INTERVISTA – Sergio Pasquandrea: Francesco Dezio e “La meccanica del divano”. Raccontare il Sud operaio e industriale

aria carelli

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Si dice sempre che, per un narratore, è essenziale trovare un tema e un mondo da raccontare. Il tema, per Francesco Dezio, è quello del lavoro; il mondo è quello del suo paese natale, Altamura, nelle Murge pugliesi.
Dezio ha esordito nel 2004 con “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” (Feltrinelli), tragicomica storia di un operaio che si confronta con la realtà straniante del lavoro post-industriale. Ha proseguito con “La gente per bene” (Stilo, 2018), in cui racconta il mondo dei lavoratori precari. Da poco ha pubblicato “La meccanica del divano” (Ensemble, 2021), dove descrive la nascita, il culmine e il declino di quello che è stato definito “il triangolo del divano”: l’area tra Altamura, Santeramo e Matera, in cui è nata, per fare solo un nome, Divani&Divani di Pasquale Natuzzi, ormai diventata una realtà imprenditoriale di livello internazionale.
Lo fa attraverso un libro che sfida le definizioni: comico e tragico, sperimentale e divertentissimo. Le vicende di due giovani imprenditori, Nuccio e Michele, che, attratti dal mito dell’impresa e dei soldi facili, si lanciano nella fiorente azienda del divano. La narrazione parte da metà anni Ottanta e arriva ai nostri tempi, attraversando le fasi dell’euforia, della crescita incontrollata e poi della crisi economica, della delocalizzazione, del lockdown.
Un oggetto splendidamente estraneo nel panorama narrativo italiano di oggi. Ne abbiamo parlato con l’autore.

La prima cosa che mi ha colpito, in questo libro, è il suo impasto linguistico, che mescola italiano e dialetto. Quali sono i tuoi modelli stilistici?
Avevo in mente da tempo di raccontarmi attraverso quella che io chiamo “la lingua dei padri”. Credo di avere un debito innanzi tutto con Céline, perché sono sempre stato innamorato della sua scrittura, in particolare di Morte a credito. Si potrebbe pensare a Gadda, ma in realtà non sono un appassionato gaddiano. Invece devo molto al Beppe Lopez di Capatosta, che per quanto riguarda la Puglia è un autore di riferimento, sia per il lavoro che ha fatto con il linguaggio, sia per la sua capacità di raccontare il popolo in maniera non scontata. Mi piaceva mettermi alla prova dal punto di vita stilistico, ma questo linguaggio era anche un’esigenza legata ai personaggi che ho voluto raccontare.

Una grande mescolanza di registri c’era già nel tuo libro precedente, La gente per bene, dove usavi una quantità di stili che andavano dal formale al colloquiale al burocratico, e così via.
La gente per bene partiva come un “normale” romanzo, ma poi diventava un reportage, o addirittura un memoir, con un continuo patchwork fra un genere e l’altro. La meccanica del divano, invece, è comunque un romanzo, che ha una sua struttura narrativa, ma la sperimentazione è centrata sul linguaggio, che passa da un livello all’altro: da quello formale a quello popolare, da quello dei manager a quello della televisione e della pubblicità.

Nicola Rubino e La gente per bene raccontano il mondo del lavoro dal punto di vista di quello che una volta si sarebbe chiamato il “proletariato”. Qui invece passi dall’altra parte ed esplori il punto di vista di coloro che – sempre per usare un linguaggio un po’ d’antan – si potrebbero definire i “padroni”.
Mi sono prefisso di raccontare il mondo del lavoro e avevo già parlato delle vite operaie, in Nicola Rubino, e del precariato intellettuale, quello che viene chiamato “cognitariato”, in La gente per bene. Mi mancava un tassello: i capitalisti. Questo libro è il rovescio degli altri due, perché contiene ciò che quei personaggi non avrebbero mai potuto raccontare. Scriverlo è servito anche a me, per chiarirmi le idee.

La meccanica del divano è, da una parte, un libro molto realistico: sotto gli pseudonimi si riconoscono benissimo persone e luoghi reali. Dall’altra parte, però, rifiuta una narrazione “realistica”, in senso tradizionale. I personaggi che prendono la parola sono spesso cori (“i C.E.O”, “i capallegra”), o addirittura entità astratte, come “il Mercato”. Si narra la realtà, ma straniandola brechtianamente.
Era proprio questo il mio obiettivo. Innanzi tutto, non amo la narrazione realistica, anche perché chi lo fa ha spesso la tendenza a piangersi addosso, mentre io volevo scrivere un romanzo comico. In secondo luogo, volevo creare volutamente un piano di irrealtà, iperbolico, a volte addirittura delirante. Mi piaceva l’idea che ci fosse una confusione di livelli, in cui potessi lavorare sul margine sottile tra realismo e non-realismo.

