TRAME E PAESAGGI- Adriana Ferrarini: Note di lettura a “Enne” di Valentina Durante

peter dreher- tag um tag guter tag (giorno dopo giorno buon giorno) 1974-2014

dettaglio

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Leggendo ENNE di Valentina Durante, ho pensato a un’installazione che vidi a Venezia ai Magazzini del Sale sei anni fa. Lungo una parete di mattoni a vista su una fascia bianca che andava dalla porta di ingresso ai finestroni sul fondo si susseguivano piccoli quadri rettangolari, alcuni senza e altri con una cornice nera, ma tutti raffiguravano lo stesso oggetto: un  comune bicchiere dalla forma cilindrica stretta e alta, sempre dipinto su una gamma di grigi.

Così il protagonista del romanzo di Valentina Durante ogni sera ad un’ora prestabilita compie la stessa operazione: toglie 10 barattoli vuoti, che aveva disposto su una mensola a una rigorosa distanza l’uno dall’altro, e usando matita e righello millimetrato li ricolloca nello stesso esatto punto. L’operazione lo tiene impiegato per due ore.  Poi scatta una foto di se stesso, sempre con la stessa inquadratura.

Racconta questa operazione in una lettera indirizzata a un amico, ENNE.

Le lettere sono dieci. Sì, dieci, come i barattoli. Numerate, con il numero scritto in alto in stampatello, e sotto, in corsivo, la data, seguita nella riga sottostante dall’ora, infine il destinatario, questo enigmatico ENNE, seguito non dalla virgola, come risulta abituale nelle lettere, ma dal punto fermo.

Così si presenta la prima pagina, la prima lettera:

UNO

Lunedì 11 gennaio 2016

Ore 9.25 e a seguire.

 

Mio caro Enne.

La stessa struttura si ripete per dieci volte, cambia il giorno della settimana, lunedì o martedì, tranne una che è scritta di mercoledì, e l’orario che può essere intorno  alle 9.00 oppure alle 21.30. Le lettere coprono un arco di tempo di un po’ più di due mesi, dall’11 gennaio 2016 al 15 marzo 2016. Tra la nona e le decima lettera si infila La storia della donna con il basco, figura che appare già al termine della lettera UNO: il protagonista la vede all’interno dell’ufficio postale, sempre intenta a scrivere.

L’autore delle lettere è un uomo che dopo un lavoro brillante, ha deciso di condurre  una vita nascosta e anonima: fa il codista, cioè si mette in coda in posta per altre persone e arrotonda il suo mensile come  guardiano notturno di una villa, all’interno della quale vive in un modesto appartamento.

Con voce piana egli racconta le sue operazioni quotidiane, gli incontri e i dialoghi fortuiti con persone che sono come lui in coda, in attesa. “La potenza dell’estraneità”, dice il protagonista, fa sì che con estranei si esponga la propria intimità senza ritegni: così lui, parlando della pioggia, rivela a un estraneo la morte in un incidente della donna che avrebbe dovuto sposare (corsivo dell’autrice). Dalla prima lettera si intuisce quindi che dietro il rituale ossessivo c’è il dolore per la scomparsa di una persona amata e non solo, un profondo senso di colpa per questo.

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peter dreher- giorno dopo giorno buongiorno, magazzini del sale (venezia 2016)

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“Avrei dovuto sposare”: il condizionale passato è il tempo che si usa  per indicare un evento che si sarebbe verificato nel passato, se si fosse attuata, sempre nel passato, una certa condizione, che però non ha avuto luogo. L’ordinata sequenza dei fatti di cui si compone ora la vita del protagonista  – potremmo dire dei barattoli sul ripiano – si palesa dunque come un tentativo di non essere più soggetto all’imprevedibilità degli eventi, non dovendo più sottostare al realizzarsi di determinate condizioni perché si avveri quanto programmato, nell’intento al contraio di dominare il futuro, riducendolo a un seguito di eventi sempre uguali.

Ma nel presente del qui e ora che il protagonista, tramite un rigoroso processo di ascesi, si impone di vivere, dicendo di non desiderare più nulla (“mi sono talmente allenato all’autocontrollo che un qualsiasi atto di volizione mi risulta del tutto estraneo”, pag. 25)  subdolamente, assieme al passato, si insinua anche un futuro da modellare, manipolare, in definitiva desiderare. Basta il semplice pacco che ogni settimana una donna gli chiede di spedire a un altro uomo a far sì che la mente dell’anonimo codista inizi a immaginare aspettative, dialoghi, emozioni, a prospettarsi scenari che sembrano ripercorrere il suo passato, quello che lui ha vissuto nella relazione con la donna “che avrebbe dovuto sposare”.  Alla regolarità asettica e senza emozioni del disporre i barattoli, subentra l’aspettativa, l’attesa. E il futuro proprio dell’immaginazione prende il posto del presente.

