INTERVISTA A ELIANDA CAZZORLA SU ANNABELLA ROSSI E IL TARANTISMO- Adriana Ferrarini

.

L’orizzonte che fa da sfondo alla ricerca che Ada, la protagonista di “Tela di taranta”, intraprende a partire da un lascito materno di misteriosi “rotolini” scritti, è giallo di sole e arido di terra. Terra del Salento negli anni Sessanta. Ada per attraversarlo interroga le foto conservate all’interno del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, legge articoli dell’epoca, intervista funzionari, studiosi e gente comune. Ne esce il ritratto di tre donne, Annabella Rossi, Anna e Ada, legate, benché in modi diversi, dal “morso” della taranta, il ragno della follia che colpiva le donne di un antico mondo contadino, la cui unica cura erano la musica e la danza.

Anna, la più vecchia tra loro, è una donna di 65 anni, analfabeta, una “tarantolata”, che trova in Annabella Rossi, molto più giovane di lei, l’unica persona in grado di capirla e per questo, nell’arco degli anni, le scrive lettere, tanto sgrammaticate quanto potenti, che la giovane studiosa utilizzerà per le sue ricerche. Annabella Rossi, unico personaggio storicamente esistito, è la grande etnologa, non così nota come dovrebbe, che ancora giovane storica dell’arte negli anni ’50 entra a fare parte dell’équipe di ricerca etnografica sul Meridione d’Italia, fondata da Ernesto de Martino. Così conosce con Anna e altre “tarantolate” con le quali intrattiene anche uno scambio epistolare. Ada, infine, vuole capire la storia che sta dietro al misterioso lascito della madre e per questa via trova la studiosa e Anna.

.

.

Tre donne appartenenti a mondi ed epoche diverse che però hanno sentito allo stesso modo dentro di sé il bisogno fortissimo di affermare la propria personalità e, anche, diversità in un mondo che, nel caso di Anna, non glielo ha consentito. Ada, la protagonista, con le sue ricerche mette insieme le fila di queste tre generazioni: intermediaria fra lei e la generazione più anziana, quella di Anna, è sua madre che, lasciandole in eredità quegli enigmatici “rotolini” scritti, la spinge a una lunga quête al termine della quale lei, maestra elementare negli anni ’50, svelerà alla figlia un suo aspetto sconosciuto e illuminante, che, come in ogni buon giallo, lasceremo scoprire ai lettori/lettrici coinvolti, assieme alla protagonista Ada, nella ricerca dei tasselli mancanti, delle verità sfuggenti. L’inchiesta è per Ada anche una ricerca delle proprie radici e un ritorno a casa, quella casa da lei abbandonata dopo la morte della madre.

Nella sua scrittura Elianda Cazzorla mette insieme documenti storici (stralci di lettere, sia scritte ad Annabella Rossi da una donna “tarantata”, sia pubblicate sui settimanali femminili dal 1956 al 1959, e raccolte in ”Le italiane si confessano”) e parti di pura invenzione, in un’opera che, attraverso il vissuto di tre donne, molto lontane per formazione ed estrazione sociale, mira a ristabilire il punto di vista femminile all’interno di una realtà, quello delle “tarantolate”, ma anche della ricerca etnografica, in cui le donne sono state oggetto di studio per intellettuali, certamente di sinistra e progressisti, ma ancora legati a una visione patriarcale della società.

Uno dei meriti di quest’opera composita, che è riduttivo chiamare romanzo, è  quello di mettere in luce la figura di una donna, tanto fondamentale nello sviluppo delle ricerca etnografica centrata sul meridione d’Italia, quanto poco conosciuta, Annabella Rossi. È di lei che voglio chiedere  all’autrice.

Vuoi dirci qualcosa di questa studiosa, non così nota al grande pubblico?

Annabella Rossi entrò a fare parte dell’équipe di Ernesto de Martino e, nel suo entusiasmo, arrivò addirittura a vendere l’automobile che possedeva, pur di contribuire al finanziamento di quell’opera di ricerca che coinvolgeva molti intellettuali di provenienza diversa. Ma, e qui sta il punto dolente, su di lei si esercita una specie di “damnatio memoriae”: il suo contributo e il suo nome non vengono nemmeno menzionati nelle “Terre del rimorso”, che rappresenta la sintesi di quelle innovative ricerche multidisciplinari sul campo effettuate dall’équipe di De Martino nelle terre del Sud d’Italia. Il suo nome non compare nemmeno nel Milione della De Agostini, dove molte delle voci di Antropologia culturale sono curate da una misteriosa, A. Ro., sotto cui si nasconde appunto la giovane studiosa di origine romane (v. pag. 26 del romanzo).

.

.

La grandezza di Annabella Rossi è stata quella di intuire per prima la necessità di utilizzare i mezzi audiovisivi per documentare le ricerche antropologiche. Per prima ha voluto sostituire le parole con le immagini e realizzare filmati e foto che documentassero il suo lavoro sul campo, lasciando in eredità ai posteri non solo studi e di scritti, ma anche un vasto documentario fotografico, sonoro e filmico, relativo alle culture agropastorali dell’Italia centromeridionale, conservato, attualmente, presso il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari. È stata una tale pioniera che, quando venne assunta al Museo appena citato, il suo contratto di lavoro usò per lei la denominazione di “addetta-operaia”, perché non esisteva una figura che corrispondesse ad un lavoro così all’avanguardia, che oggi diremmo di videomaker e documentarista.

