PRIMA VOLTA- Loretta Emiri 

roberto kusterle-l’abbandono dei silenzi


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Una grande forza interiore fece da contrappunto al disagio sempre avvertito in ambito famigliare e sociale. Il suo carattere divenne tanto forte da permetterle di mantenere una certa libertà di azione, nonostante le più svariate forme di controllo e pressione su lei esercitate da famiglia e società. Divenne una ragazza non bella ma piacente, cocciuta, silenziosa; e molto pericolosa, perché le poche volte che apriva bocca lo faceva per dire esattamente ciò che pensava. La terra che coltivava insieme ai membri della tribù famigliare certo non apparteneva loro. Il proprietario era un medico che amava la sua professione e che, volendola pienamente esercitare, assunse un fattore cui delegò l’amministrazione del podere. Gentile, educato, purtroppo sposato era il fattore. Ogni volta che Mestizia lo scorgeva si sentiva rimescolare tutta. Con qualche pretesto gli si avvicinava per poterlo ascoltare, mai rivolgendogli parola. Anche lui non le parlava direttamente ma, con tutto ciò che diceva, solo lei voleva raggiungere. Eloquenti erano i loro sguardi le volte che, scintillanti e furtivi, si incrociavano. Impararono a conoscersi così: lui osservandola nell’adempimento sapiente delle molteplici attività che una contadina può svolgere; lei ascoltandolo mentre sembrava rivolgere ad altri aneddoti della propria vita e riflessioni. Senza che fra di loro mai corressero stupide parole, nacque una stima reciproca che, con il tempo, potette essere ribattezzata amore.  

I suoi si erano recati ad una festa in una frazione vicina. Con la solita scusa del mal di testa, Mestizia era riuscita a rimanere a casa. Sapeva dove lo avrebbe trovato. Gli piaceva sostare a lungo nel recinto dei cavalli, parlando loro, accarezzandoli. Procedette guardinga per non farsi scorgere dai vicini. Nell’attimo in cui lui si voltò per vedere cosa avesse prodotto quel leggero fruscio, già se la ritrovava fra le braccia, vibrante. Allo sguardo e al contatto dei corpi affidarono il compito di dirsi tutto. Poi, lei lo prese per mano e gli fece strada verso la stalla. La luce della loro passione si sostituì alla penombra del luogo. Il termine che gli Yanomami usano per dire “copulare” è lo stesso di “mangiare”. Lunghissimo e succulento, il primo bacio stuzzicò il loro appetito. Mescolarono tutto: odore di sesso e bestiame, saliva e liquido seminale, sudore salato e dolce sangue verginale. Smisero di mangiarsi solo quando percepirono che stavano correndo il rischio di essere colti in flagrante. Essendosi verificata di giorno, Mestizia non potette definirla “prima notte”; ma tutte le notti riproponeva a sé stessa il ricordo della sua “prima volta”. La graduale e metodica ripetizione di gesti e parole è alla base della trasmissione orale delle conoscenze all’interno di società indigene; procedimento che non può che stimolare facoltà mnemoniche. Esercitando la memoria, facendola procedere gradualmente, ogni notte Mestizia ricostruiva la sua “prima volta”, senza tralasciare nessuno dei particolari che ne avevano fatto parte. Pensava dapprima all’incontro di fuoco accanto al recinto dei cavalli. Poi prendeva per mano il ricordo per condurlo nella stalla. Riusciva persino ad evocare il sapore dei baci. Con il pensiero riandava alle volte che, già sul punto di penetrarla, aveva sentito il pene ritrarsi. Fino a che non le era venuto in mente di incoraggiare l’amante a rompere il velo di indugi e, orientandogli il sesso con la mano, gli aveva fatto capire che la vagina aspettava il sovrano. Quando la memoria riproponeva l’orgasmo, Mestizia sveniva. Ciò che non le riusciva proprio di capire era perché le donne di casa sostenessero che la “prima volta” equivale a dolore. 

Una serie di precauzioni e circostanze fece sì che quella della contadina e del fattore non fosse una short story, ma un romanzo d’amore con capitoli scritti nell’arco di quasi due anni. Poi avvenne ciò che doveva accadere in quell’epoca di mancanza di pillole e preservativi. Una mattina, lavandosi, Mestizia percepì che il seno era turgido e le sembrò che i capezzoli avessero una conformazione diversa; prima ancora di realizzare che il ciclo mestruale era in spaventoso ritardo, la sua intuizione di donna le suggerì che era gravida. La scoperta coincise con il ritorno di Pacifico. L’uomo aveva trascorso alcuni anni a Roma lavorando come muratore in un convento di frati. Tornava per “sistemarsi”, cioè per sposarsi. Quando chiese in moglie Mestizia, la tribù famigliare al completo esultò all’idea di liberarsi di lei, dato che tutti loro ne avevano fin sopra i capelli dei suoi silenzi carichi di significato, delle sue parole scarne che tagliavano. A Mestizia non dispiaceva quel compaesano bonaccione, sempre sorridente. Alla prima occasione che ebbe di trovarsi sola con lui, senza giri di parole gli disse che non poteva sposarlo perché era incinta. Per qualche istante i tratti del volto di Pacifico rivelarono la pensativa azione del cervello. Quando aprì bocca per dire “allora siamo già una famiglia!”, i suoi occhi erano tornati a sorridere. Consapevoli che la loro relazione non poteva essere formalizzata, Mestizia e il fattore non l’avevano offuscata creando aspettative, pronunciando false promesse, con ciò ottenendo che il rapporto si mantenesse trasparente. Torbide, però, si erano fatte le allusioni delle megere di casa, per cui Mestizia disse a Pacifico che lo avrebbe sposato. Quando riuscì ad incontrare il fattore, con una frase stringata gli comunicò tre verità: “Amore mio, tuo figlio avrà un buon papà”. Pensando al generoso Pacifico, Mestizia rifiutò di congiungersi sessualmente all’amante; ma non negò a lui e a sé stessa ancora un bacio che, essendo l’ultimo, ebbe un sapore agrodolce.

 

Loretta Emiri– Testo tratto da QUANDO LE AMAZZONI DIVENTANO NONNE

 

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