Nel testo ci sono anche molte note, nelle quali la voce stessa dell’autore interviene direttamente, spiega, chiosa o dialoga con il lettore. È anche questa una forma di straniamento.
All’inizio le note non c’erano: è stato il mio editor, Ignazio Pappalardo, che mi ha chiesto di spiegare alcuni aspetti del testo. Le note alla fine sono diventate una sorta di romanzo nel romanzo. E, dato che ormai il testo aveva preso una piega saggistica, mi sono fatto avanti io autore, che così divento uno dei tanti “io” che parlano nell’opera. Racconto i dietro le quinte, ciò che accade nella testa dei personaggi, ciò che avrebbero voluto dire, o ancora, in certi momenti, ciò che pensa il narratore stesso, persino prendendosi gioco del lettore, in maniera ironica.

Menzionavi un editor: una lamentela che sento spesso, a proposito della letteratura contemporanea, è che gli editor e le scuole di scrittura banalizzerebbero lo stile degli scrittori . Questo libro va in direzione opposta: lo si potrebbe tranquillamente definire un’opera sperimentale.
Devo davvero dire grazie a Ignazio, che non ha fatto nulla per calmierare questi elementi. Si è limitato a darmi dei consigli che mi hanno portato a diventare editor di me stesso, ma non ha tolto nulla di quel linguaggio. È un’esperienza diversa rispetto ai miei libri precedenti, che sono stati un po’ appiattiti dall’editing: soprattutto Nicola Rubino, che in origine era molto più gergale (ma forse in questo modo ha avuto più successo commerciale). Qui, invece, l’unica cosa che abbiamo tagliato sono state alcune scene o capitoli, che in effetti erano superflui o fuorvianti. Ma sono state sempre decisioni che alla fine ho preso io: l’ultima parola spettava sempre a me.

Hai parlato di “comico”: puoi chiarire meglio che cosa intendi?
Si tratta, come diceva Pirandello, di una “crudele apparenza di riso”. Niente di ridanciano o fine a sé stesso (del resto, non amo le barzellette e non sono capace di raccontarle). È una comicità che nasce dalla tragedia: perché di questo si trattava, ossia di raccontare la tragedia di tante imprese che, in Puglia, sono sparite nell’arco di pochissimi anni. Allo stesso tempo, però, forse anche per un pizzico di cinismo che fa parte della mia natura, tutto ciò mi ha sempre fatto ridere: come se me lo aspettassi. Perché pensavo che quegli imprenditori, con il loro modo di fare, il loro sentirsi onnipotenti, prima o poi l’avrebbero pagata. Ed è proprio ciò che è successo.

Il personaggio più “comico” è forse quello di Myriam, la casalinga frustrata che finisce per rilanciarsi come pornostar. Un personaggio che potrebbe attirare qualche accusa di misoginia, se non fosse così esagerato da risultare grottesco. A me pare che, alla fine, il messaggio che ne esce sia che persino il mondo del porno è, in qualche modo, più “pulito” di quello degli affari.
È proprio così, anche se non l’ho detto esplicitamente perché non mi piace spiegare, preferisco piuttosto lasciare che il lettore tragga le proprie conclusioni. In realtà anch’io ci sono arrivato scrivendo, perché Myriam è entrata tardi nel libro: però era il personaggio stesso che mi chiedeva quel tipo di evoluzione. Di fatto, viene fuori che il mondo della pornografia è più limpido e schietto di quello della finanza. Myriam è il personaggio in cui ho potuto dare il mio meglio. Sono contento di aver creato finalmente una figura femminile e di aver rotto certi schemi dominanti in questo tipo di narrazioni del mondo del lavoro. Credo sia un personaggio originale, in Italia. Almeno, io non ho mai letto nulla del genere.

Anche i due personaggi principali, Nuccio e Michele, non fanno una gran figura. Sono due falliti, due uomini ridicoli.
Eh, sì, non li ho trattati troppo bene: forse con un pizzico di simpatia in più per Nuccio, che è una sorta di accumulatore di sfighe, al quale da un certo momento in poi non ne va più bene una, ma che si tiene su una soglia di onestà sostanziale, almeno come imprenditore.

