IL PAESAGGIO A EST – Adriana Ferrarini : “TRISTISSIMI GIARDINI” di Vitaliano Trevisan

guido guidi- marghera via galvani (1993)

. Da mesi su un ripiano della libreria mi attendevano i “Tristissimi giardini” di Vitaliano Trevisan. Ne avevo sfogliato delle pagine – folgoranti – come quelle in cui copia/incolla dalle Pagine Gialle l’elenco di ditte e attività che a Vicenza rispondono al nome Palladio: 244 in tutto, e si va dai produttori di stufe in ceramica agli ambulatori veterinari, dagli autoricambi alle concerie, dagli hotel ai centri sportivi e via. Ancora, però, non  mi ero decisa a leggerlo:  c’era sempre un nuovo libro, o regalato o scovato in una libreria, o suggerito da compagne di lettura/scrittura, una nuova scrittrice da scoprire. Così “Tristissimi giardini” se ne stava lì, silenzioso, in attesa. I libri sono fatti così, che se ne stanno buoni, finché non accetti di lasciarti travolgere, o esasperare, o anche solo annoiare da loro. Cosa, quest’ultima, che mi accade sempre più spesso.  Sia detto in parentesi. E  me ne duole. Poi l’8 gennaio l’improvvisa, direi rabbiosa, scomparsa del suo autore. E allora i “Tristissimi giardini” sono diventati inevitabili. Odio che sia così. Odio i necrologi e i coccodrilli: tutto con la morte si edulcora, prende le luci rosate di uno struggente tramonto. Ma non posso farci niente. Il fatto è sempre lo stesso: la morte è lì, in perenne agguato, senonché, grazie alla salvaguardia del nostro sistema di controllo mentale, non ci pensiamo e diamo per scontato che tutto sia sempre e per sempre. Scontato: ecco un aggettivo che torna più volte in “Tristissimi giardini”. Riporto un passo: “Il problema, nell’attuale vita di tutti i giorni, è che gli automatismi e le procedure e i protocolli di attuazione ormai necessari a vivere una cosiddetta normale vita di tutti i giorni sono aumentati a dismisura, e si sono complicati a dismisura, così che, non potendo dare questi per scontati, ma dovendosi anzi concentrare in essi, l’essere umano tende sempre più a dare per scontato, cioè a ignorare, ciò che materialmente lo circonda” (pag 37); “[questo è] un sistema che dà per scontate cose che non sono affatto scontate “(pag. 69) Anche se non mi piacciono i necrologi, so che le parole si ostinano a ronzare intorno all’irrimediabile, inventano finzioni per illudersi che non sia avvenuto quello che invece. O forse tentano solo di rimettere le cose a posto.  Mi spiego: ora, se in Italia ogni mese vengono pubblicati più di 7000 libri (secondo i dati Istat, 237 al giorno nel 2019), che devono essere presentati, pubblicizzati, eccetera eccetera, tutti i libri invecchiano presto. Scompaiono. Parafrasando lo scrittore vicentino là dove parla delle fabbriche abbandonate, sui libri non freschi di stampa si deposita tutta la polvere. Una fabbrica abbandonata “in cui il tempo [sembra essersi] improvvisamente fermato, ma naturalmente no, non è così, solo non scorre, non fluisce, soggiorna, abita il luogo, ne pervade l’atmosfera, si fa respirare, toccare, pensare, e nel mentre lavora, indifferente, con ostinata determinazione. E niente più nebbia. Tutta la polvere si è depositata. Un’idea di silenzio..

