LETTURE PER LE FESTE- Paolo Polvani: I colori del cielo a settembre. Note di lettura sulla poesia di Sonia Tri

miho hirano

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 Fama è una parola che nel vocabolario di un poeta non si profila all’orizzonte ed è un obiettivo da escludere in maniera categorica. Una parola che potrebbe vantare una certa parentela, o contiguità, è riconoscimento. Sono tanti gli autori che sgomitano, si fanno avanti, si mettono in mostra, chiedono, sollecitano. La fiera della vanità è ricca di tali esemplari, e sento che non sta bene guardare la pagliuzza e ignorare la trave e quindi credo che nessuno, neanche chi scrive queste note, se ne possa tirare fuori del tutto e dichiararsi immune da qualsiasi tentativo di autopromozione, in direzione appunto di un riconoscimento, di un passaporto che attesti la propria appartenenza alla società dei poeti. 

Eppure ci sono esempi, rari, sicuramente isolati, di autori che darebbero qualsiasi cosa pur di nascondersi agli occhi del mondo, di non far trapelare niente di sé, di sfuggire qualsiasi attenzione. In questo caso sono concesse pochissime eccezioni, e nella cerchia degli amici più stretti e fidati e con la bocca chiusa, qualcuno sarà messo a parte dell’esistenza di quei versi. 

Sonia Tri (nome d’arte, giusto per confondere le acque e rendersi ancor più irriconoscibile), scrive da quando ha imparato a tenere una penna tra le mani, ma per anni ha custodito questo segreto, avvertendolo quasi come una colpa. 

Negli anni dell’adolescenza ha collaborato con una rivista per bambini pubblicando piccoli racconti, ma più passavano gli anni più la discrezione, il pudore, le faceva tenere chiusi dentro un cassetto i suoi versi. Non è stato facile vincerne la ritrosia e farle accettare di pubblicare, grazie a un amico, il primo volume, Senti come respirano gli alberi, e a distanza di alcuni anni, sempre dietro insistenze, e ritrosie, in un’alternanza di sì e di no, grazie alla tenacia di Francesco Favero, le sue poesie sono state pubblicate col titolo di I colori del cielo a settembre.

Nella prefazione a questa raccolta Francesco Favero scrive: “Senza voler per forza cercare una definizione ma piuttosto lasciandosi trasportare da una poesia cristallina e fortemente evocativa è possibile immergersi in una densa spiritualità. Una spiritualità profonda, fatta di fede e realismo, di quella sacralità friulana che possiamo ritrovare nei romanzi di Sgorlon, in alcune poesie di Tavan o di Cappello”.

Nelle poesie di Sonia ricorre spesso la parola silenzio: – Dilungati nel mio silenzio – recita l’incipit di un componimento, e ancora – Avanzando nei silenzi – e anche nei titoli è presente questa parola: Il silenzio del ciliegio, Nel mio silenzio. Chi conosce le vicende biografiche di Sonia sa che a lungo ha combattuto contro la malattia, e che il silenzio le è stato compagno ostinato, e che da qui si sono affinate le sue capacità d’ascolto, e che i titoli dei suoi libri, Senti come respirano gli alberi, e anche I colori del cielo a settembre, non sono soltanto e semplicemente metafore, ma vere predisposizioni, capacità affinate nel corso del tempo. 

Anche la parola cielo ricorre nei versi: -Questa mattina la poesia è il vento / porta a casa il cielo. – E più avanti: -Colgo la nuova versione del cielo,/ appena distinguibile dal lessico azzurro. –

E anche tanta infanzia, un bagaglio di ricordi, e soprattutto la capacità di osservare ancora la realtà con occhi di bambina, di non aver mai smesso quella capacità di stupirsi e di stupire davanti ai miracoli del mondo:

 

Pomeriggi d’infanzia

 

Ci arrampicavamo
sull’albero vicino alla chiesa,
per scorgere l’America 
oltre il campanile.
Il pomeriggio
sembrava non voler finire.
E si tratteneva a fatica
come ultime foglie d’autunno.

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Le betulle sono fili grigi

 

È tutto così perfetto.
Nessun rumore fa rumore
e le grida dei ragazzi per strada
sembrano sussurri.
È perfetto il colore del cielo,
il logorio del bosco
che sembra scusarsi con noi.
Ma tu, amore mio, vedi?
Non c’è nulla e c’è tutto
in questo scorcio d’ora.
Allunga la mano e palpa l’esistenza:
è così leggera che si finge nulla!
Ti prego,
oggi non ascoltiamo nessuno.
Quelli che parlano troppo
non hanno altro da fare.
Oggi, no!
Io e te in silenzio.
Le betulle sono fili grigi
che non raggiungeranno mai il cielo.
Ma tu lascia che s’illudano.

