RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi : Oreste

anne françoise couloumy

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Un inizio occorreva a Oreste. Voleva tanto cambiare il suo stato. Il suo modo di sentire. Il suo modo di sentirsi. Erano trascorsi quasi cinque anni e non si dava pace; anzi aveva rinunciato a sentirsi in pace. E come molteplici aspetti della vita che hanno del paradossale, la rinuncia a volersi sentire in pace lo portò a stare meglio. Un po’ meglio. Un passo alla volta, pensò Oreste, quando si ritrovò a ridere in compagnia di una amica. Sentí un calore portatore di fiducia: la possibilità – quasi la toccasse –  che avrebbe potuto farcela. Cinque anni possono essere lunghissimi; volare come si trattasse di una pagina al vento; incepparsi e ripresentarsi in una stessa dimensione; non acconsentire al mutamento; non concedere pause. Oreste voleva riprendere a sentirsi vivo.
Non conosceva il modo per farlo; compiva solo piccoli passi. Era importante abbandonare la pretesa di riuscire a tutti i costi. Non è l’ambizione che avrebbe potuto sostenerlo e neanche la fortezza della volontà. Altro occorre per trovare un giardino tanto rigoglioso. A lui piacevano le piante, le sognava quando dormiva e le curava quando era sveglio, o viceversa. Dalle piante aveva imparato a non dare per scontato ciò che, perfino istintivamente, appare privo di possibilità. Aveva assistito a veri e propri ribaltamenti della sorte. Solo il desiderio avrebbe potuto destare la linfa che in lui scorreva. Il desiderio di non essere un meccanismo. Era detestabile incepparsi quasi – o esattamente – ripercorrendo le dinamiche dei meccanismi. Oreste non sopportava che anche lui potesse sentirsi un meccanismo. Poteva anche esserlo, ma sentirsi tale lo sconvolgeva. La sua libertà, o magari la sua idea di libertà, gli dava l’illusione di essere libero e non costretto dentro un meccanismo. Il meccanismo stesso del suo essere era inaccettabile. Negli ultimi anni aveva ucciso più volte la madre. Avveniva tutto dentro di lui e a sua insaputa. Chi potrebbe negare la  mescolanza di un odio indefinibile a un amore potentemente radicato? Oreste non negava. Egli viveva l’amore verso sua madre precisamente cosí: mischiato a sentimenti contraddittori. Una controversa manifestazione di amore ne veniva fuori tutte le volte che c’era qualcosa di meno banale di cui occuparsi, tutte le volte che il coinvolgimento emotivo soppiantava il controllo e le volte in cui le maschere cadevano ritrovandosi con le corazze a brandelli. Il mito è un perenne racconto. Quante storie di noi conosce! Oreste apprezzava quella maniera sottile di indagare. Non se ne faceva una ragione del fatto che quelle storie potessero essere completamente ignorate. Ritornava sui suoi passi accorgendosi di essere perfino pedante quando ne parlava. Adesso considerava gli ultimi anni come segni profetici di un epilogo. Aveva urlato, incapace di controllarsi, quando gli dissero che sua madre era gravemente ferita. Immediatamente si sentí responsabile. Ogni giorno, lui le infliggeva piccole ferite. E lei, non tutte le volte ragionava alla stessa maniera. Ne seguiva un comportamento mutevole. Aveva compreso la necessità di Oreste di uccidere lei, la madre, ma non si tratteneva con costanza in quella comprensione. Alcuni giorni sapeva come comportarsi nei confronti del figlio; in altri improvvisava letteralmente; in altri ancora si ritrovava inerte o reagiva bruscamente consolidando un certo gioco in cui ci si poteva trattare male. Si erano lasciati con le parole tremende del loro ultimo incontro. La madre aveva alzato la voce e Oreste, per starle dietro, aveva dato sempre più volume alla sua voce fino a doverci mettere una crescente forza per modulare le parole. Una faticosa e distruttiva conversazione – densa di risentiti insulti – era stata l’ultima forma di dialogo verbale fra loro. Memento. Come avrebbe potuto sapere che la madre sarebbe stata investita. Come accettare il seguito. Elaborazione del lutto gli avevano detto, spiegandogli aspetti che lui confuse e