Come è nata in te l’esigenza di scrivere questa storia?

Per più anni ho seguito il corso di danze popolari organizzati a Galatina dal dottor Giuseppe Michele Gala,  antropologo della danza[1], che per 40 anni ha girato di paese in paese nel Salento registrando pezzi di danze. Il corso era articolato in una parte pratica, quella coreutica, e in una parte teorica, tenuta da docenti invitati a spiegare cos’è il tarantismo. Ho capito che non è un fenomeno legato solo al Salento, ma diffuso anche nel Cilento, in Sardegna, in alcuni paesi africani e rimanda alle danze dionisiache del mondo dell’antica Grecia. A quei corsi sentii leggere una lettera scritta da un’analfabeta e iniziai a chiedermi perché una donna di 65 anni, che non sa quasi leggere, si metta a scrivere decine di lettere a una studiosa, che ha conosciuto per un breve periodo, ma che vuole mantenere legata a sé. Così ho iniziato le mie ricerche.

Uno dei capitoli del tuo libro si intitola “Il bisogno d’amore”: quanto è importante per te nella storia di Anna questo bisogno e perché lo cerca nel rapporto un po’ ossessivo con la giovane antropologa, che, per l’età, potrebbe essere sua figlia?

Il bisogno di amore, come bisogno di essere riconosciuti, cioè amati, è dentro ognuno di noi e, quando non viene espresso e quindi “riconosciuto”, genera una sofferenza che può diventare patologica. È questo il caso della “tarantata”, che nella sua comunità veniva messa ai margini e acquistava valore solo nel giorno della festa di San Paolo e San Donato, quando diventava una protagonista. La malattia veniva curata attraverso una precisa ritualità basata su una musica fortemente ritmata e continua e sulla danza. Anna è malata non solo per i suoi attacchi epilettici, ma anche perché ha rifiutato il ruolo di moglie e madre, gli unici concepibili all’interno del povero mondo in cui è nata, e quindi si sente un’estranea. Solo quando conosce Annabella Rossi, per la prima volta trova una donna in cui riconoscersi e da cui aspetta di essere ri-conosciuta.

Un’ultima domanda sul rito della “taranta”: nel tuo libro ne parli e ti soffermi in particolare sui colori degli oggetti rituali e in particolare sul rosso. Vuoi spiegarci qual è il significato di questo colore all’interno del rito?

Quando una “tarantata” fa il cosiddetto “rito” con i musicisti, che deve essere in grado di pagare, su un lenzuolo bianco vengono stesi nastri di diversi colori, ma non rosso. Il rosso, infatti, è un colore che “spizzica” il nervosismo della malata, lo eccita e lo risveglia, è quindi un colore dannato. Il colore da loro scelto per il rito era il bianco: si vestivano di bianco, perché diventavano spose di San Paolo. Si racconta che San Paolo fosse stato ospite di un religioso a Galatina e, in segno di gratitudine, avrebbe donato ai suoi benefattori il potere di guarire dal morso di animali velenosi. Il 28 giugno, festa di San Paolo,  le “tarantate” si raccoglievano infatti nella cappella del santo, davanti a un pubblico di spettatori; molto spesso non si reggevano in piedi e dovevano essere portate a braccia all’interno della chiesa, ma quando partiva la musica, iniziavano a muoversi in modo ritmico e convulso, manifestando un’energia fisica che sarebbe stato impossibile immaginare nei loro corpi poco prima inerti. “Possono recitare la loro disperazione davanti a una folla di spettatori” dice la voce narrante nel documentario già citato e indubbiamente dietro ogni “tarantolata” c’è un grande passato di dolore. 

Per cercare di comprendere il lavoro certosino di documentazione e invenzione che è all’origine di “Tela di Taranta”, di Elianda Cazzorla, giornalista, docente, scrittrice, nonché collaboratrice del nostro sito, credo non sia male vedere il documentario “La Taranta” (1962) di Gianfranco Mingozzi: in 18’ ci si può fare un’idea di cosa sia stato il tarantismo e di quanta disperazione fosse l’espressione. L’ultimo musicista, il violinista nel filmato del rito della “taranta”, è morto nel 2000 a Galatina e di mestiere faceva il barbiere.

Elianda Cazzorla è nata a Bari, vive a Padova, giornalista, laureata in Filosofia, già insegnante di lingua e letteratura italiana, esperta di educazione linguistica, autrice di antologie per la scuola superiore, scrive per quotidiani e mensili e collabora dal 2015 con il blog Cartesensibili. È tra le autrici di Un anno di storie 2019Un anno di storie 2020Un anno di storie 2021, Edizioni Cleup; un suo racconto è in Le stanze del grano, Laurana editore, 2020. Il romanzo, Isolina, un martedì, 2019 è stato il suo esordio.

[1] Per informazioni più precise, si veda il sito http://www.taranta.it/taranta/curricula/149-giuseppe-pino-michele-gala.html

 

2 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.