guido guidi- in veneto 1984-1989- MACK

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Tristissimi giardini” è anche il titolo del terzo capitolo del libro, quello in cui l’autore parla della madre, della sua vecchiaia, della malattia, della casa d’infanzia e quindi dei giardini di devastante tristezza. “I giardini non sono affatto tristi. Non sono nemmeno allegri, ma, a chi li vuol guardare, dicono molto sugli esseri umani che li governano” afferma e poi esplode nell’invettiva contro “l’insopportabile prato inglese, con relativo e indispensabile sistema di irrigazione automatico, l’irritante pietra/blocco da giardino, […] e gli ulivi centenari”.  Giardini formattati chiusi dentro recinzioni, rinforzate, tapparelle blindate, centraline d’allarme, “qui dove tutto è già di per sé piccolo, ognuno sembra darsi da fare per rimpicciolirlo ancora di più”. Tristissimi giardini” parla di un territorio, il Nord est in generale, e in particolare di Vicenza, e la fa zigzagando, con rabbia e passione, decontestualizzando le parole, attraverso frammenti scollegati tra loro, così come lo è il territorio: “i salti di tempo, di luogo e financo di argomento tendono a succedersi in modo apparentemente  gratuito, caotico, disordinato. In  fondo, visto l’oggetto, ovvero il territorio in cui ci muoviamo, se è vero che in uno scritto la forma e il contenuto devono specchiarsi l’una nell’altro fino a confondersi, cosa di cui l’autore è perfettamente convinto, come potrebbe essere altrimenti?” (pag. 35) Ne risulta un testo che, ripetendo le parole dell’autore, “tende ad essere un conglomerato allo stato fluido”. I numeri vi si affastellano: quello degli abitanti per chilometro quadro accostato  al numero di bovini, di maiali, cavalli, alla fauna selvatica. Le vicende individuali si intrecciano a quelle politiche, lo stupore innocente verso le cose e le case si accompagna alla vis polemica contro la classe politica che ha dis-ordinato il territorio, contro una cultura – cinema, teatro, letteratura – rassicurante e innocua, contro la concezione del mondo come mercato. .

guido guidi- in veneto 1984-1989- MACK

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Le riflessioni amare e veementi sul paesaggio (termine mai o pochissimo usato dall’autore) si alternano a quelle sulle parole, paragonate alle polveri sottili che “penetrano nel nostro organismo senza che ce ne accorgiamo, e si comportano e agiscono in modo subdolo, con la doppiezza che è propria della loro natura”; sul tempo, la cui unità qui è misurata, come un metronomo, “da una rotazione completa del tamburo [della betoniera] intorno al suo asse”; sulla casa dell’infanzia che “all’inizio sembrava che non mi riconoscesse e reagiva come un organismo irritato dall’intrusione di un corpo estraneo” con il repentino collasso di tutti gli elettrodomestici non più in grado di reggere a un uso più compulsivo quale è quello moderno. Spesso, a confermare la disorganicità voluta del testo, le intuizioni o le immagini più sorprendenti, prodotte da uno sguardo stralunato e lucidissimo, si annidano in una nota a piè pagina, come la VIII a pag. 29: “l’autore ha un incubo: improvvisamente, lungo le strade, tutti i conducenti sono ligi al codice della strada e lo rispettano alla lettera. In poche ore il paese è paralizzato.” Illuminante è anche il paragone del territorio a un disco fisso, in quanto superficie su cui gli umani depositano la loro memoria, solo che in esso non è possibile liberare spazi e velocizzare i tempi di accesso al file, quindi “il mondo si fa stretto, è inevitabile”. E di nuovo ritorna l’ossessione del rimpicciolimento che percorre questo libro inquieto. .

guido guidi- in veneto 1984-1989- MACK

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Parlando di un altro scrittore vicentino, Vitaliano Trevisan riporta parole tratte dalla introduzione di Henry James a Madame Bovary. “Il riconoscimento [che un libro è un classico] viene attraverso un processo lento e poco appariscente, dal fatto che, uno dopo l’altro, in privato, alcuni lettori particolarmente intelligenti scoprono […] che il libro è raro.” Ecco, non so se “Tristissimi giardini” sia un classico e non presumo certo di essere una lettrice particolarmente intelligente, ma questo territorio senza la voce corrosiva e spiazzante di Vitaliano Trevisan risulta un po’ più piccolo e ancora più smarrito. Adriana Ferrarini .
Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini– Laterza 2010 Nota al testo. Le foto sono tratte dal libro In Veneto 1984-1989 del fotografo emiliano Guido Guidi, pubblicato da MACK, il libro è stato prodotto in occasione della mostra dal titolo “Guido Guidi. In Veneto, 1984-1989”, aperta il 19 ottobre 2019 al Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto. Nel 2006 la galleria Jarach di Venezia inaugurò la propria attività espositiva sulla fotografia contemporanea con una mostra di lavori inediti di Guido Guidi e un reading dello scrittore Vitaliano Trevisan. Il volume che venne pubblicato sono l’esito di un dialogo tra il fotografo e lo scrittore, che da prospettive differenti hanno riflettuto sul rapporto tra esterno e interno, sulla “superficialità” del nostro paesaggio quotidiano e sulle possibilità di una riappropriazione attraverso il lavoro parallelo della memoria visiva e verbale.

1 Comment

  1. non ho ancora letto niente di Trevisan e lo conoscevo solo di nome ma mi stanno arrivando tanti stimoli a conoscerlo, e questo articolo è sicuramente decisivo, lo cerco subito grazie!

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