RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Vicino le betulle

guido taroni

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Autunno nella terra, nei corpi, nelle esuberanze, nei giochi e nelle danze. Si raccoglieva, in un punto del bosco, un fanciullesco ensemble per girare e muoversi insieme alle foglie. I loro piedi erano portatori di danze in cui è lo spirito a danzare, a venire fuori passo dopo passo. Beatrice si chiedeva, perchè danzando non avvertiva la stanchezza, perchè dimenticava i brutti pensieri, perchè credeva di volare e si sentiva leggera foglia a prescindere se ci fosse o meno il vento. Era la stagione in cui le foglie si staccano dagli alberi, la terra si prepara a incamerare le cadute, a stratificare i contenuti per poi assimilare forma e sostanza. Insieme, giocavano inventando nuove combinazioni di giochi tramandati nei secoli. Insieme, celebravano la vita con spontaneità. E insieme, comprendevano la forza di un respiro comunitario, perchè loro era una comunità. Un gruppo di fanciulli e fanciulle che vivevano nella Vecchia Casa. Una casa che si ergeva solitaria alla fine del sentiero più nascosto. Loro erano infanzia e maturità; non avevano il desiderio di essere tutelati da adulti. Beatrice non aveva fiducia nelle persone adulte. Lei era scappata all’alba di un giorno di novembre, e per caso aveva incontrato altri e altre profughe come lei. Chi scappava da un regime familiare oppressivo, chi da abusi continui, chi da un prepotente squallore che veniva imposto brutalmente come unico tenore di vita familiare, chi fuggiva la famiglia quale forma di violenza. Erano tutti e tutte accomunate da una ribellione, la quale nasceva da una presa di coscienza in cui si decide – sia pure senza pianificarla a tavolino – di non volere più subire. Per Beatrice era stato un processo preparatorio, un significare di gocce distillate che le infusero una nuova prospettiva. Ci doveva pure essere una prospettiva in un qualsiasi mondo! Nel gruppo c’era Ortensia che aveva un passo leggero e scivolava nei cumuli di foglie fino a scomparire. Ripeteva sempre questa coreografia: una sequenza di passi di danza uniti da un minuzioso fluire; un’apertura delle braccia in segno di legame universale; un dialogo fitto con altri corpi; infine l’immancabile nascondiglio. Loro sapevano che sarebbe riapparsa, ma non potevano – neanche volevano – verificare quando, dove, perchè, come.
Sapevano della sua necessità di fuggire fino a scomparire. E sapevano la differenza tra la decisione di riapparire per propria volontà e quella di presentarsi per un dovere. Capirono presto tante cose sulla vita solo perché le sperimentarono vivendole. Niente menzogne. Non vollero paragonarsi a nessuna vita adulta. Avevano davvero voglia di imparare, non di scimmiottare. Vladimir indossava, anche durante le danze, quel paio di stivali scuri che le aveva dato sua sorella; il suo passo era cadenzato come una marcia allegra, vittoriosa, ma anche misteriosa. A lui piaceva prendere, dopo un salto, Ortensia tra le braccia e lanciarla più in alto ancora per poi riprenderla. Non si stancava mai di afferrare quel corpo e condurlo in volo. Sentiva il potere dei muscoli allenati, la potenza del corpo pari alla sua stessa fragilità. Gioiva di assumere, dopo molti allenamenti e disciplina, maggiore controllo sui suoi movimenti per eseguire danze nel bosco. Anche Sasha amava danzare insieme a loro. Danzava con grazia sorprendente e audacia nei gesti e nelle scelte di certi movimenti. Il suo corpo si fletteva, si contraeva fortemente e a un tratto si distendeva divenendo maestoso. La maestosità risiede anche nelle posizioni che si assumono, forse a patto che queste appartengano a chi le esprime. Un pomeriggio, Andrea, l’altro componente del gruppo, era così tormentato da non riuscire a danzare e riunì il gruppo per parlare e raccontare:
«Ascoltatemi, dobbiamo stare in guardia quando passiamo dalla città, mi è successo che due tipi poco più grandi di noi mi hanno picchiato, prima ancora mi hanno insultato dicendomi: finocchio, frocio di merda, cosa fai in giro vestito così?
«Sono curiosa, cosa avevi addosso?» chiede Ortensia
«Mi ero messo i pantaloni di velluto nero e una casacca molto lunga ricamata con più colori, voi pensate che la cosa sia scattata per il mio look?»
«Non credo proprio che sia una questione di abbigliamento» aggiunge Beatrice
«Ora che ci penso, giorni fa ho sentito frasi di insulti al mio passaggio, e non proprio provenire da coetanei, anzi erano piuttosto in là con gli anni» sentenzia Vladimir
Sasha li guarda in silenzio, resta immobile perché sa cosa sente arrivare addosso e teme di esagerare e generare inutile panico.
Il sole quasi tramonta. Il vento sposta solo qualche foglia secca. Loro continuano a parlare dolorosamente inquieti per questi episodi. Sasha compie un passo in avanti e vuole parlare. Parlare da non fermarsi più, dire tutto quello che preme sul petto, che martella le tempie senza concedere adeguato riposo. Ora si sente nelle condizioni di lasciarsi andare e vuole udire la sua voce al pari degli altri e delle altre componenti del gruppo. Vuole porsi anche in maniera critica nei suoi stessi confronti. Allo stesso tempo sente di essere insieme a loro e di avere la fortuna di amare. Ancora lì nella stessa posizione annuncia, tremando un po’: «Ho imparato a memoria questa poesia di Audre Lorde, ascoltatemi per qualche minuto:

 

Poesia d’amore [1]

 

Parla terra e benedicimi con ciò che è più ricco
fa’ che il cielo scorra miele dai miei fianchi
severi come montagne
stesi su una valle
scavata dalla bocca della pioggia.

E io sapevo quando entravo in lei che ero
vento forte nella sua cava di foresta
le dita sussurravano suoni
il miele scorreva
dalla coppa spaccata
impalata su una lancia di lingue
sulla punta dei suoi seni sul suo ombelico
e il mio respiro
ululava nei sui ingressi
da polmoni di dolore.

Avida come gabbiani reali 
o un bambino
dondolio sulla terra
avanti e indietro
di nuovo.»

Nessuna voce umana si allaccia all’ultimo verso. Il bosco odora si fresco. Il sole vuole completare il suo ritorno a ovest. Uccelli cantano le loro intenzioni. Il vento porge ali a piccole cose.
Beatrice, a voce alta, chiede indistintamente a chiunque abbia voglia di risponderle:
«Tutte le persone sono diverse, ma omologate in un contenitore di cui poco si può mostrare o la diversità è essenzialmente una rarità, e ancora… perchè si condanna l’amore e mai l’odio? Davvero non si può capire questa impossibilità di accogliere tutto ciò che non può essere – non si comprende per quale ragione – accostato alla “normalità”»
«Per me, c’è una grande paura di vivere in questo rifiuto» dice Andrea
«Anche il terrore di conoscere aspetti che fanno parte di tutti noi viventi» aggiunge Sasha
Vladimir tossisce agitato per qualche secondo, si schiarisce la voce: «Ma non capite che c’è uno stordimento dovuto al desiderio di punire. Violenza solo per il fatto di colpire, di accanirsi, di oltraggiare, di brutalizzare. Violenza per le proprie frustrazioni, le personali impotenze, così da prendersela con chi vorrebbe vivere con disinvolta libertà la propria vita»
«Dove sarà Ortensia?» chiede Sasha
Beatrice risponde senza pensare: «Sono sicura di sapere dove si trova Ortensia, seguitemi al di là della casa, nella radura vicino le betulle» Ortensia attende il loro arrivo come se sapesse l’ora esatta e il punto preciso del ritrovarsi. Le braccia in un gesto ampio. Apre la danza.

Francesca Eleonora Capizzi

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Nota al testo

[1] Poesia d’amore da La poesia non è un lusso di Audre Lorde a cura di Wit (Women in Translation), traduzione di Maria Luisa Vezzali- Crocetti editore (2015).

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guido taroni

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