IL RUMORE DEL MONDO- Paolo Polvani: note di lettura a “Edifici pericolanti” di Massimiliano Damaggio

stefan zsaitsits

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pericolanti è un libro bellissimo e terribile, uno dei più belli e coinvolgenti tra quelli letti in questi ultimi anni. Terribile perché fa male, ci restituisce intera, senza sconti né remissione dei peccati, l’atmosfera del tempo, la sua infinita crudeltà e il dolore che ne deriva, ci mette davanti allo specchio senza fingere, senza tacere il male, senza abbellimenti o trucchi. Svolge quindi onestamente, egregiamente, il lavoro della poesia, che è quello di raccontarci il tempo presente senza tacere delle sue luci sinistre.
Va subito detto che il libro segue un procedimento inconsueto, i titoli dei singoli testi sono relegati alla fine, per espressa volontà dell’autore al fine di non interrompere il flusso narrativo, e che le sezioni che compongono il libro sono accompagnate da note esplicative che illuminano il percorso e il suo svolgersi, e inoltre che alcune poesie sono in greco, con traduzione italiana.
È appunto nelle note che gli aggettivi iniziali trovano una conciliazione, spiegano come si possano compenetrare bellezza e dolore: “Nell’imperfezione di tutto e nel nostro tentativo di trovare un equilibrio penso ci sia un indizio di bellezza”.
Inoltre sempre nelle note esplicative illumina un altro aspetto della questione: “Io sono ateo ma profondamente cristiano”.
È a partire da questo assunto che si spiega la permeabilità al dolore, e di come il verso si dispieghi nell’intercettare il dolore degli altri, lo catturi e ne faccia materia, sostanza poetica da presentare al mondo.
La continua ricerca di un equilibrio con i continui aggiustamenti, correzioni, sbagli, ritorni e nuovi inizi, dunque genera bellezza, e questa mi sembra un’ipotesi che illumina il cammino e gli conferisce un senso.
Massimiliano è un autore italiano che da molti anni vive ad Atene, ed è stato testimone, negli anni passati, della catastrofe economica che ha sconvolto la Grecia. Per sue difficoltà personali, e per le sopraggiunte restrizioni conseguenti alla pandemia dopo, il libro non è stato portato in maniera adeguata all’attenzione del pubblico. Ma credo, e spero, che in qualche maniera si possa ovviare a questa mancanza, perché si tratta di un libro bellissimo e terribile, di quei libri destinati a restare.
Dove si genera il dolore nel tempo del liberismo selvaggio? della guerra di tutti contro tutti? nella competizione, nella possibilità del fallimento, nel deragliamento rispetto agli obiettivi che preludono a una caduta nell’inferno rispetto alla considerazione aziendale e di conseguenza umana.

 

Esiste il tempo degli uomini in affitto 
ripiegati in due dentro il contratto
nell’atto di spalancare la bocca
per ingoiare la moneta: Complimenti 
mi dice il manager, Lei è in progressione
tuttavia non sa gestire le risorse: 
ci vuole la carota, e ci vuole il bastone
Esiste il tempo dei ruminanti
che sanno l’intimo piacere del bastone
il Suo scopo è essere una molla
caricare il significato dei corpi: Lei
deve scavalcare la catasta dei giorni
sopra cui sta un obbiettivo,
che ci segna.

 

Eccoci piombati nelle atmosfere della contemporaneità, nella spirale del ricatto dove il bastone e la carota assurgono al ruolo di archetipi, di spauracchi che animano gli incubi di tanti, non soltanto dei lavoratori dipendenti, perché le disumane regole del mercato coinvolgono tutti gli attori della scena economica e si riverberano nella quotidianità allargando a dismisura il loro campo di influenza.
Si parla qui di budget, di forbice tra obiettivi e fatturato, ecco spuntare nella poesia “uomini abbaiati / dal cane del credo quotidiano”, ecco il pungolo della pressione e del ricatto: “Dino sta sotto budget da almeno tre mesi / ti dicono di dirgli che è un coglione / non è un insulto, ti dicono”, ecco spirare il soffio gelido generatore di frustrazione e disagio, di dissesto interiore, seme fecondo di odio e di follia. 

