TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea: Il Sommo e la musica

gustave doré- dante e beatrice davanti alla rosa dei beati (paradiso, XXXIII)  

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“…l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie.”

(Purgatorio, II, 107-108)

Il 2021, lo saprete tutti, è stato l’anno del settecentenario dantesco.

Fra le tante celebrazioni, purtroppo (ma com’era prevedibile) scarso è stato lo spazio dedicato alla musica. E invece il Sommo ha avuto una fortuna non indifferente tra i musicisti: forse non pari a quella, sterminata, di autori come Petrarca o Tasso, ma una tradizione ben nutrita esiste (per chi volesse approfondire, ci sono un articolo di Dino Villatico, pubblicato su Classic Voice nell’aprile scorso, e una serie di tre a firma di Stefano Nardelli sull’edizione online del Giornale della musica di gennaio).

Del resto, che l’Alighieri fosse un appassionato, e persino un intenditore, di musica, lo dimostrano il celebre episodio di Casella nel Canto II del Purgatorio e i tanti riferimenti musicali sparsi nella Commedia (il Paradiso, in particolare, è un vero e proprio tripudio di canti e di suoni). Si pensi ad esempio all’esplosione di gioia che apre il canto XXVII:

“Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo”,
cominciò, “gloria!”, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto.


Ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso

de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso

Per motivi di spazio, qui potrò tracciare poco più che una rapida rassegna che, per coerenza con il titolo della rubrica, toccherà solo le musiche scritte direttamente su versi danteschi, escludendo quindi quelle a lui ispirate,quali la Dante-Symphonie e la “fantasia quasi sonata” Après une lecture de Dante di Franz Liszt, la Sinfonia Op. 32 “Francesca da Rimini” di Čajkovskij o la Inferno Fantasie per organo di Max Reger, fino ad arrivare ai Sepultura di “Dante XXI”, concept-album del 2006 che ripercorre le tappe dell’itinerario dantesco in chiave heavy metal. Non tratterò nemmeno le tante opere tratte da episodi della Commedia – ad esempio la “Francesca da Rimini” di Rachmaninov, quella di Mercadante, il “Gianni Schicchi” di Puccini, la “Pia de’ Tolomei” di Donizetti, eccetera eccetera.

Sfortunatamente, nulla ci è pervenuto di contemporaneo a Dante, né di immediatamente successivo: circostanza curiosa, perché il Trecento fu per la musica italiana un secolo di splendida fioritura, che vide – proprio a Firenze – la nascita dell’Ars Nova. Ma, se qualcosa fu scritto su versi danteschi, non ci è stato tramandato.

Cominciamo quindi da uno degli esempi più antichi: la “frottolaAmor da che convien pur ch’io mi doglia (Rime, CXVI), scritta dal milanese Joan Ambrosio Dalza. Dell’autore si sa pochissimo, tranne la data di morte (1508), quindi è difficile datare il pezzo, che comunque è incluso nella raccolta Tastar de corde.

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Alla fine dello stesso secolo, troviamo il madrigale Quivi sospiri, pianti e alti guai, scritto nel 1576 da Luzzasco Luzzaschi sul celebre passo dell’Inferno (III, 22-27) che descrive l’ingresso del poeta nel regno degli Inferi. Sullo stesso testo, ci sono anche composizioni di Domenico Micheli, Giovanni Battista Mosto, Giulio Renaldi, Francesco Soriano e Pietro Vinci.

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Di poco successivo (1599) è un altro madrigale, di Luca Marenzio, sui versi di Così nel mio parlar voglio essere aspro, la canzone che apre il ciclo delle “rime petrose”.

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Purtroppo è andato perduto un brano per voce e viola, scritto da Vincenzo Galilei (il padre di Galileo) sul lamento del conte Ugolino. Ne abbiamo però parecchie versioni ottocentesche, fra le quali ve ne propongo una, per voce di basso e pianoforte, di Gaetano Donizetti.

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Ma forse il brano di ispirazione dantesca più celebre sono le Laudi alla Vergine Maria (Vergine madre, figlia del tuo figlio), dal XXXIII canto del Paradiso, musicate da Giuseppe Verdi nel 1890, all’interno dei Quattro pezzi sacri per coro femminile. Il brano si distingue per la rigorosa adesione al dettato poetico, tanto che ogni terzina corrisponde a una pausa nel tessuto musicale.

(Gli stessi versi sono stati messi in musica da Carlo Iachino nel 1966 e da James McMillan nel 2004).

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Venendo al Novecento, nel 1921 Mario Castelnuovo Tedesco scrisse Sera, tratto dai celebri versi di Purgatorio, VIII (“Era già l’ora che volge al desio”). Nel 1926, lo stesso compositore tornò su Dante musicando, per tenore e pianoforte, quattro sonetti dalla Vita Nova, nella fattispecie Cavalcando l’altr’ier per un cammino, Negli occhi porta la mia donna amore, Tanto gentile e tanto onesta pare e Deh peregrini che pensosi andate.

(Sempre sulla Vita Nova, esiste anche una “cantica” scritta nel 1901 da Ermanno Wolf-Ferrari).

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Concludiamo con due esempi contemporanei. Il primo è di Angelo Branduardi, che ha messo in musica i versi 43-117 dal canto di San Francesco (Paradiso, XI) nel disco “L’infintamente piccolo” (2000).

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L’ultimo è anche il più curioso. Nel 1991, il regista polacco Krzysztof Kieślowski girò il bellissimo La doppia vita di Veronica, basato su due personaggi femminili, Weronica e Véronique, entrambe cantanti, l’una polacca e l’altra francese. La colonna sonora fu affidata al suo compositore di Zbigniew Preisner, che scrisse un Concerto in mi minore, eseguito in una delle scene del film e in cui vengono cantati i primi nove versi tratti del secondo canto del Paradiso (“O voi che siete in piccioletta barca…”). Kieślowski e Preisner attribuirono il concerto all’inesistente compositore tedesco sette-ottocentesco Van der Budenmeyer. Molti critici caddero nella trappola e cominciarono a fare ricerche sul fantomatico autore, finché i due non rivelarono trattarsi di un coltissimo scherzo.

Ecco qui la scena, durante la quale una delle due donne, Weronica, muore. L’attrice è Irène Jacob, ma la voce è quella del soprano Elzbieta Towarnicka.

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Buon ascolto.

Sergio Pasquandrea

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