I non pugliesi, pensando alla Puglia, in genere immaginano il Salento, Bari, i trulli di Alberobello… Tu invece narri una Puglia inedita, quella delle Murge, l’entroterra ai confini con la Basilicata: un Sud industriale, poco raccontato dalla narrativa.
Altamura, Santeramo, Gravina sono posti in cui il lavoro è sempre stato messo al primo posto. Altamura in particolare: infatti tutti i pugliesi sanno che gli altamurani sono imprenditori nati. Qui è come stare in Veneto, e non sto esagerando. Durante gli anni che racconto nel libro ho visto cose incredibili: imprese che spuntavano come funghi, in ogni dove, gente che dall’oggi al domani si metteva a fabbricare divani nel garage di casa. E poi l’esplosione della ricchezza, della speculazione edilizia: un paesone cresciuto in maniera informe, incontrollata, immonda, aggirando tutte le regole. Ho voluto raccontare questo sfacelo del territorio. Anche in questo senso Altamura mi ricorda molto il Veneto. Anzi, rincaro la dose: per i veneti, noi eravamo i cinesi del Sud.

Nel romanzo, campeggia sullo sfondo il personaggio di Manucci, che è una chiara controfigura di Pasquale Natuzzi, il creatore di Divani&Divani.
Non ho mai avuto modo di conoscere personalmente Natuzzi (anche se non ti nascondo che l’idea mi stuzzicherebbe molto), ma il personaggio che ho creato nel libro mi piaceva perché da una parte sembra molto solido, una specie di patriarca, dall’altra ha le sue fragilità e incertezze. Una volta consolidata questa grande holding, che viene addirittura quotata a Wall Street, si renderà conto della sua impotenza, di non poter più essere un “padrone”, come invece avrebbe voluto. A forza di espandersi, diventerà una specie di schiavo dei suoi stessi C.E.O. In questi imprenditori c’è un culto del lavoro, che li porta a identificarsi con ciò che fanno: peccato però che non siano degli artisti, ma che producano merci destinate a finire, a passare di moda. Per quanto abili siano stati, di loro non resterà molto.

Anche perché, a ben guardare, il vero padrone si rivela essere il Mercato, questa sorta di potente entità metafisica che interviene nella narrazione, dialogando con i personaggi.
Sì, è il Mercato il vero deus ex machina. È lui che gioca con i personaggi, li sposta come pupazzi, li fa vincere o perdere. Ma loro non lo sanno e pensano di poter decidere autonomamente. Fra i personaggi, o meglio i coreuti, come li definisco nel libro, c’è anche il coro dei C.E.O., questa sorta di consiglieri che poi, alla fine, servono a ben poco (e infatti so che anche il vero Natuzzi si è disfatto di molti di loro).

Negli ultimi anni, il capitalismo e il consumismo – nonostante a me sembrino ormai palesemente in crisi – non paiono avere più alternative. Al massimo si sente parlare di un capitalismo dal volto più umano, ma non si profila nessun altro sistema possibile.
Non è casuale che il Dezio autore delle note del libro si definisca “un comunista d’altri tempi” e che fra i personaggi ci sia un sindaco con trascorsi di sinistra, ma che ormai è completamente asservito al sistema economico. Nella sinistra italiana vedo una grande nostalgia del passato, ma non mi pare che sia riuscita a stare al passo con il modo in cui il mercato si è evoluto. La politica racconta ancora il mercato in modo vecchio, ridicolo. È vero, non c’è più una controproposta: a quanto pare, ci tocca morire di capitalismo. Anche perché andare contro il capitalismo significherebbe imporsi delle rinunce che nessuno di noi è disposto a sopportare. E io stesso non faccio la morale a nessuno, perché una soluzione non ce l’ho.

Torniamo all’immagine del Sud: nella narrativa italiana contemporanea, trovo raramente una narrazione che esuli dai soliti stereotipi, legati a un’immagine ormai arcaica e superata.
I pochi che lo fanno scrivono noir. Non sembra esserci un’altra possibilità. Peraltro, io credo di essere uno dei pochi narratori pugliesi rimasti in Puglia, perché gli altri hanno fatto fortuna fuori. E sono quasi tutti borghesi, che raccontano una realtà borghese. La nostra narrativa ha bisogno di altre narrazioni, ma purtroppo di questi temi si parla poco.