 

È molto il dolore, e io poco 
apro la porta: vado a lavorare
il dolore con le mani
degli uomini molti
alla catena del carrello
che riemergono delusi
dal detrito quotidiano
masticando gli scontrini
e alla scatola di cartone
dove dormono gli involuti
in un cubo senza lessico
evapora il calore
un dito dopo l’altro
fino a quando il polso cede
e dal buco nell’asfalto
germoglia, tiepido, un rancore,

come la carezza energumena
che non sa dosare la forza
come il cane che per troppo amore
al bambino ha divorato il volto.

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stefan zsaitsits

 

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La strada, bianca come un disinfettante
le pietre grandi, le pietre piccole
le colline, vuote come una morte recente

Questo alla fine è la poesia 
una mosca tossica
che depone nel corpo le uova della solitudine
Apro le mani, piene di dita inutili
che sanno solo scrivere parole

 

È una sequenza che ricorda il paesaggio di Dissipatio H.G. di Morselli, il mondo carico di merci e di luci sfavillanti, ma ormai irrimediabilmente votato alla solitudine, condannato a restare un triste spettacolo di vuoto, dove la disumanità regna e ci rende tutti ostili, nemici dentro una competizione priva di senso e di sentimenti.
In questi giorni di pandemie e di guerre, di vigilia e di attesa sull’orlo di un baratro che può ingoiare il mondo e spazzare via la vita dalla terra, ecco queste parole luminose, dettate dalla consapevolezza che al fondo l’umanità è sempre in agguato e può salvarci:

 

Un pesce nuota e un uccello vola
e il loro incontro è un riflesso a filo d’acqua
uno scambio d’occhi inatteso
e una parola d’amore senza seguito 

Loro queste cose le sanno, 
gli uomini no

 

Scrive Bifo ne L’anima al lavoro: “Il liberismo ha da un lato puntato a togliere di mezzo quelle norme legali o quelle regolazioni sociali che avevano come effetto un’attenuazione della dinamica competitiva. Dall’altro lato ha mirato a trasformare ogni ambito della vita sociale (compresa la sanità, l’istruzione, la sessualità, l’affettività, la cultura) in domini economici nei quali vale unicamente la regola della domanda e dell’offerta… Bisogna che la vita stessa dell’individuo faccia di lui un’impresa permanente e multipla”.

 

Non è corretto
 e non è poesia
 raccogliere un dolore
 per scrivere parole
 Se stai piegata in due dentro la stanza
 al primo piano della casa abbandonata
 mentre urli al cane muto
 che scappa, e cade per le scale, e si nasconde

Nel buio ascolta
il latrare del tuo male
che sfonda il tetto

 

Scrive Fabio Franzin nella bella postfazione: “Le definizioni – mai avvitabili come ogni definizione – si sprecano: poesia realistica, neo o post- realistica, epica, civile, di denuncia sociale… come se non fosse già atto civile la poesia stessa, il canto solitario di un afflato corale, come se non fosse già denuncia sociale la poesia che si erge come antidoto all’attentato alla bellezza, alle ingiustizie, alla corrosione dell’armonia”.

Che respiro ha, che bellezza possiede la poesia di Massimiliano? È sicuramente fluida, comunicativa, efficace, ricca di svolte improvvise e di sussulti, di vibrazioni empatiche e soprattutto utilizza una lingua che affascina, credo sia difficile cominciare a leggere il primo testo e non avvertire l’urgenza di arrivare fino in fondo al libro come si trattasse della trama avvincente di un romanzo.

 

Paolo Polvani

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Massimiliano Damaggio (1969). Nel 2011 pubblica Poesia come pietra, Ensemble, Roma. Nel 2017 pubblica Ceux qui prennet un café face à la mer, poesie tradotte da Olivier Favier, Alidade Editions, Francia. Traduce poeti contemporanei dal greco moderno e dal brasiliano. È fra gli ideatori del blog “perìgeion”. Vive ad Atene.

 

Massimiliano Damaggio, Edifici pericolanti- Dot.com.press 2017

 

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