vomitò pezzo dopo pezzo. Accettare la scomparsa della madre non era per lui una meta raggiungibile. Solo un aspetto, fulmineamente, gli fu chiaro: la certezza di compiere alcuni passaggi e che si trattasse di fasi preparatorie l’una dell’altra. Si ribellò sommamente alla morte della madre che non gli rimase l’energia per compiere le azioni vitali piú elementari ai fini di sopravvivere. Respirare era divenuta una tale fatica da augurarsi pure di soccombere nella asfissia. Poi ci ripensò. Non era così. Comprese che mai avrebbe voluto morire senza la possibilità del respiro. In qualsiasi situazione, propizia o avversa che sia, la facoltà di respirare è un atto potente. Un movimento preciso. Una capacità di immaganizzare pregevoli gas e di espellerne altri. Una alternanza di posture in contrazione e rilassamento. Una danza per la vita. Questa del respiro segnò la prima fase a cui si sarebbero aggiunte le altre. Infine chissà…
Sua madre aveva avuto due figli. Oreste era il secondogenito. Lei si imponeva di avere lo stesso comportamento con entrambi. Il primo figlio era saldo e poco propenso a perdersi in teorie. Preferiva le azioni perfino ai pensieri. Sapeva che le azioni possono essere anche l’attuazione dei pensieri, ma non si lasciava invadere. Non permetteva  ai pensieri di tramutarsi in ossessioni.
Era abile nel saperli tenere a bada, anzi di offrire loro uno spazio in cui agire.
La madre, con una punta di incredulità, lo guardava compiere atti. Gesti abitudinari: sistemare la spesa, le piantine nell’orto, cucinare, lavare i piatti, studiare, ascoltare musica… finché un giorno annunciò che sarebbe andato a vivere per proprio conto entro qualche mese. Si trattava di rendersi – per così dire – autonomo. L’annuncio commose la madre. Così giovane e tanto entusiasta nel compiere le sue azioni e duttile verso la vita. Aveva avuto pochi tentennamenti anche durante l’infanzia. Era stato un bambino devoto alla dea della pace. Un bambino in grado di trovare, in situazioni difficili e quasi sempre, l’aspetto sommerso. Tale aspetto costituiva un perno su cui agire, aprendo una direzione che non si era vista prima. La madre si rallegrò quando lo vide pronto a salpare. Il loro legame sarebbe sopravvissuto solido anche nella lontananza. Si erano separati già dalla nascita. Diversamente, con Oreste aveva un legame insoluto. Uno di quei legami che non evolvono in una spiegazione chiarificatrice. Quando ne parlavano, sia la madre che il figlio, intrigavano ulteriormente i cordoni. Continuavano a credere nella necessità di parlare anche se finivano per litigare. Adesso, che la madre non era più presente, ogni cosa assumeva un altro significato: non era più ripetibile. Oreste ricordava particolari che non credeva di avere immagazzinato. Si illuminavano scenari inediti e lui osservava. I sensi di colpa resistevano al suo tentativo di annullarli. Voleva eseguire una sottrazione la cui differenza fosse risulatata: zero.
Tale operazione avrebbe costituito la seconda tappa. Era convinto che – liberandosi dei sensi di colpa – avrebbe simultaneamente pensato alla madre rivolto profondamente a lei. Il senso di colpa gli impediva di dedicarsi interamente a lei. Le stazioni della colpa sono interminabili. Non permettevano a Oreste di proseguire. Non gli consentivano di deporre una parte del carico. Spesso nel dormiveglia elaborava situazioni in dissolvenza che voleva fermare in una precisa sequenza di parole per averne memoria. Gli riuscì di fermare nell’immagine un insieme di elaborazioni tra il sonno e la veglia. Percepí sua madre chinarsi verso di lui. Sentí una voce calma avvicinarsi. Lo chiamava ripetendo: Oreste Oreste Oreste Oreste… il suo nome risuonava come ritornello di una sequenza ancora da pronunciare, da conoscere. La vita si impadroní di lui facendolo sentire vivo. Fu spodestato qualsiasi sbarramento da quella forza di rinascita. La felicità di sentire pronunciato il proprio nome dalla voce di sua madre fu la differenza zero. La vida es sueño?

Francesca Eleonora Capizzi

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