RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Il fuoco


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La campagna ardeva davanti la sua persona. Il fuoco si propagava incendiando al suo passaggio corpi di ogni regno. Un suono di abbattimento accusava l’udito di impotenza. Il dolore non aveva il tempo di venire fuori. Il gemito restava imprigionato e bruciava nel fuoco. Era quello un segno di testimonianza alla inaspettata violenza che l’esistente subiva. Il fuoco – affamato e senza freno – prendeva ogni cosa. Pensava – lei – che non si sarebbe salvato neanche il suo spirito di essere animale. Affanno. Avidità. Insaziabilità. Consumabilità. Cosa sarebbe rimasto sulla terra? su quella porzione di terra? La morte indossa costumi diversi durante le sue visite. Ora aveva i colori più sgargianti, le movenze di una danzatrice ultraterrena, la potenza di una natura divina. A tanto calore sarebbe seguito il gelo. All’addiaccio della lunga notte la rinascita. La cenere avrebbe custodito la vita nelle sue spoglie. Ancora terra sulla terra per fare posto al seme. Lei correva più intraprendente e scatenata del fuoco. Ci teneva a sopravvivere. Comprese la differenza di vivere-sopra-la-vita. La necessità di salvare la propria pelle. L’oblio verso ogni altra preoccupazione. Correva con un principio opposto a quello del fuoco. No, il principio – lo scrisse Talete – contenuto  negli elementi ha entrambe le valenze. Il fuoco è principio di vita e principio di morte. Erano le forze, le misure, le proporzioni a entrare nel gioco. Il fuoco si dimostrava instancabile, e lei ebbe il terrore di morire arrostita come una preda. Una di quelle prede preparate per coloro che al banchetto attendevano. Non capiva chi fossero, sentiva che la sua carne bruciata, carbonizzata non avrebbe fatto in tempo a nutrire altri animali, ma si sarebbe unita alla terra; l’avrebbe arricchita con leggerezza. Una traccia ancora si sarebbe mischiata alle altre. Segnare il passaggio di lei sulla terra.
La sensazione predominante era di scomparire tra le tempeste del fuoco. Le venne naturale correre e correre tra gli alberi brucianti. Avrebbe voluto che gli alberi si spostassero per non perire. E invece le radici impedivano i movimenti.
“La vegetazione è così dinamica e strategica, e tanto fissata al suolo da non potere, in casi di pericolo, prendere una altra via per la continuazione della vita. Non è così che loro fuggono” pensò affannosamente.
Non sarebbe scampata all’incendio ancora per molto. Il suo corpo ribollliva e una copiosa patina le stava appiccicata dappertutto. Smise perfino di pensare. Corse tanto da non sentire più il peso degli arti. Scivolò verso il basso. Perse l’equilibrio e atterrò in una parte di terra in cui le fiamme non erano ancora arrivate. Una frescura si espandeva dalla vegetazione. Lei, stordita e incredula, si accorse di pensare nuovamente e di non volere scappare più. Ora si abbandonò al terreno. Appena chiusi gli occhi, la colse un sonno profondo: un sonno che la prese violentemente senza lasciarle le forze per reagire. Cominciò a sognare di persone che scappavano in maniera confusa. Sparsi intorno vi erano cadaveri di entrambi i sessi e oggetti mai visti prima ancora fumanti. Lei chiedeva a chiunque il motivo della fuga, ma non le rispondevano. Provò quella sensazione che dall’infanzia – come un presentimento – abitava in lei, e si sentì perduta. Una distruzione, a discapito della vita stessa, era stata innescata con un congegno in cui il tempo veniva numerato in senso decrescente.
Lei apre la bocca per urlare e la voce non le viene fuori. Riprova più volte, e si ripete la stessa sequenza. Comincia a passare tra le persone per scuoterle e si accorge che i loro sguardi sono spenti. I loro corpi compiono movimenti, forse, dovuti alla disperazione di dovere salvare la vita…
Lei percepisce una distorsione in questa contraddizione: tra l’azione del correre e la totale indifferenza nei loro occhi. Lo sa certamente che quando si scappa, gli occhi non possono essere luci spente. È certa che i suoi stessi occhi, durante la fuga e la corsa in nome della salvezza, sono stati più che eloquenti. I suoi occhi sono tuttora un fascio di nervi doloranti. Sono anche specchi dalle immagini fisse. Immagini che arrivano dentro senza nessuna anestesia.
Osserva lo spazio in cui si muovono i corpi. È uno spazio desolato. Non c’è una sola pianta a fare compagnia. Un fumo insopportabile si appropria di ogni cosa. Uomini e donne corrono ancora, ma lei è così stanca che non chiede più. Si siede per terra. Ha compreso che stanno scappando dalla loro stessa fine. Si sente isolata dal gruppo. I loro sguardi sono per lei motivo di angoscia.
Immagina perfino che si tratti di meccanismi e non di esseri umani. Cosa le sta suggerendo il sogno? la sua fuga dal fuoco avrà attivato la paura ancestrale o la riattivazione delle difese a oltranza? entrambe le situazioni? Non crede di avere il tempo di rispondere a se stessa. E se tutte quelle persone scappassero pure avendo perso qualsiasi luminescenza di speranza? se tutta quella gente si trascinasse nella fuga. Ultima azione in onore della vita. Il fumo soffocava emanando un odore irrespirabile. Non vedeva più nessuna persona. Dove erano finiti quei corpi inanimati e tanto movimentati? Nel sogno solo gli oggetti non erano stati inghiottiti, svaniti nel fumo imperversante. Lei ne sollevò uno – il primo che incontrò –  e anche osservandolo da più angolazioni non le riuscì di capire di cosa si trattasse.
Desiderò uscire da quel sogno. Avvertì dolore in tutto il corpo, ma quello che di più le bruciava era il petto. Le palpebre non ascoltavano il suo comando di aprirsi. La schiena restava aderente al suolo. La coscienza brulicava incerta se desta o dormiente. Era sola. Voleva svegliarsi e trovare un albero. Abbracciarne il fusto e dirgli: « Allora la vita non è finita!»
Le ci volle molto tempo prima di giungere a un risveglio. Un risveglio con cui dovette fare i conti, quando apprese che l’incendio da cui era scampata era – senza ombra di dubbio – di origine dolosa.

Francesca Eleonora Capizzi

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