L’uomo che dovrebbe semplicemente spedire il pacco, non solo lo apre e ne controlla il contenuto, ma addirittura arriva a sostituirlo con uno analogo. Così va avanti, intromettendosi di nascosto nelle vite di due individui, per quattro settimane, fino al giorno in cui scrive la nona lettera.

Da notare che, diversamente dalle altre, la nona e la decima sono scritte lo stesso giorno, la prima al mattino, la seconda alla sera. Tra le due, a rompere un’uniformità che secondo l’estetica giapponese dello wabi-sabi sarebbe artificiosa e spiacevole, si infila, La storia della donna con il basco che in apparenza porta il lettore in un’altra situazione, in parte speculare. Eppure è proprio in questa storia, altra da lui, che il protagonista riceve il suo nome: Nadia, la protagonista del racconto “ ’prese a digitare al computer, scandendo a voce alta: Enne… Enne… Eccolo qui: Nazareni Giorgio’ ” (pag.136); nello stesso momento comprendiamo anche chi destinatario e mittente delle lettere si identificano.

Nadia una sera attende il ritorno del marito, sposato da poco, e teme che gli sia successo un incidente. In effetti l’uomo, se non si fosse fermato più a lungo del dovuto a un autogrill, solo perché attratto da una giovane cameriera, che invece lo ignora a lungo facendogli perdere tempo, probabilmente sarebbe stato coinvolto in un incidente avvenuto sulla strada che doveva percorrere, forse sarebbe morto.

Casualità, coincidenze, rapporti di causa ed effetto: Valentina Durante si interroga e ci interroga sul senso di ciò che accade, sul tempo, sulle interpretazioni a posteriori dei fatti, sulla consistenza della nostra volontà, sull’amore e il male che infliggiamo a noi stessi e a chi amiamo, sulla possibilità di essere salvati o meno, mettendo in scena specularità che ci immergono in una realtà enigmatica e magmatica e dolorosa, in cui la mente vorrebbe trovare un ordine.

“Il caos, Enne, l’anarchia e il disordine, hanno una natura duplice: c’è il caos del diverso, dove ogni cosa è differente da ogni altra; e c’è il caos dell’uguale, dove ogni cosa è diversa da ogni altra. Entrambi gli stati esulano da un’idea di ordine, che è possibile solo nell’incontro tra la differenza e la similarità” (pag. 129)

Il tempo è il soggetto principale di questa romanzo in cui il protagonista non ha nome e lo riceve da una sconosciuta, la quale gli racconta una storia che, a sua volta, le è stata raccontata, in un gioco di specchi in cui il confine tra viventi e scomparsi, tra finzione e realtà si attenua, e appaiono figure salvifiche, come la cameriera dell’autogrill, o come la stessa donna con il basco, in modo tanto casuale da farci credere a un inganno dei sensi oppure a un senso recondito delle cose.

Una precisione affilata, che diventa poesia dell’istante, governa queste pagine che parlano di amore e morte e dolore, descrivendo le più trite e minute operazioni del quotidiano e, per sottrazione, illuminano su quello che per noncuranza e frettolosità ci lasciamo sfuggire. Un piccolo manuale sui privilegi dell’osservazione e dell’attenzione; sulle storie che ogni persona porta nascoste dentro di sé; sulle casualità della vita e sull’insopprimibile necessità di intervenire nelle vite degli altri, modificandole con la nostra volontà, manipolandole con il semplice raccontarle, ma anche portando loro il beneficio della salvezza.

Come fa, nei confronti del protagonista, la donna con il basco, semplicemente raccontandogli una storia speculare alla sua, ma con un esito opposto, quasi a dire: le cose accadono, non c’è colpa.

Valentina Durante produce uno strano incanto con questa storia minimale che riduce al grado zero i compiacimenti della trama e dei paesaggi e sceglie di ambientare il racconto all’interno dei luoghi che più preferiamo evitare, perché li identifichiamo con uno spreco di tempo: gli uffici postali, gli sportelli delle AULSS.

