PIEMONTESINA BELLA- Loretta Emiri- racconto

lucia poli – edmondo de amicis – la maestrina dalla penna rossa-libro cuore

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“La maestra”, ancor oggi dicono i compaesani nell’evocarla. Appena diplomata, e fino a saldare le rette maturate durante la formazione, insegnò nel collegio dove aveva studiato. I suoi erano proprietari di un grazioso alberghetto a conduzione famigliare. A seconda delle esigenze, da bambina aveva operato come cameriera, aiuto-cuoca, inserviente. Non di rado fungeva da dama di compagnia di ospiti anziani, le cui storie di vita tanto le piaceva ascoltare. Riordinare le camere era il servizio che prestava più volentieri, perché le consentiva di entrare in contatto diretto con gli oggetti del suo desiderio. Prendeva tra le mani libri e riviste che i villeggianti si portavano dietro, estasiata fissava indici e copertine, sfogliava pagine, leggeva paragrafi interi quando fascinose parole catturavano la sua attenzione. Fra i clienti abituali c’erano degli insegnanti e, magari, qualcuno in particolare può in lei aver suscitato interesse per la professione; ma, che poteva e voleva divenire maestra, la piemontesina bella lo capì dopo aver scrutato a lungo dentro sé stessa. Crebbe lavorando sodo, ascoltando gli adulti, leggendo qualsiasi scritto le capitasse a tiro. Al verificarsi della prima mestruazione, l’adolescente yanomami viene fatta accomodare in un rifugio appositamente costruito all’interno della grande casa comunitaria, e attiguo allo spazio occupato dalla sua famiglia estesa; vi resterà fino alla fine del secondo ciclo mestruale, rispettando restrizioni alimentari, essendo servita dalla mamma nelle sue necessità; non parlerà con nessuno, ma ascolterà ciò che la comunità avrà da dirle, configurandosi,  questo periodo, come  momento di formazione e introduzione alla vita di adulta; quando uscirà sarà pronta  per  consumare il matrimonio che, generalmente, è già stato combinato dai genitori degli sposi in base alle regole sociali vigenti. Quando la piemontesina scese a valle per andare in collegio a studiare da maestra era una piccola donna piacente, tenace, discreta; e forte come la roccia delle sue montagne.

Amava tanto l’insegnamento da considerarlo una missione. A sé stessa applicava una disciplina ferrea, era comprensiva con gli alunni normali e tenera con quelli di umili estrazioni sociali, per gli zucconi raddoppiava sforzi e si prodigava in sperimentazioni. Molti anni trascorsero mentre passava per le scuole di varie località senza che l’idea di formarsi una famiglia la sfiorasse. L’ineluttabile accadde quando la sua condizione di zitella era ormai ritenuta irreversibile. Nei piccoli centri l’insegnante elementare, anche di sesso femminile, era un’autorità alla stregua del sindaco e del parroco, e non poteva esimersi dal partecipare ai più svariati eventi. Assistendo un giorno ad una commemorazione, la maestra si sentì osservata. Nell’incrociare lo sguardo del carabiniere che la stava fissando fu colta da trasalimento: l’emozione improvvisa la fece sussultare ed arrossire allo stesso tempo. Per lei seguirono giorni di smarrimento. Gentile, educato, purtroppo celibe era il carabiniere. Avvalendosi dei più fantasiosi pretesti, cominciò a visitarla assiduamente. L’impeccabile divisa lo rendeva elegante. Ogni volta che la maestra lo vedeva arrivare si sentiva rimescolare tutta. Gli incontri avvenivano nella scuola dove, correggendo compiti, preparando lezioni, spesso dando ripetizioni, lei trascorreva la maggior parte del tempo. Mai Leonardo arrivava a mani vuote però, se erano fiori, diceva di averli portati per abbellire l’aula, se si trattava di caramelle asseriva fossero per gli alunni. Le loro conversazioni erano gradevoli per l’eterogeneità degli argomenti trattati; perché, essendo curiosi, sapevano ascoltarsi; perché, grazie all’educazione ricevuta e al discreto bagaglio culturale, accoglievano il punto di vista dell’altro senza sentire il bisogno di imporre il proprio. Impararono a conoscersi così: lui manifestandole pensieri e sentimenti; lei rivelandogli la propria passione per tutto ciò che avesse a che vedere con la scrittura. Quelle prime ponderate e solide parole divennero le fondamenta della stima reciproca su cui, in breve, poggiò l’amore. 

Faceva molto freddo quel pomeriggio. Abbondante la neve era scesa e la cittadina si ritrovava vestita da sposa. Sistemata accanto alla stufa a legna, la maestra correggeva compiti, distraendosi continuamente perché si avvicinava l’ora in cui, di solito, il carabiniere le faceva visita. Essendo la ghiaia del vialetto coperta di neve, non lo sentì arrivare; non vedendola andargli incontro come di consueto, lui procedette cauto fino alla porta a vetri interna da cui sperava di poterla guardare per un po’ senza essere visto. Contemplò a lungo l’oggetto del suo desiderio, riandando con il pensiero alla prima volta che il suo sguardo si era posato su quella donna minuta da cui si era sentito subito attratto. Poi bussò alla porta. Lei si mosse impacciata, lui avanzò risoluto. Le mise in mano un libro che aveva fatto acquistare da un collega recatosi in città, il libro che due giorni prima la maestra gli aveva detto di voler comprare. La sorpresa velò lo sguardo di lei; lui se la mangiava con gli occhi. Per la prima volta non le disse “signorina maestra”, applicò un diminutivo al nome proprio, usò il tu e, a bruciapelo, le chiese: “Claretta vuoi sposarmi?”. Per lunghi giorni lei cercò di convincerlo che non era il caso: perché era zitella, perché amava il suo lavoro e ad esso si era votata, perché era più vecchia di lui di tre anni. Queste e altre non valide ragioni non convinsero né lui né sé stessa. Determinato, continuò a corteggiarla con più intense parole; ed esse ebbero il potere di svelarle che a fianco di uomo siffatto ben valeva la pena addentrarsi nella giungla del matrimonio. 