La stessa narrativa sul lavoro resta sempre confinata in una sorta di ghetto, un sotto-genere a sé.
Non solo, ma è un sotto-genere che sul mercato è perdente. Lo era già vent’anni fa, quando ho esordito io, ma allora c’erano perlomeno dei grandi editori che spingevano in questa direzione: poi, quando hanno raccolto ciò che cercavano, hanno sbattuto fuori gli outsider come me e il tema è stato messo in sordina. Io stesso non avevo più tanta voglia di parlare di precari e operai, anche perché l’avevo già fatto. Ho raccontato questa perché mi sembrava una storia non solo pugliese, ma italiana, rappresentativa anche di altre realtà del nostro Paese.

Forse è un classismo insito nella cultura italiana, dove chi scrive viene quasi sempre da un ambiente borghese e ha fatto studi liceali. Di narratori che vengano veramente dal proletariato mi viene in mente solo Di Ruscio…
C’era anche Antonio Pennacchi, ma non molti altri. Siamo delle mosche bianche, e questo deve far riflettere. L’editoria sembra dover dare pane ai rampolli della borghesia, che sia romana o milanese. Il resto arriva solo se c’è posto: e siccome di posto non ce n’è più, si rimane fuori. Il problema è che oggi senza un agente non si arriva da nessuna parte, è impossibile persino esordire. Ormai le grandi case editrici non leggono nemmeno i manoscritti, anche perché ne arrivano a valanghe; e gli agenti, quelli importanti, che fanno da filtro, cercano grossi nomi da sfruttare e non prendono in considerazione autori come me. Io ho un curriculum alle spalle, ma non riesco a farmi ascoltare. I medi editori, del resto, hanno già la loro scuderia e non hanno spazio: non per cattiveria, ma perché proprio non hanno le possibilità. E infine ci sono i piccoli, ma esordire con loro significa dover poi fare una fatica enorme per promuoversi da soli.

Il tuo esordio, nel 2004, è avvenuto con Feltrinelli.
Sì, ma io all’epoca non feci davvero nulla per raggiungerli. Avevo in mano solo il romanzo [Nicola Rubino è entrato in fabbrica. Ndr] scritto per metà, ma ho trovato attenzione per le cose che volevo raccontare. All’epoca si faceva scouting, infatti fui selezionato in un laboratorio bolognese di nuove scritture, in cui c’erano Nanni Balestrini, Silvia Ballestra, Giulio Mozzi, persone attente agli esordienti. Allora non sapevo nemmeno cosa fosse un agente, perciò non mi passò per la testa di rivolgermi a qualcuno che potesse consigliarmi o aiutarmi. Io, poi, scrivo se ho qualcosa da dire, quindi dopo l’esordio me ne sono stato in silenzio per più di dieci anni. Penso sia una forma rispetto sia per il lettore, sia per me stesso.

Mi pare che oggi tirino soprattutto le serie, le saghe, i vari “commissari”, insomma, le cose che, per usare un linguaggio televisivo, “fidelizzano il pubblico”.
Io potrei anche scriverlo, un noir o un poliziesco, ma sentirei l’esigenza di rompere gli schemi, altrimenti non ha senso. Fra l’altro, di questi titoli ce ne sono già troppi e non so nemmeno come faccia la gente a leggerli. Per me è la morte della letteratura.

La narrativa è stata fagocitata dal linguaggio televisivo e cinematografico, che però non potrà mai raggiungere, perché nel loro ambito un film o una serie TV saranno sempre molto più efficaci di un libro. Forse la letteratura, per sopravvivere, deve trovare un suo spazio autonomo.
È un problema che riguarda il modo in cui utilizziamo il nostro tempo libero. La narrativa, da questo punto di vista, è perdente. Oggi ci sono le serie TV, domani chissà cos’altro arriverà: e quel tipo di narrazione funziona molto di più su un video che non sulla pagina, senza contare che spesso è fatta anche molto meglio di tanti libri, perché c’è dietro un’équipe di persone competenti. Invece in narrativa vedo un’iper-produzione di storie fatte con lo stampino. Mi auguro che ci siano sempre storie interessanti, ma questo ormai mi capita sempre più raramente con gli italiani. Per questo preferisco leggere scrittori stranieri.

Per concludere, vorrei farti una domanda sul titolo: che cosa significa “La meccanica del divano”?
Abbiamo avuto molte difficoltà nel trovare un titolo davvero efficace. Va inteso in almeno due sensi: il modo in cui effettivamente viene costruito un divano (e ci sono pagine, nel libro, che lo spiegano), ma anche la filosofia che c’è dietro quel tipo di imprenditoria, la logica dell’obiettivo, del risultato, della performance. Racconto questi meccanismi, ma allo stesso tempo me ne faccio beffe.

Sergio Pasquandrea

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