ULTIME CARTOLINE- Maria Grazia Palazzo: Note di lettura alle “Cartoline dalla casa del tempo” di Fernanda Ferraresso

rené magritte- terapista

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Questa ultima prova poetica di Fernanda Ferraresso, Cartoline dalla casa del tempo, pubblicata per i tipi di Terra d’Ulivi, collana Parole di cristallo, ha in sé una pluralità di dimensioni. Certamente il tempo inteso come casa, punto di osservazione, di partenza e ritorno, rivela che tutto è solo spazio, come la stessa autrice annuncia in esergo. Una scrittura che sgorga copiosa, a volte in modo discorsivo, a volte criptico, ma sempre intensa, generata da una fonte incessante di attraversamenti esistenziali.

Prima di entrare nel corpo del testo vale la pena ammirarne la copertina, un disegno digitale della stessa F. Ferraresso, dal titolo Guardando nel foro della serratura, che è anche una spia del lavoro di scrittura proposto. Si tratta di un disegno dai colori caldi e freddi, con prevalenza di rosso e blu, colori intensi, dai segni onirici, di un sole lunare o di una luna solare, forse un suggerimento per guardare le cartoline in quella casa. Inevitabilmente mi sovviene il pensiero di Martin Heidegger il quale afferma che il linguaggio è la casa dell’essere, nella sua dimora abita l’uomo e che pensatori e poeti sono i custodi di questa dimora. E infatti per guardare nel foro della serratura dovremo tener conto che il libro è diviso in 4 sezioni: 

PER SCRIVERE IL MIO DIARIO – DREAMING AND STREAMING – CERCANDO L’ORACOLO – NON VOLEVO TROVARMI PIÙ

La prima sensazione provata dalla lettura di questa opera è che ci troviamo di fronte ad una poetica che tiene, in una sorta di connessione, fisica quantistica e spiritualità. Sembra cioè che emerga l’idea, o l’esperienza, di una interazione tra particelle diverse, qualitativamente diverse, della materia e della coscienza, con cui anche il lettore è chiamato a cimentarsi. Sembra che l’autrice dica che tutto è mistero, per quanto indagato, e tutto dipende da come guardiamo le cose, le viviamo, le sentiamo. In questa operazione sensibile di costruzione del testo, quasi reticolare, in una sorta di movimento molecolare interiore, che fa dipendere tutto da chi guarda, vive, sente, sembra che l’autrice tenga insieme il visibile e l’invisibile, il tattile e l’evanescente, in un immaginario colto e stratificato, magrittiano.

Lo so lo so che sei disorientato/ ad ogni passo c’è sempre un vuoto e un salto/ come capita a chi sogna e pensa di volare/sopra le cose che conosce senza davvero guardare”.

Sembra che la scrittura assuma su di sé la costante di Plank, quasi a rivelare l’azione minima possibile, l’energia minima che, scambiata tra i corpi, anche inconsapevolmente, siamo chiamati a rimettere in gioco e in circolo. Ma è coraggiosa rinuncia al volontarismo, o allo slancio vitale di Bergson, all’idea di potenza del super uomo di Nietzsche, quasi un rovesciamento metodologico nella decifrazione poetica dell’universo, che dipende dalla nostra percezione. È un emergere di una intuizione che è la coscienza, da intendersi come sede della conoscenza, a creare la realtà, l’intuizione, lo sguardo, il tempo elementare.

Per dare concretezza a quanto il testo poetico mi ha trasferito, mi sembra che il primo oggetto di osservazione per l’autrice sia sé stessa, la propria storia misteriosa: “come un albero/ divelte le radici/ tra i rami strappati il vento/ così mi sento/ e guardo/ mi guardo intorno” (pag. 8). Si ripete nella scrittura un movimento interno che disegna una incessante metamorfosi, come una geometria frattale. D’altra parte la natura produce molti esempi di forme assai simili ai frattali e la poetica dell’autrice sembra averne interiorizzato la radice filosofica.  Così noi/ fogli di un’infinita scrittura/ dalla vita siamo aperti/ al cielo alla terra all’acqua/ con gioia e tristezza/ con la stessa passione di una fiamma” (pag. 8). 

