ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: “I giorni furiosi” di Stefano Tarquini. Note di lettura

denis sarazhin

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E’ come quando da un po’ di tempo ti rendi conto che tutto quanto hai fatto, tutti i luoghi che hai attraversato, o cercato di raggiungere, erano in realtà un insieme di quartieri di una città sola, che tu stesso andavi costruendo e abbattendo, allestendo con vie in salita e in discesa, con ponti, piazze porticati e gallerie, con fiere e botteghe, fiumi e soffitti di buio, o stellati, con giocattoli sparsi e biglie colorate. E non solo gli ambiti erano vani, ma gli odori erano sentieri e ciottoli di memoria avvistamenti istantanei, che mostrano riflessi i sogni e i pensieri, come una sola mistura con cui dipingere gli occhi e tutto, tutto è il tuo corpo.
Stringendo il campo visivo, ti sembra di essere entrato in una casa, o meglio quella in cui ti trovi è il guscio di una casa, che dentro di sé ospita una fiera, e quello che poteva sembrare un povero quartiere ha i colori di un insonne stupore, anche quando pare che tutto stia per prendere fuoco, per un incendio della mente, che brilla quelle scene, le atmosfere, la luce che dentro quelle passerelle di parole ti porta davanti a un te stesso che si muove, che traballa, che sparisce, a volte, sotto la volta di un’immagine inattesa. Si resta come sospesi tra una vita e l’altra, in un cambio di stagione che è continuamente ritoccato, evaporato. Tutto quanto è mimetizzato in parole è, mi pare, legna da ardere e quella combustione forma le nuvole delle sensazioni che dai testi, come da camini, si alzano in aria, tra gli spazi delle pagine, e tu, quelle pagine, le respiri lasciandoti allucinare dalle immagini che si susseguono.  Scrivere è allora comunicare non per logiche e strutture ma per trapianti, innesti, per suture di corpi come cocci, per impregnazione di oggetti di una casa che continua a fare i tuoi bagagli.

L’efficacia della parola, secondo me, sta nella capacità di sciogliere i nodi che la logica vorrebbe imporle,  relegandola ai labirinti del cervello, rendendola form(ul)a di un presente respirabile, di un cuore che batte. Spesso,  anche una svolta, l’improvviso o-mettere la fonte per spaccare in più orizzonti la fronte.  Sentire o porsi al bivio e lì, in quella sospensione, mettere in scena le persone che entrano nel guscio della casa, cammino tra le vie di quell’urbanesimo gioco giocattolo, senza nessuna presunzione di poterci vedere niente altro che quel variare, di passo in passo, mentre la realtà si è messa in pausa lasciando spazio al sogno. Se poi tutto scorrerà come al solito non è un dramma, basta aprire un’altra porta e rimettersi a cercare, sempre se stessi, comunque, in una cornice preziosa, fatta di tutte le impreviste storie, i treni su cui siamo saltati, il vapore in cui ci siamo volatilizzati, e anche la disperazione, che voleva farci a pezzi, strappando le finestre di una veranda stretta in cui a tratti abbiamo soggiornato.

Fernanda Ferraresso

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denis sarazhin

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Testi tratti da I giorni furiosi di Stefano Tarquini.

 

Apnea

A succhiare la vita dalle ossa insegnami,
con gli occhi di un uomo di spighe guardami.
Abbracciami/ seguimi.

Sfiorami appena/cieca derisione di apnea.

Nascosto il futuro disarma,
sentieri di voce spalanca.
Divorami oh Sfinge sbilenca!

Distante deflagra un detrito,
destina il midollo di sotto,
risacca disparo il tempo,
la Bora asseconda il Timavo.

Nasconde un segreto il tuo cuore

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Underscore

La parola affamata è un alfiere. A Elle. Fiera, medusa in un
valzer/ controtempo.
Quattro Terzi Spalmati/scordati e lanciati giù da una ringhiera.

Una maschera cangiante che disorienta. Una preghiera.
Rabbiosa, circonda/me.
Bavosa. Non sei di certo la mia sposa né il buono sconto
per una cattiva spesa.
Ma oggi sono in ripresa, e questa è la mia mossa.
Non una fotografia sfocata né un bar dello sport e della
pioggia.

Illumina la via sterile e feconda, i buoni auspici e la feccia.
Piega il perimetro della scacchiera, clicca sulla @ della testiera.
Non sarò la tua prima pedina né il tuo ultimo re.

Provi ancora a braccarmi iena?
Strizza il tuo asciugamano e il tuo sudore, gettalo a tappeto.
Oggi hai perso tra sedici corde e un underscore.

Un grido strozzato a bordo ring,
al netto di una vendetta.

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Avvoltoi

Come avvoltoi, planate sui rami dei tigli
tagliando il cielo in due,
nascosti sui sentieri che svela la neve
al suo sparire.

E con occhi di fuoco
aspettate la fine della preghiera
confondendo il vostro canto al loro.

Affondate il vostro becco marcio
in quei collari splendenti di puro bianco,
dove si sussurravano parole,
dove zampillava la vita.

Aspettate la pioggia a secchi confondendovi tra i lampi
per levarvi finalmente dalla testa,
gli ultimi segni di pace.

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Boomerang

Torna indietro il mio pensiero/ forbice
come un film in bianco e nero,
boomerang.

Un palazzo scomposto mattone dopo mattone,
sulle altalene passeremo pause pranzo
senza fare polvere/ senza far rumore.

