ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: A proposito di W.W. ovvero dama maravigliosa di Henry Ariemma

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Sono il dolore, l’amore e la pazienza, oltre alla bellezza, scrive Ariemma, che marcano con precise segnature lo spazio e la dissolvenza, che poi è la vita, da percorrere nel testo del tempo, raffinando il cavaliere che ognuno è, anche oggi, al cospetto di quella dama meravigliosa e mutevole, che tesse un mondo di relazioni, possibili e impossibili, in ogni caso compiute. E tale esercizio si compie per grandezze all’apparenza inaccessibili, a tratti attingibili, per mezzo di una scala d’amore, non per il cielo e il mare o comprovate irrealtà , prosegue Ariemma proprio in apertura della raccolta, quasi indicando che il percorso intinge e attinge i suoi colori in passi non sempre facili e da inciampi, nell’impazienza di arrivare là dove un sogno ha disegnato il nostro paesaggio e gli imprevisti ci hanno condotto, nonostante gli sforzi, al punto iniziale. Ma se la passione è autentica, la forza di quell’amore riesce a promuovere altri passi, ci sostiene anche se tentenniamo ed è faticosa la salita, i gradini di quella scala hanno un’alzata difficile, sono una montagna dove duole e a volte sanguina il corpo, la mente, il cuore.


L’esile calco svela trasparenze
anche se di forte tempra
ma al mondo di fango
a cosa serve?

A creare dolore,
alimento ormai
d’anime perse:
l’amare senza un totale
dei corpi ma a valore
che cresce e sdoppia,
ramo nei rami
a riempire il cielo.

 

L’ascolto e la parola che viene pronunciata, restano comunque insieme una promessa, che vuole essere mantenuta, costasse qualsiasi fatica da superare, attraverso il tempo di un silenzio che, in quel gesto, nella postura dell’ascolto, recupera ogni attimo.

Aspettare è il verbo
mancato perdono:
vita per chi vuol viverla
e rubata regno ai giusti.

E per altre rivoluzioni d’anima
si rimane se stessi ancora,
più veri per perdere nel mondo
insincero del possesso.

Non ci sono studi e nuove teorie
a cambiare l’indole ma solo la forza,
Il volume fiero di cui ti avvolgo
ogni istante questi cammini:
vagando per la città
a prendere altri tram
lenti del mai arrivare
alle vetrine di antefatti
vasellami o a teste senza volto…

Tanto, provochi amore in silenzio
e per risposta non incontrano
i tempi, non ci sono venti tenui
o lune al palcoscenico migliore
perché sazi agli occhi d’intenzioni
il cuore.

 

Le sezioni in cui si articola il libro, W.W, laccio, tiara, isola, sono tutti i passi da affrontare consapevoli che luci e ombre dei giorni sono appunto tutti i colori che comporta l’attraversamento di questo spazio, mai unico e definito, che è appunto la vita, ansie e pena comprese, con cui plasticamente ci modella e ci affina, fino all’ultimo respiro, ricostruendo ogni volta un alfabeto più complesso, più completo e comprensivo di molte, precise pause di ascolto del silenzio.

L’alfabetizzazione dei sentieri da percorrere è ardua a volte implica uno sforzo perché la parola non si snocciola, non si sguscia immediata ma conduce su impronte che comportano la penetrazione in noi stessi, perché solo così avremmo quel tanto di luce che ci accompagna nella percorrenza del libro. La realtà, implica comunque la difficoltà di trarne un senso, di risolvere quegli intrecci che il nostro stesso pensarla crea, intricando il cammino, rendendolo impervio. Leggere non implica andare con lievità attraverso i passi dell’autore, piuttosto comporta possedere anche la forza di accettare la caduta, la carica di una passione che non si lascia abbattere dalle asperità e dalle difficoltà che il luogo, la vita e i tutti i suoi (di)segni comportano.

Fernanda Ferraresso

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staffordshire- james picture

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Testi tratti da a

Perché silenzio non attendi
insperata, impropria parola
dalla voce e canto come buio
mancato ombre all’essere,
indifferente come per vago tenere?

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Parlavamo di grandezze…
Non per il cielo e il mare
o comprovate irrealtà
matematiche di mattoni
scollati per un senso.
Parlavamo di grandezze
per biblioteche perse
alle bruciate parole
più eterne del restante
che non entrano nella vita?
Parlavamo di grande cuore…
Allora incollato pietre
bastioni per spazi di sole
tenue, dolce nella stretta
alle mani, abbraccio
e sorriso, vicina notte.

.

I

Con un vento sempre lieve
accompagnava un presente sole:
si era come sul mare sopra
le rocce in quelle montagne
bianche scolpite tutte
a respirare esalati d’erbe
tagliate al profumo di fiori
e tu a leggere sulle scale
come sopra ai dieci elefanti
d’avorio per salire e chiederti
– beffardo destino – chissà cosa
che non ricordo più, e hai detto:
“hai il pranzo con te, allora siediti”.

.

Sulla torre bianca con te
sempre in quelle ore che davano
giusto sole in ogni stagione:
altri incamminavano soldati
al mezzogiorno che defilava,
impegnati ad andare per case…
E colmammo vuoti silenzi
a parlarci d’occhi
sotto le mille parole d’impegno
fatte sterminate pagine
come di zolle alle terre per seminare:
giorni lenti di un film
senza velocità ai gesti
misurati, ingabbiati dal fluido
greco degli sguardi al trattare
proprie carni giovani
nella linea mortale.
Ed erano gli occhi tuoi
quelli parlanti e dell’amica
interessati, il giusto gioco
a perdere tutto…

.