La voce dell’autrice sembra attraversare il suo viaggio cercando l’origine e l’approdo della propria storia. Dove sei – a volte ti chiedo / come fossi un’altra nascosta per un attimo/ in un letto di neve o più sotto (…) perché lo so che tu mi guardi e mi cerchi (…) il labirintico reticolo che ci tiene così/ dentro un comune ostacolo nel fondo del tempo (…)” (pag. 9). 

La vita, nel suo lento scorrere, sembra assumere, in una sorta di gioco di echi e di specchi, la parabola di una rosa: oggi per esempio mi domando se una rosa/ dopo tutte le rose che è stata/ dopo tutti i boccioli e le spine/ dopo il lucido cuore delle foglie/ dopo tutto il sole che l’ha trucidata (…)/ mi domando – conclude l’autrice – (pag. 10) ”come possa una rosa/ essere aperta e luminosa/ come un’aura/ e  senza posa possa/ sbocciare…ancora e ancora” (pag. 11).

L’interrogazione poetica, dunque, si estende dalla dimensione del tempo spazio all’oltre, alludendo ad una dimensione di rinascita continua, attraverso i vissuti e attraverso i sogni, poiché sembra che ogni dato della memoria si srotoli, come in una pellicola di un film, in un trasferimento senza interruzione, in uno streaming. “Unici e figli, ognuno un solo e un sole. La prima casa il ventre/ di una madre e poi una migrazione continua, (…). Non apparteniamo ad un posto, né apparteniamo a qualcuno. Siamo noi il posto, e noi non siamo solo uno, non siamo/ identificabili che in una unità molteplice.” (pag. 13)

Il pensiero evocato da questi versi va indirettamente a Uno, nessuno, centomila di Pirandello, ma anche al libro Rosso di Jung, cioè a quella indagine intorno all’umano, che ci pone di fronte a situazioni contingenti e a quel gioco di ruoli da cui districarci, senza poterci mai riconoscere in un dato definitivo, ma in una molteplicità che è complessità, realtà misteriosa in fieri, fino all’ultimo respiro. 

Questa poesia contempla il distacco e l’esplorazione del lungo viaggio della vita, con tutto il suo dolore e il suo portato di silenzio, ma anche le sue consegne di amore, deciduo amore (pag. 14): “Eppure ancora calandomi tra le radici della grande ala navigo/ del paesaggio la fessura il passaggio la vena/ l’oftalmico foro/ dei piccoli vasi meningei e il tetto dell’orbita da cui ancora/ dentro mi tende quel cielo traverso”. È nervosa e intensa la scrittura di F.F., di sangue e vene come l’oggetto che evoca, un piccolo corpo, la materia imprendibile della propria esistenza, ricca di immagini forti, concrete, ora carnali ora arboree, che si sviluppano, anche stilisticamente in grappoli semantici, in una specie di fotosintesi clorofilliana, che rilascia e produce rifrazioni, anche di senso. È una scrittura dettagliata, millimetrica, ricca che tiene insieme la contaminazione tra poesia e prosa, come vuole la evoluzione dei modelli di poesia moderna, o post-moderna, che pur memore della tradizione, gioca con l’eccedenza di una versificazione che si moltiplica e che assomiglia al ritmo del battito cardiaco. Si pensi a titolo di esemplificazione al bellissimo verso “nell’industriosa calma delle arterie”. È una poesia passionale, radicale, vigilante, disincantata e priva di retorica, che fa della “perdita” la sua forza, la sua linfa vitale, la sua liberazione, senza deliri di onnipotenza e senza falso rimpianto “c’era una volta/ la mia vita/ c’era la mia casa” (p.18) e poi si esplicita “dove liquida cresceva la vita/ e la sua favola era il dialogo tra qui e ora”. La poesia è intervallata da alcune pagine di prosa poetica che sembra trasfondere ciò che di giorno la notte fa emergere senza interruzione. E il paesaggio s’invera in un foglio, in un movimento tellurico, che riporta dentro ciò che sembra regnare fuori: “Nelle gole dell’inverno, senza catena o sonaglio, vado sicura e dritta. In ogni tratturo mi abbevero solo all’attimo. La vita per me sta qui, dentro, è questo odore di selvatico” (pag. 27)

C’è un sentimento panico della natura molto intenso e allo stesso tempo una sorta di azione di consapevole abbandono a ciò che la vita incide dentro la vita di ognuno.  

