RACCONTANDO – Francesca Eleonora Capizzi: La Chiarezza

antonio palmerini- la circostanza 

 

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L’oscurità non era del tutto priva di luce; era anche un’amica in certe occasioni. Quella penombra allentava la tensione. La vigilanza si ritirava e ci si muoveva con disinvoltura tra le cupole della propria esistenza. Frequentemente era necessario fare chiarezza.
«Cosa vuole dire questa parola?» chiese Olmo.
Georgia non ascoltava sempre le domande di Olmo. La rendevano irrequieta oltre misura. E poi, la facevano esplodere, quando lui insisteva con quella faccia da pazzo.
«Georgia ti ho fatto una domanda non solo per avere una risposta, ma per sentire la tua voce. La tua voce mai sullo stesso tono, la tua voce che tanto mi piace sentire» insisteva Olmo.
«Non ti ho ascoltato»
«Ti ho chiesto il significato della parola chiarezza, nel caso tu lo conoscessi e potessi darmene una spiegazione»
«Non ne ho una idea, ho solo alcuni riferimenti che vanno verso la chiarezza, almeno credo»
«E quali sarebbero?»
«Per esempio: interrogarsi, interrogarsi ancora e, di colpo, fermarsi»
«Cioè?»
«Niente cioè, ti interroghi, ti interroghi e dopo trovi un chiarore più che una chiarezza. Da lí intuisci che stai facendo luce pure se hai mischiato parecchie cose; pure se hai confuso le linee guida e non ti stanno sostenendo quelle presenze che vivevano in te; e magari capisci che la chiarezza che stai cercando deve passare dalla solitudine del tuo corpo e non dal concetto di solitudine»
«Allora si deve aspirare alla chiarezza, in questo senso potrei dire: pretendere la chiarezza?»
«In questo senso sí, anche tendere alla chiarezza sarebbe già una importante sequenza»
«Adesso Georgia non diventare oscura»
«Olmo, voglio dirti che non ho la volontà di diventare oscura. Mi accorgo che le parti di buio sono inevitabili ai fini di cercare luce. Ora che ne stiamo parlando mi viene in mente che la chiarezza, per me, è la scelta personale e dolorosissima di aprire ciò che fugacemente, precauzionalmente, intenzionalmente o inconsciamente si era chiuso»
«Mi serviva questa spiegazione. Me la voglio tenere. Posso?»
«Potrei impedirtelo? Rispondimi liberamente»
«Non lo so cosa potresti fare, certo è che nessuna cosa detta ti appartiene… e neanche a me potrà appartenere, resta a disposizione»
Georgia lasciò cadere il dialogo e andò fuori, in quel giardino che curava trascorrendovi ore di devozione. Si accorse che le viole apparivano immobili sotto le numerose foglie. Spostò con risolutezza le foglie cercando le viole. Stavano tra oscurità e luce sotto le foglie. Non si davano, non si negavano. Georgia ammucchiò le foglie da una parte. Le viole furono visibili nei loro colori.
Per Olmo, sarebbero state tutte uguali? Per Georgia, le forme non si ripetevano con esatta monotonia e i colori avevano più colori. Nel colore viola cambiava il rapporto tra luce/oscurità. E le violette bianche? Tanto chiare da avere perso il colore. Le sue preferite erano quelle viola scuro. Quel viola che non riusciva a descrivere. Pensò che contenessero il perfetto equilibrio tra oscuro/chiaro. Terminazioni nervose di un corpo. Oscillazioni perfette. Si ricordò che una volta, in città, aveva acquistato un mazzolino di violette per darle a quell’uomo che stava conoscendo in quei giorni. Lui era restato in muta ammirazione, per poi dire quanto fosse poetico e un po’ decadente quel dono. Adorava le violette cosí le disse. Georgia ebbe con lui una storia di amore travolgente. Le violette ebbero una parte fondamentale nella storia. Lei si sentí libera con lui. Una libertà al cui passaggio le cose restanti