In questa scrittura tutta di cose e di azioni, ma anche di riflessioni, quasi contro la volontà stessa del narratore, nascono di tanto in tanto immagini di una delicata e vivida poesia, come questa che mi ricorda la fine botanica di certi pittori fiamminghi: “Ai suoi piedi ci saranno ora erbe selvatiche, molto trifoglio, i fiori zuccherini e viola del trifoglio, e un diffuso profumo di fienagione. Ci saranno fiori gialli dai robusti steli, le corolle aggrappate allo stelo, simili ai pinnacoli di una sontuosa città orientale “(pag. 120); oppure la pagine in cui vengono rievocate le sere d’estate della sua infanzia dalla voce narrante, “guardavamo gli adulti seduti su sedie di plastica intrecciata, mentre il prato si accendeva di lucciole. I grandi parlavano tra loro e noi organizzavamo finte festicciole con finte pietanze – di foglie, di terra, di ghiande – che nessuno avrebbe mai mangiato e che pure tutti avrebbero portato alla bocca recitando, come si recita con i bambini – impunemente. Quello era un tempo in cui ogni cosa esisteva.”(pag 73). C’è una vena lirica e malinconica che Valentina Durante tiene a freno perché non prenda il sopravvento, ma scorre ed è la linfa di questa storia, anzi di questo viluppo di storie.

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a. tarkovskij – foto di scena dal film “sacrificio” 

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Per finire con la trama, la sera stessa dell’incontro con la donna dal basco, il protagonista ritorna alla sua operazione metodica di sistemazione dei barattoli, che aveva abbandonato, e si fa una nuovo foto di sé. “Nei miei occhi stasera c’era uno sguardo bellissimo”, così si chiude quest’opera e a me sono venute in mente le parole del protagonista nel film Sacrificio di Andrej Tarkovskij: “Sai, a volte io mi dico che se ogni giorno esattamente alla stessa ora uno compisse la stessa azione come un rituale, nello stesso identico modo sistematicamente, il mondo cambierebbe, sì, qualcosa cambierebbe, senz’altro cambierebbe. Uno potrebbe alzarsi al mattino, diciamo alle sette in punto, andare in bagno, prendere un bicchiere d’acqua dal rubinetto e gettarlo nella tazza del water, soltanto questo”.

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Adriana Ferrarini

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NOTE SULL’AUTRICE

Si racconta lei stessa così:- Sono libera professionista dal 2000. Fino al 2009, mi sono occupata quasi a tempo pieno di ricerca tendenze. Ho diretto un Osservatorio sulle tendenze moda e design, finanziato dalla Camera di Commercio di Treviso. Ho fondato e diretto il Gruppo Stile, un collettivo che riuniva progettisti, designer, stilisti, grafici e artisti. Per conto di Veneto Banca, ho curato il Rapporto O.S.E.M., indagine socioeconomica sul distretto di Montebelluna. Ho fatto parecchia docenza: corsi FSE per occupati e inoccupati e due laboratori di sviluppo prodotto al Politecnico di Milano. Ho tenuto conferenze e seminari nei distretti del Nord e Centro Italia e ho presentato l’Osservatorio come Best Practice italiana a Eurochambre, Bruxelles. Nel 2009, dopo la nascita di mio figlio Saverio, ho cambiato tutto. Già avvezza alla scrittura (dalle prefazioni al suddetto O.S.E.M., ai contributi per riviste e saggi, ai comunicati stampa, ai testi per i trend book; ma avevo anche scritto un non esile saggio sulla storia dello sportsystem italiano), ho cominciato a collaborare come copywriter con aziende e agenzie di comunicazione. Nel 2016, decisa a perfezionarmi, mi sono iscritta alla Bottega di narrazione diretta da Giulio Mozzi. Il mio primo romanzo, La proibizione, è uscito nel 2019 per l’editore Laurana; miei racconti sono stati pubblicati su Altri Animali, Leggendaria, Il Rifugio dell’Ircocervo, Vibrisse e nella raccolta Polittico (Caffèorchidea, 2019). Attualmente sono rappresentata dalla Rita Vivian Literary Agency. In questi ultimi anni ciò che faccio per passione ha finito per compenetrare il mio percorso professionale: ne danno prova le sempre più frequenti consulenze in cui mi servo delle tecniche di narrazione – invenzione, punto di vista, costruzione della trama, ecc – per esplorare l’immaginario aziendale e riorganizzarlo in forma più coesa ed efficace. Dal 2019 ho iniziato a collaborare con la Bottega di narrazione come docente: mi occupo in modo particolare dei rapporti fra scrittura e visione. Nel 2020 terrò un corso base di scrittura narrativa anche per Il Portolano di Treviso.

http://www.valentinadurante.com

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Valentina Durante, Enne- Voland edizioni 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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