RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: La bambina

egon schiele

 

Il suo vestito di stoffa colorata a fiori. Le gambe magre. Le rotule delle ginocchia sporgenti sbattevano dappertutto. Le mani lunghe su braccia anche esse lunghe. Un corpo su cui si contavano le ossa. Una bambina. Frequentava la classe seconda elementare e aveva sette anni. Una statura, difficile se descrivere piccola o estesa. Occhi obliqui, lingua acuminata, capelli a criniera e fantasia al volo del drago. Sentiva dentro di lei la presenza e la convivenza di piú mondi. Una notte si svegliò dopo qualche ora di sonno e si alzò dal suo letto. Aveva paura. Sapeva che, se l’avessero scoperta girare per la casa durante la notte, l’avrebbero severamente sgridata. Si rese cauta nei passi. Silenziosa nei respiri. Decisa nel proposito di comunicare con le presenze coabitanti in lei. Si diresse a piedi nudi sul pavimento di marmo del salone, ma prima indossò un soprabito di cotone che si richiudeva davanti con piccoli bottoni. Si portò a mano un paio di scarpe di colore verde, pure  nella indecisione di volerle calzare. La bambina si recava nel salone per partecipare a una festa. Prima ancora di arrivare sapeva con certezza che vi avrebbero partecipato donne, uomini di diversa età. E non ignorava – se tanto necessario risultasse cercarne uno – lo scopo della festa.
La musica attendeva il suo ingresso. Forse furono i violoncelli a rimescolarle il sangue al suo arrivo. Tra le note udite le parse di ricevere un addio prima ancora di dare inizio alla festa. Era lei che tutte e tutti attendevano. La bambina aprì le labbra in una risata, e fu compreso – quasi fosse un segnale – di scegliere una compagna, un compagno per danzare. La ricerca di una entità per volteggiare ai suoni di una musica fu la prima azione. In questa parte della notte si formarono delle coppie, poiché in un primo momento fu richiesta la ricerca di un solo componente oltre il sé. Seguí uno scambio quasi forzato, durante il quale si formarono nuove coppie, ma con la consapevolezza che la coppia ora costituitasi sarebbe stata destinata a nuove formazioni fino a… e qui non sapevano cosa sarebbe accaduto. La bambina aveva raccontato di fare cosí perché, da quando ci si prepara a nascere, si è portatrici e portatori di una parte maschile e di una parte femminile. E necessariamente le due parti dovranno mescolarsi per formulare nuova vita. La formazione di una coppia, non necessariamente un uomo e una donna. Una coppia simbolica avrebbe quindi ricordato che in noi esistono i due lembi. La danza racchiudeva le azioni che si compiono nel vivere. Rendeva speculari gli aspetti inattesi. Per la precisione quegli aspetti a cui non diamo importanza. Anche i sogni. La bambina applaudì con entusiasmo, e improvvisamente divenne pallida ricordando che il tempo restante non era molto. Spiegò che per un certo numero di ore l’intera casa sarebbe stata avvolta in un elaborato silenzio e i/le dormienti non avrebbero udito niente altro al di fuori del proprio sonno.
La seconda fase della festa si svolse in una scomposizione: opponendo alla compostezza un principio di disordine attraverso il quale ci si conobbe più a fondo. Il superamento della prima barriera. L’abbandono dell’aspetto formale. Ciò che dà forma fu lasciato per accingersi a una ricerca che non deve sempre chiudersi in se stessa. Lasciare alle possibilità la possibilità di avanzare e prima ancora di costituirsi. Si formarono gruppi. Si isolarono coloro che sentirono il bisogno di restare in disparte. Intervenne la bambina prendendo per mano coloro che non colmavano la distanza. Una danza circolare occupò la terza fase della festa. L’invito non ammetteva l’esclusione. A chiederlo era sempre la bambina. La sua voce giungeva come da Il giardino delle delizie.
Ma forse si trattava di festeggiare la vita. Per quella cosa che le stava dentro si era svegliata la notte. Per quella cosa semplice dentro di lei e inspiegabile a chiunque. Sempre per quella cosa, ora il salone era abitato da tante presenze. La bambina – di alcune – conosceva anche la loro identità. Come avrebbe fatto a spiegare che fra di esse vi erano date di nascita di secoli lontani? Osservando il salone cosí fantasiosamente gremito pensó che si stesse svolgendo un ballo in maschera. Chiunque invitato e invitata avrebbe potuto indossare l’abito preferito. E così avevano fatto! Stoffe dai disegni geometrici; losanghe e fiori in alternanza; trasparenze ipnotizzanti tra pizzi e broccati; tuniche monocromatiche; ruvidi sai; tele rigide; spessi panni di lana si confondevano tra velluti felpati e fruscii di veli. Anche il silenzio si fece spazio tra la folla. Momenti di intensa immobilità occuparono i presenti corpi. Dal cerchio si staccò una donna. Si tolse la giacca scura di taglio maschile, e salutò come per andare via. Esattamente il contrario: salutava perché si accorgeva di essere in compagnia. E pareva dire della importanza di trovarsi insieme. La donna era molto alta, aveva capelli corti e spalle ampie. Prese in braccio la bambina e la fece girare. La posizione elevata fornì alla bambina una proiezione energica.
«Come è bello trascorrere la notte in compagnia di persone di cui ho fiducia!» disse con voce squillante così che la potessero ascoltare.
Si fece silenzio. Si posarono tutti gli sguardi sulla bambina. Nessuna domanda le veniva posta. Fu lei a volere parlare.
«Sono felice che siate con me. Io sono sola in questa casa. I miei genitori ci sono, ho una sorella, ho un fratello, ma sono da sola in questa casa, o forse dovrei capacitarmi di convivere con persone non amiche»
La donna dalle ampie spalle la mise giù e le disse:
«Noi saremo con te ogni volta che ci penserai»
«Sarà così, ma se la mia famiglia scopre che sono qui – di notte e sveglia nel salone – con voi saranno guai per me»
«Quanto tempo rimane ancora?»
«Abbiamo qualche minuto, solo qualche minuto»
La musica destò e accompagnò gli sguardi nel cerimoniale dei saluti. La bambina li avrebbe ricordati. Il parlare della propria famiglia sollecitò il timore di essere scoperta. Chiuse gli occhi.  Contò per un minuto pensando di ritornare nel suo letto.
Fortemente si sentì afferrata per il braccio. Riconobbe la presa autoritaria del padre. Le parve di udire una eco di sua madre dietro le parole del padre. La bambina non ricorda le parole. Non vuole tenersele dentro di lei. Non dimentica la paura provata. Il suo lago di pipì.

 

Francesca Eleonora Capizzi

 

 

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