apparivano distrutte. Una libertà dotata di ferocia. In questa libertà poteva dirgli quello che voleva. Le sillabe risuonavano come non avevano mai fatto. Non era cosí con Olmo. I caratteri diversi sicuramente, ma totalmente diverso era il rapporto tra oscurità/chiarezza. L’uomo delle violette sapeva stare nelle zone oscure, non correva via le volte che le situazioni lo conducevano lí. La chiarezza sarebbe stata un passaggio seguente. Olmo non sapeva resistere un momento in una situazione ambigua, poco chiara; fuggiva veloce e precipitoso per lasciarsela lontana. Per Georgia, entrare in intimità con una persona voleva dire: non rimandare di mostrarsi nel continuo gioco di ri-velarsi. Quei momenti, in cui lei non si vergognava di comunicare, corrispondevano al suo desiderio di intimità. Si chiedeva se fosse intimità: lasciarsi andare nel corpo insieme all’altro o lasciarsi andare esprimendo il proprio – o un frammento – di mondo interiore? Mettere nelle altrui membra: fragilità, abbandono, orgoglio, crudeltà, infantilismo, bisogno di sentirsi amata, fantasia e imprevedibilità. Non difendersi. I sensi, come vasi comunicanti, rimandano imperscrutabilmente a emozioni sotterranee. Risvegliano memorie. Georgia aveva vissuto l’intimità nelle situazioni in cui la parola risuonava magnetica. Incontrollabile. Scatenante. Irrinunciabile. Il gesto diveniva puro eloquio. Che forza avrebbe potuto avere la parola in un atto di amore fisico? Una forza assoluta. Non per tutte le persone, e non così inderogabilmente, l’intensità della forza permane alla stessa potenza. Per Georgia era il verso. L’estratto intimo della parola. Oscurità. Chiarezza. Il desiderio di non controllare i passaggi. L’incertezza – comunque e dovunque – di darsi dalla propria statura. Non recriminare la follia di alcuni vissuti. Sentirsi viva? Spostarsi dal quotidiano. Nello sforzo di fare sentire all’altro – in questo caso – chi e come non si è. Georgia provava a fare sentire la propria interiorità a Olmo, e accadeva che lo conosceva talmemte – o non lo conosceva veramente – da tornarle indietro tutto. Una certa impermeabilità da parte di lui la rendeva timorosa. Si ritrovava incapace di quelle parole che avrebbe voluto dirgli. Fortemente, qualora accada, si sente, in quella sorta di sradicamento, il passaggio nell’altra/nell’altro. Conoscenza. Irriconescenza. Georgia trovava lo slancio nel mistero. Voleva salvaguardare questo approccio. Nella consuetudine restava abbastanza impreparata: infagottandosi e incapace di muoversi. Non voleva riconoscere. Voleva conoscere. Non restare nella paura. Raccolse violette dai diversi colori – o passaggi di un solo colore – non aggiunse quelle di colore bianco. Avrebbe potuto aggiungerle – le piacevano – ma non lo fece, rimase nel colore viola. Rientrò a casa, e vide Olmo che lavava le tazze e preparava l’acqua per una tisana. Fece piano a compiere i suoi passi nel rientrare, per poterlo guardare.
«Olmo posso avvicinarmi a te?» gli chiese con allegria
«Sí che puoi avvicinarti, fallo subito per favore»
Georgia guardò il fuoco del fornello acceso, e guardando verso Olmo lo vide illuminato. L’acqua nel pentolino bolliva. Olmo spense il fornello e insieme a Georgia compirono il rituale della tisana.
Georgia si accorse che Olmo era rimasto illuminato; gli andò accanto e disse:
«Ho raccolto le violette, ho pensato alla mia difficoltà di amare, a situazioni vissute anni fa, alla chiarezza/all’oscurità, alla tua schietta maniera di amare e…»
«e…? cosa c’è mia stupenda Georgia?»
«Questi sono fiori che voglio donarti, grazie»

 Francesca Eleonora Capizzi

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