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Io non so parlare di Dio.

Guardo le cose e le cose mi guardano.
Mi raccolgono come
una formica e mi lasciano
camminare tra le dita della loro mano.

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Quando deciderò di crescere lo dirò.
Intanto, invecchio come fanno gli alberi
che poi a ogni primavera
tornano giovani e s’innamorano.

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miho hirano

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Queste poesie sono tratte da Senti come respirano gli alberi. Anche nella successiva raccolta ritorna insistente il richiamo al cielo, e la voce della solitudine torna a farsi sentire: – Siamo fatti d’autunni. / Di piccoli scorci oltre le solitudini / degli alberi. / Lì però, il cielo…- In questa silloge è la stessa autrice a dichiarare: – C’è una nuova consapevolezza delle cose, / una nota incoscienza degli uomini -. Qui il trascorrere del tempo che rende tutto instabile e precario si è trasformato in una presenza assidua, ma è solo il dolore che non passa in fretta, – Ognuno ha tenuto in mano / il mondo almeno una volta / ed almeno una volta / l’ha visto andare in frantumi, / nelle proprie mani -. No, amica mia, non tutto passa in fretta. – Dunque sii buona con te stessa, / non chiedere troppo alla speranza -.

 

Stagioni discrete

 

Ho sui polpastrelli
la bellezza di queste foglie
prossime alla fine.
La dignità dell’ora estiva
che si consuma,
senza farlo capire al cielo terso.

 

Una poesia fatta di materiali poveri, un lessico quotidiano intessuto con la stessa semplicità con cui si lavora a maglia una sciarpa, che restituisce la bellezza del mondo, e anche il suo dolore, attraverso uno sguardo diretto, puro: sono i ricordi dell’infanzia a riempire i versi di malinconia e insieme di entusiasmo, sono gli affetti familiari, è lo stupore davanti ai continui miracoli che la natura ci pone sotto gli occhi: -Ho bisogno dei colori settembrini – e ancora: – Il cuore è una terra di primavera -. E al fondo di tutto la consapevolezza della caducità, che ogni rivelazione, ogni minuscolo miracolo è destinato a divenire un addio. Una bellissima chiusa recita: – Il silenzio che ascolta gli addii -.

 

Petricore

 

Quanta acqua è caduta stanotte.
Ci sbavano i verdi sciolti delle montagne
le linee storte dei tetti
che infilzano macchie di cielo
e righe dense di fumo.
Nessuno parla ancora,
ogni rima labiale cede
in smorfie di pozzanghere
e prati gonfi.

 

Tu da quanto sei sveglio?
Si vede che hai baciato la pioggia.

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Lo zio bambino

 

L’eskimo, la 127, Bob Dylan.
Diventare grande, guardare al mondo.
La giustizia, la libertà.
I miei sogni, l’amore e gli altri ideali.
Un prima, un dopo, la vita che tradisce,
l’ironia indispensabile, gli altri demoni.
Lo zio giovane, lo zio bello.
Il mio cielo migliore. 

Paolo Polvani
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NOTE RELATIVE ALL’AUTRICE
Sonia Tri nasce a Pordenone nel 1969. Scrivendo racconti per bambini e collaborando a riviste per l’infanzia, si fa conoscere dal pubblico. Molto del suo materiale è letto presso scuole materne e primarie del Pordenonese. Seguono racconti impegnati, per i quali vince alcuni concorsi letterari. Per un suo racconto in particolare, viene scelta in un saggio di prossima uscita. E’ possibile leggere i suoi lavori anche sul sito autorieditori.com oltre che in varie antologie. Appassionata anche di poesia, vince altri concorsi; in merito citiamo la menzione d’onore al Premio internazionale Colapesce 2012.
Partecipa e collabora con Rocco Fodale ed il gruppo “Per certi versi”, alla realizzazione dell’antologia “Lacrime e fango”. Di recentissima pubblicazione la sua prima silloge di poesie “Senti come respirano gli alberi” (marzo 2013). E’ presente in molti blog di poesia e cura la pagina Facebook “Le parole che ti dico” riservata al gruppo “Per certi versi”.

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Sonia Tri, II colori del cielo a settembre- Futura Edizioni 2020

a cura di Francesco Favero

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