Tutto torna a quando io non ero io,
e tu/ poche parole distratte
che vanno a fondo
non remano in tondo/ urlare,
ma le vuoi pronunciare,
le vuoi sussurrare,
sprecare.

L’amore è una cena in piedi e senza invitati,
dove il piatto forte è il mio cuore cieco
che torna al suo posto e transenna
il suo tempo al contrario nel mondo.

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Capillari

Quattro occhi spalancati per quattrocento denti bianchi.
Un quarto di miglio a cento all’ora.

Tartaruga senza testa il mio futuro.
Pesci rossi che cambiano pelle,
il presente che affiora.

Un bicchiere di latte e vermi per merenda.
Due cervelli che battono.

Ragnatele i capillari.
Un cuore solo.
Alla deriva.

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Con i capelli raccolti

Una porta spalancata sul vuoto,
sei.

Tu, di spalle
con i capelli raccolti,
in un silenzio senza contorni,
resti in equilibrio sui tuoni,
ed i giorni.

Non lasciarti cadere, ti prego,
abbracciati al buio attorno.

Il tempo sospeso tenderà una mano.

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Con gli occhi socchiusi

Questa sarà la nostra casa.

Pareti timide di lecci,
querce e vipere le tende.

Le foglie di prima ci stringeranno i fianchi
con un abbraccio profumato
che non abbiamo mai dato.

Tiepido scirocco ci spingerai sulle altalene/
montagne russe per il brunch,
rimanendo senza fiato.

Gli occhi socchiusi
ed in mano un pugno di tentazioni.

Il sudore della fronte/
il battito del cuore
per un ultimo bacio scostumato.

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Deglutire

Sono forse io, avvolto dentro parole di sonno
e segrete/ che ti fanno accelerare, sbandare
alle cornici del mondo, catene spezzate
sarete/ uno tsunami che inghiotte pendici e porci/
surfista del pensiero se il mare è calmo
goffi graffi, ma non sapete starci/ altrove
dove a mordermi meduse che non bruciano se piove/
dove tutto finalmente ha senso/ e muore.

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Fantasmi

È solo un sogno che non hai finito,
lungo una carreggiata che ti porta altrove
dove i pensieri non rimangono,
premono come fantasmi sulle tempie.

E ti fai spazio tra i vestiti della sera prima,
camminando tra le fiamme senza far rumore.

Non voglio svegliarti.
Il mio sogno diventerà il tuo.

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Il peso dell’acqua

Porterò con me il peso dell’acqua che divide il cielo,
il morso del tuono che incide la carne,
lo spazio indiscreto/ tic tac delle lancette.

È il tempo che scorre inesorabile,
cancella il ricordo di una non nascita.

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Lo stesso mare

Sbaglio forse io a guardar le cose
troppo da vicino,
ad assecondare il lampo,
per abbracciare il caos,
accogliendo frastuoni.

Ma capirete.
Sono abituato a voi, che date cento nomi diversi
allo stesso mare!

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Rottweiler

Quello che ti lasci alle spalle
non è silenzio
ma un puzzle mai finito
di una grande infanzia.

Ai piedi dodici rintocchi e tredici serpenti,
lungomare di Soverato,
il battito irregolare di un orologio Casio
di notte,
ci sveglia tutti quanti che sembriamo panettieri.

Panda con gli occhiali da sole,
fondi di bottiglia dove leggere il futuro,
una musica pericolosa
filodiffusa.

Il trenino per Siderno non fa fermate
né per pisciare
né per fare filosofia.

Quello che attraversi è un antidoto,
non ti piace chiamarla vita
e interrompi la tua fiction con una pubblicità di materassi.

Mine sotterrate sottoterra
un ponte pericolante che non crolla sui binari
ne sui ricordi di una città morta.

Allora dai una lucidata ai tuoi ricordi,
li fai splendere come una batteria di pentole,
come un servizio di posate d’argento.

Intanto io cammino al contrario in un cerchio di fuoco,
con due grandi occhi grigi
e sorriso da rottweiler.

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NOTA SULL’AUTORE

 

Stefano Tarquini nasce a Roma nel Giugno del 1978. Fa studi classici e si avvicina fin da subito alla poesia rimanendo completamente affascinato dalla beat generation e dal primo libro che legge senza condizionamenti esterni : “On the road” di Jack Kerouack.
Conosce la Pivano e Ferlinghetti a Firenze. Scopre Bukowski. Divora Emidio Clementi, Claudio Piersanti, Ivano Ferrari, Antonio Moresco, Giuseppe Casa… Ha un rapporto epistolare con Maurizio Cucchi che sfocia in una pubblicazione di sue poesie su “Specchio” di Repubblica.
Nella prima fase della sua scrittura pubblica su tantissimi blog di settore, riviste online e non. Partecipa attivamente a manifestazioni poetiche, concorsi, laboratori di scrittura creativa. Comincia a lavorare nel 1998. Mette su famiglia. Fa una figlia. Smette momentaneamente di scrivere per dedicarsi ad un’altra sua grande passione: la musica.
Fa 5 dischi con un gruppo crossover romano, i Palkosceniko al Neon, con cui colleziona più di 300 live in giro per l’Italia e l’Europa. Collabora con tantissimi gruppi della provincia romana. Organizza cinque edizioni di un festival di musica indipendente il “Pecora Nera Festival”. Nel tempo libero fa sport ed è amante della montagna e della buona cucina. Negli ultimi anni ha ricominciato a scrivere.

 

Stefano Tarquini, I giorni furiosi- Transeuropa Edizioni 2021

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