Il fidanzamento fu molto romantico. Nei dialoghi introdussero informazioni personali e famigliari, embrioni di progetti. Durante le visite che Leonardo le faceva, le strette di mano vennero sostituite da baci non meno casti. Presero a scriversi quotidianamente, addirittura più volte nello stesso giorno; quasi a giustificarsi, sostenevano che i concetti che arrivano ad essere scritti sono più maturi, più profondi di quelli solo detti; la ragione vera era pudicamente taciuta, e cioè che attraverso la scrittura riuscivano a formulare dichiarazioni d’amore più originali, più audaci. Quando giungeva l’ora di separarsi, restavano in compagnia delle lettere che si scambiavano; le leggevano quando già erano a letto, poco prima di addormentarsi, così i sogni si fecero erotici, umide le notti. Neppur lontanamente passò loro per la testa di avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Oniricamente, però, riuscivano a fare ciò che lei non avrebbe fatto a causa dei condizionamenti religiosi; ciò che lui non le proponeva di fare per il gran rispetto che le portava. Fortunatamente, oltre che romantico il fidanzamento fu breve! Il carabiniere, che si trovava in Piemonte per ragioni di servizio, venne richiamato in Umbria. Decisero di sposarsi in tutta fretta e vollero farlo nel paesino dove lei era nata, lassù tra le montagne. Cattolica praticante, la maestra non poteva che sposarsi in chiesa; ateo convinto, Leonardo non sollevò obiezioni e nemmeno sentì di tradire alcun principio, perché davanti a un sindaco o un prete che fosse, lui avrebbe fatto la stessa identica cosa: giurare amore e fedeltà a quell’esile donna speciale. La madre e il padre già erano morti, ma intorno alla maestra si strinsero congiunti di ogni ordine e grado. Per Leonardo, che era bastardo e pure orfano dei genitori adottivi, fu un’esperienza sconvolgente: quei montanari schivi e sobri, che fossero parenti o compaesani della sua Claretta, riuscirono a farlo sentire accolto, accettato, a casa; nei loro volti ravvisò quelli di fratelli, zii e cugini, volti che fino a quel momento tanto gli erano mancati. 

La maestra aveva una sorella di tre anni più anziana, e un fratello di tre anni più giovane. A gestire l’albergo era rimasta la sorella, che aveva progettato di sistemare gli sposini nella stanza ritenuta più bella. Ma non si sorprese quando la maestra le disse di preferire la camera che era stata dei genitori. Di non facile accesso, perché bisognava salire varie rampe di scale, era arredata spartanamente. Conteneva, però, qualcosa di molto prezioso: una finestra che sovrastava tetti d’ardesia e incorniciava montagne. Il paesaggio era talmente suggestivo che mai nessuno aveva pensato di farlo sparire sotto tende graziose e cretine. Preparativi, cerimonia nuziale e luna di miele avvennero nell’arco di sette giorni. Una settimana può essere ritenuta frazione di tempo molto effimera, ma anche tutta una vita può esserlo; ciò che fa la differenza è la consapevolezza con cui riusciamo a vivere l’attimo. Lungo la strada che dall’alberghetto conduceva in chiesa, i vicini sistemarono vasi di fiori. La coppia passò a braccetto tra due affollate ali di gente. La curiosità di conoscere il bel carabiniere non fu la sola ragione che fece riversare in strada l’intero paese: erano tutti un po’ orgogliosi della maestra; volevano edificarsi cogliendo la felicità nei volti degli sposi; avvertivano il bisogno interiore di far festa e utilizzarono le nozze a pretesto, anche se l’evento li riguardava indirettamente. I membri dell’unità operativa locale dell’arma dei carabinieri si presentarono in alta uniforme, dando all’atmosfera un tocco solenne. Al termine della messa, i parenti tornarono indietro per ultimare i preparativi del pranzo, mentre gli sposi vollero recarsi da soli al cimitero. Sorridendo, la maestra depose sulla tomba dei tanto amati e rispettati genitori il mazzo di fiori che aveva stretto a sé durante la cerimonia. A questo punto Leonardo scoppiò in lacrime. Lei non tentò nulla per arginare l’accorato pianto, solo strinse fra le sue una mano del marito e attese. Di quel silenzio eloquente, di quell’ascolto partecipante, in seguito, infinite volte, lui le avrebbe detto di esserle riconoscente. Espulsa l’ultima lacrima, smorzatosi l’ultimo singhiozzo, Leonardo fissò la sua Claretta e le disse: “È atroce sentirsi figli di nessuno, essere rifiutati, sperimentare l’abbandono, non sapere in che direzione ricercare le proprie radici.  Tutto ciò le lacrime hanno lavato via. Ora debbo pensare solo a te che hai scelto di essere mia”. 

 

Loretta Emiri–  da QUANDO LE AMAZZONI DIVENTANO NONNE

 

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