Ho aspettato antico
del mille e duecento anni
cavaliere, pronto ai duelli
per la tua parola in risposta
a cortese gesto e mai capito
il rispetto che seppellisce amore:
dell’avere e perderti la chiave
a sfondare destini per vincere
con la vita cavalcato divino male…
Ho cominciato a svecchiare i secoli
– credevo – leggendo prima moralisti
francesi e poi quelli del sospetto,
ultima scuola sempre a cavallo
di qualcosa, con le guerre ai quest’anni
al raddoppiare i mille dentro me.

.

Consapevole irrazionalista, ti chiamo
ora più forte senza tanti codici
a frenarmi il fluido che lega a te.
E tu contenta confermi il vederci
nello stesso luogo vicino le scale
marmoree e dio solo può sapere
oltre il vecchio cavallo quale fiume
avrei attraversato e ancora più largo
per arrivare alle tue sponde,
tuo castello.
Ti ho aspettata…

.

Mi son detto: ma sì, faccio contenta
quella di letteratura e leggo i cent’anni
non una ma dieci cento volte e che farò
miei perché dai e dai che tanto rimane…

Buendìa di altro anno al paio dalla fine
vedendo giorno su giorno braccia pelose,
macchine manga in mille leve,
movimento a voce grossa senza donna
e senza te.
Mi chiedevo ancora, ma possibile?
Neanche un prete oggi, ma il non avere
qualcosa di puro o molto raro
potrà nascere poi nuova lega
allo spirito duttile e forte insieme
con l’uomo nuovo?
Che sia leale e forte,
amabile, gentile e valoroso,
pronto a difendere i deboli,
a non forzare le donne
e difendere il proprio suolo
come confine della lingua?

.

III

Ecco il cavaliere
che per un fare
come migliore poesia
toglie, più che mette
e dove c’è qualcosa lima
e leviga fino all’impalpabile,
quasi niente come semplice
e cammina pronto morire,
scuola di saggezza e silenzio
al parlare migliore parola,
solo di sguardo e gesto.

L’esile calco svela trasparenze
anche se di forte tempra
ma al mondo di fango
a cosa serve?

A creare dolore,
alimento ormai
d’anime perse:
l’amare senza un totale
dei corpi ma a valore
che cresce e sdoppia,
ramo nei rami
a riempire il cielo.

Lustro riempito vuoto
che insegna…
E cosa vi è di meglio
alla tristezza che placa
rinuncia il camminare
fieri e soli ma pronti?

Dopo quel lessico
nato vecchio
d’autorità giullare
smontato casa
del sé -unica trave- sotto
le giunture in ogni via del mondo
che tiene a venire con pazienza
e ordine fino a che si vuole?…

Aspettare è il verbo
mancato perdono:
vita per chi vuol viverla
e rubata regno ai giusti.

E per altre rivoluzioni d’anima
si rimane se stessi ancora,
più veri per perdere nel mondo
insincero del possesso.

Non ci sono studi e nuove teorie
a cambiare l’indole ma solo la forza,
Il volume fiero di cui ti avvolgo
ogni istante questi cammini:
vagando per la città
a prendere altri tram
lenti del mai arrivare
alle vetrine di antefatti
vasellami o a teste senza volto…

Tanto, provochi amore in silenzio
e per risposta non incontrano
i tempi, non ci sono venti tenui
o lune al palcoscenico migliore
perché sazi agli occhi d’intenzioni
il cuore.

Cosi ci vediamo ora, muti
come pause di una musica
tra parole che non sentiamo
per vie negli alberi fino al mare
negli sguardi che urlano vita…

Ma che dire allora di camminare
ancora in queste strade a scacciare
alberi al vento per onde
travertino e pensare natura
più in là, per un dopo, a quando
stanchi da vertigini d’oro,
colori per statue disumane
incomba l’insieme ai bestiari
dei dolci occhi per elefanti
e delfini ai mari per tartarughe?
Che dire di salpare su barcacce
incagliate a spuma di mare
fontane perenni d’acque dolci?

Scacciando nature e più in là
avventure di libri in calde travi
a legno che sostengano sogni
per donna a proprio alimento,
vestito dimentico?

Pranzando all’aperto?
Ma siamo pieni di altra bellezza…
Per inseguire la tua con altri codici
del perdersi che non siano ripetere
istinti cercando amore.

.

 

È un dannarsi per partecipare
al banchetto della vita e nudi
ci si presenta umili, se stessi,
ubriachi di bellezze vane…
Ma se non è l’amore, non è il vento
a gonfiare le vele si rimane
soltanto sale a galleggiare forme
del non portare dove deve
e finire presto.

.

 

NOTE RELATIVE ALL’AUTORE


Henry Ariemma
è nato a Los Angeles nel 1971 e vive a Roma. Suoi componimenti sono apparsi su riviste e litblog specializzati. Per Ladolfi pubblicato le raccolte di poesie Aruspice nelle viscere (2016) e Arimane (2017). Con “Un gallone di kerosene” è risultato finalista (2020) al Premio Int. Gradiva, Anterem, Carver.

 

 

Henry Ariemma, W.W.- Kolibris 2021

*

Atro riferimento in Cartesensibili-

https://cartesensibili.wordpress.com/2019/10/28/istantanee-fernanda-ferraresso-un-gallone-di-kerosene-di-henry-ariemma/

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