessi tutte le cose vi stavano tessute
l’ombra era un albero sotto il quale sostare
e riporre il proprio cuore
senza parole il respiro
leggero umido riportava in vita la vita
perduta altrove in stagioni senza colore

e bastava un profumo un odore
per tingere di rosso la nostra solitudine
il vicolo aperto al ventaglio dell’estate
era un seme il viaggio nel fiore della carne
nella casa del corpo che si apriva
al sogno di una luna nuova mentre nel cielo galleggiava
e poi le tue mani pioggia sul muro del mio sonno
che tra i fiori nel giardino preparavano l’alba e
mite il vento ogni storia diluiva nella nostra fronte
ogni ora una perla ogni battaglia una storia di semplici parole

quella marcata malinconia che incenerì il nostro sole
e la lepre fuggendo ci guardò e mise un segno
alle nostre porte divise
dentro la fonte lasciò un ciuffo di rugiada
in un fascio d’erba fresca cadde la nostra eloquenza
e tra i denti i grani delle giornate divennero macerie

a lungo si fece fredda la nostra casa
a lungo non guardammo più nascere né morire il giorno
non ci risparmiammo per molto tempo nessuna menzogna
a lungo soffrimmo per tutto il fiato corto
non scrivemmo sui muri delle nostre lacune a lungo
a lungo non lanciammo fili tra le nostre lagune
poi qualcosa come una bomba ed era l’aria di un respiro
mi bruciò la faccia e vidi senza colore un esercito di farfalle
lente pesanti avanzare in direzione del mio cuore
lo sollevarono dal petto di goffe paure lo vuotarono
nel mare e fu giorno finalmente l’orizzonte
non scriveva litanie sulle mie caviglie
si sciolsero le catene che avevo intrecciato
liquide si fecero le liane inutili tutte le mie paure futili

.

dong yuan- riva del fiume

.

amo
dissi e anche tu
dicesti così
lo dicesti
e da tanto
tanto tempo
non lo sentivo
da tanto
da tempo

e
ti ho amato
a lungo
tutto il tempo ho amato
il tempo che ti ho amato
a lungo a lungo
lungo è stato il tempo
lo dicesti adagio
quasi senza tempo
senza tempo
non avevi mai
il tempo
il tempo per dirmelo
tu non avevi
tempo
era sempre così
lontano il tempo
da me e da te
lontano non esisto dicevi
e io lo ripetevo
ti chiedevo

lontano
non sai quando
sarò
tutto il tuo tempo
lontano
fino a non vedere più
dove sia
lontano
tutto il tempo
lontano
tu ed io
senza più una parola

senza dire
senza
pronunciare
amo
anche solo per gioco

.

Se da qualche parte tornerò
se
da qualche parte sarà
casa e gli alberi fuori di me urlerò
con tutto il vento trattenuto
nelle sacche dei polmoni
in un corpo d’aria non mi faranno più paura

le gole rosse tutte le strade strette e le vie perdute
tornerò e non avrò
altro corpo che un pungolo d’api
gli aghi del mio freddo chiuso

tra i ricordi in cui mi sperdo
di tempo in tempo
camminerò leggera ruzzolando sarò di carta
un segno tra i profili delle case e i tagli di cielo
lune e lume il mio occhio andrò rotolando
accanto ai piedi dei bambini
sui chioschi di chi vende fiori
ai limiti dei quartieri senza più giardini
lucenti avrò parole senza sillabe
inquiete le mie lingue saranno nuvole di storie e
mari senza rive scorrerò senza altro tempo che una lunga notte
un abito di mille fili in un solo lungo getto
un gioco a cui nessuno mai darà un nome certo

 

 

.

1 Comment

  1. Da bambina ricordo che gli alberi avevano occhi, un verso che attinge da quella infinita miniera di meraviglie che è l’infanzia; mi ritrovo in quasi tutti i versi, soprattutto nella lingua dei treni e delle autostrade!

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