Lo so lo so che sei disorientato/ ad ogni passo c’è sempre un vuoto e un salto/ come capita a chi sogna e pensa di volare/ sopra le cose che conosce senza davvero guardare” (pag. 29) In questo viaggio nello spazio tempo ci sono le perdite, i fallimenti di ognuno, i tradimenti, i vuoti, le apnee, le forme naturali di corpi umani e di alberi, con i pieni e i vuoti, le stagioni, le voci, i venti. È un mondo caleidoscopico, che evoca anche la migliore iconografia nordica, fatta di ombre e di tenebre, di ghiaccio e di navigazione oceanica. È un mondo sonoro, capace di schiarite e di colore, affollato di voci come nelle grandi tavolate familiari, “in un medioevo di resurrezioni ed eresie come province del sangue” (pag. 58), hortus (in)conclusus però, pieno di frutti di stagione, di presagi, di gioie intraviste e di lacrime, di scheletri ritrovati, d’intrecci ipotizzabili ma inaccessibili. “Cerchiamo la sorella scomparsa: l’origine ignota, la prova sconosciuta di essere stati un sempre” (pag.60) e più avanti, ripetuto più volte: “– quale forma ha l’amore? / è un campo di silenzio (…)– quale forma ha l’amore?/ l’ora della nascita in mille e mille volte ripetuta e diversa (pag. 74). E l’esodo continua in “vastità del mare/ nostra unica casa in cui vaga ognuno di noi cerca” (pag. 75) fino alla chiusa: “e all’infinito guardare come fondamento mentre/ dentro i nostri piedi questo piccolo ormeggio s’incrina/ e negli occhi il buio di profondità senza fine ci chiama”. È una scrittura filosofica, che evoca grandi spazi e anche il buio, la morte, in un camminare ed esaminare, esorcizzare ciò che manca, o è perduto, o ci attende. Una dichiarazione di resa, o di adesione all’impermanenza che si svela nei cambiamenti inesorabili del tempo. 

Presente è anche la dimensione corale del femminile delle ave, i gesti che si ripetono, di generazione in generazione “la forma nuda di un viatico antico, silenzio che rapprende/ nella gola tutte le ore del prima e del poi, ancore e luci/ per i nostri occhi chiusi (…) a p.97 e una sorta di dimensione destinale universale: “In questo vecchio atlante dei segni, omesso il mio è il vostro /labirinto nuovo, una casa abbandonata e nostro, immenso, corpo senza fine.

La scrittura è densa, magmatica, a volte disegna plasticamente lo spostamento del corpo nel tempo e nello spazio, a segnalare la propria incessante ricerca di vita. E resta una ferita, dentro il corpo sociale di chi ci ha preceduti o ci precede, di una separazione già agita o subita, di una distanza (p. 115): “nel racconto in cui mi riscrivo e ti rivedo dentro una notte diversa/ la stessa cicatrice aperta”. Quasi un atto di clemenza verso una storia in cui ci si può ritrovare, a tratti, senza infingimenti tutti: “e ci siamo persi oppure siamo scappati/ ma non io da te o tu da me/ ma ciascuno da sé stesso” (pag. 116). Un testo che non cerca maschere o alibi ma scava nel profondo per risalire verso la luce. Svariate le pubblicazioni, le letture e partecipazioni, l’impegno e i riconoscimenti in poesia di Fernanda Ferraresso. La sua scrittura poetica ha ricevuto attenzione da critica e autori di lungo corso e di tutto rispetto. La mia è una nota di lettura come un’aperta finestra, tra un qui e un là che insieme, sento, ci ospita.

Maria Grazia Palazzo 

 

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 Fernanda Ferraresso, Cartoline dalla casa del tempo –  Terra d’Ulivi edizioni  2021

 

1 Comment

  1. “La mia è una nota di lettura come un’aperta finestra, tra un qui e un là che insieme, sento, ci ospita”.
    Maria Grazia dona una lettura profonda e appassionata di questa creatura. Non sento di aggiungere “di carta” poiché quando leggo le parole di Fernanda sembrano interrogarmi e volermi dire ed imparo ad osservare forse con grandi occhi.
    Grazie ad entrambe.
    Elina

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