RACCONTANDO – Francesca Eleonora Capizzi: La signora M.


edith snoek

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Le si era impressa una lettera invisibile alla percezione esterna: una lettera dal peso insopportabile. Aveva provato a sfidare la sua resistenza quando sentì che troppi pensieri le ronzavano in testa. Per tenersi in vita scriveva almeno una stronzata al giorno su carta di quaderni, su pezzi di bollette inutilizzate, su amputazioni di fogli scritti da burocrazie che le piombavano addosso senza che lei ne facesse richiesta. Anche il tempo per scrivere era difficile da trovare e sentiva che era poco quel tempo che dedicava alla scrittura. Doveva accontentarsi delle stronzate che scriveva? Anche questa faccenda era da sistemare. Tra le tante cose da sbrogliare c’era anche questa. Mentre pensava di fare una cosa facevano capolino altre cose, le quali non erano addomesticabili. Ogni giorno vissuto le strappava un palpito di gioia. Certo era una piccola scintilla, un confortevole fulmineo legame con la vita, ma le stava dentro sotto pelle facendola sentire un po’ più distesa nei confronti della sua vita. La signora M. non si placava mai, non voleva mai arrendersi all’incessante sfregare degli anni; si opponeva per istinto di lotta; sarebbe andata avanti nei secoli dei secoli. Viveva un periodo carico di presagi e spaventosamente svuotato da certi sentimenti. Si era accorta che aveva un problema, il più comune e antico al mondo: comunicare se stessa, o solo parte di se stessa, alle altre persone con cui interagiva. Se tutti e tutte al mondo vivono la stessa sua difficoltà, comunicare resta un problema o rimane una situazione diffusa simile all’istinto di conservazione? Conta molto il modo in cui si vivono le situazioni, il come alcune constatazioni sono avvertite. Più voleva parlarne apertamente e maggiore era la difficoltà, al punto da diventare impossibilità. Si accorse, per caso, che approssimarsi senza avere deciso di volervi giungere l’aiutava, la guidava all’avvicinamento. La signora M. aveva acquisito più savoir faire. Suona male il verbo acquisire quando si vuole parlare di certe cose, però la signora M. lo brevettò come suo fedele aiutante sia per il tempo presente che per il tempo futuro. Non voleva più lasciarlo da parte: menzionava il verbo per essere sicura che non stava né tornando indietro né stava inceppandosi in un ostacolo che le avrebbe impedito di proseguire. Già, proseguire, anche questo verbo lo tenne con sé. Al di là di tutte le speculazioni filosofiche, lei sapeva che non doveva mollare, non voleva cedere a quella voglia di morte che le affiorava dalla sua stessa carcassa. Che strane forme ha la coerenza in una persona! In lei era un delicato gioco di continue opposizioni, un mischiare tarocchi di diversi paesi, un mai potere dire: <<è così>>, un numero di pagine non quantificabili, e poi c’erano pezzi di pitture che volavano da una parte all’altra lasciandole gli occhi pieni di allucinazioni. Chiuse gli occhi per riposarsi qualche minuto e fu, ancora una volta, una proiezione di immagini, di persone mai viste prima, un susseguirsi di forme con strascichi di colore che le risultarono eccessivi, e dovette aprire gli occhi. La realtà a occhi aperti è più oscura rispetto al suo immaginario. Poi ci penso su. La realtà a occhi aperti è atroce in molte parti del mondo, anche vicinissime da noi. Il rosso, nei suoi molteplici aspetti, è un colore onnipresente. Meraviglioso colore del sangue quando è contenuto nei corpi cui appartiene. Terribile vessillo nel suo inesausto spargimento. Si turbò nel pensarci, e la sgomentò il non pensare così spesso alle violenze del mondo. Perché? Aveva promesso che avrebbe difeso da ogni forma di violenza coloro che non erano in condizioni di potersi difendere. Aveva promesso che avrebbe aiutato chi non si trovava nella situazione di potere chiedere aiuto. Aveva promesso che avrebbe seminato amore ancora prima della vita nel grembo. Aveva promesso altro ancora, quando si accorse che non si erano svolte così e in quell’ordine le storie della sua vita.
Era diventata madre di se stessa all’età di sette anni, e ancora le pesava quella responsabilità così tanto precoce. Sapeva poco di sua madre.
I ricordi e le notizie su sua madre avevano inevitabilmente un alone di mistero. In molti momenti della sua vita si era ritrovata a pensare a sua madre. Ora che gli anni si facevano sempre più incalzanti non trascorreva giorno senza pensarla. Provava una nostalgia incontenibile, e non riusciva a comprendere come fosse possibile provare un tale struggimento per ciò che non si è vissuto. Erano stati pochi gli anni vissuti con la propria madre e si chiedeva il motivo di una sproporzione tanto potente, tra gli anni trascorsi insieme e il numero di anni a pensarla. Il tempo interiore non ha la stessa corrispondenza con il tempo degli incontri, degli eventi, delle azioni. La signora M. aveva sempre avuto i suoi, non pochi, problemi con il tempo; aveva conosciuto la dilatazione e il suo opposto nella percezione del tempo e dello spazio; il ribaltamento delle coordinate; il sovvertimento dell’ordine; la follia della mente che arriva repentina come una tempesta dopo un tempo assolato. Quello che non ci si aspetta ha una forza violenta: ci strappa dal piccolo habitat e dopo… dove conduce? Conoscere la destinazione sarebbe improprio nei confronti dell’inaspettato.
Madre di sé, la signora M. credeva di essere una predestinata a –  non sapeva bene quali – somme imprese. Per somme imprese intendeva qualcosa di entusiasmante, appassionante, importante. Difficile trovare una costante distinzione tra bene e male. La controversa demarcazione le fece intuire la complessità della vita. L’indivisibile che non si stacca neanche con i morsi. Il blocco che contiene. L’angoscia che rende più radiosa  la gioia nascente. Non sempre avviene l’alternanza: si può restare seppelliti nella stessa dimensione, incapaci di spostarsi, di trasformare. Alcuni/e conoscenti dicevano di lei che fosse una sciamana che comunicava con il mondo degli spiriti. Lei, mai avrebbe accettato questi giudizi. Lei era interessata allo spirito che anima la vita, all’invisibile che in tutto risiede.
Di colpo le arrivavano alcune intuizioni e non riusciva più a continuare la vita che stava conducendo. Una mutazione. Trascorreva giorni in cui barattava per la risoluzione di certi problemi molto pratici: portare cibo a tavola, preferibilmente cucinato in una certa maniera, non era impresa da sottovalutare. Era una donna legata al nutrimento anche se decideva di digiunare. Era un’attrice. Lavorava senza esserle riconosciuto il lavoro che svolgeva. In fondo perché qualcuno/a deve riconoscere il lavoro svolto perfino la notte, quando anche le virgole assumono una pesantezza a cui non avevamo fatto caso? quale lavoro svolgeva effettivamente? Poche volte la scritturavano. Di questo non voleva occuparsene pure restando senza convinzione in merito. Si dichiarava disponibile a diverse esperienze artistiche e non voleva chiudersi le possibilità che avrebbero potuto presentarsi. La sua fede era crederci: prima o poi arriva quel qualcosa che attendiamo.  Si presenta e dovremo, alla svelta, accoglierlo nel suo pieno. Non si trattava tanto di una agognata perfezione dell’opera con la lettera maiuscola; quanto di una continua tensione verso… L’arco che si tende per scagliare un’altra freccia, un’altra possibilità. Concedersi possibilità per lei era un atto di pace con se stessa e il mondo, ma  più con se stessa. Con il mondo aveva già da tempo deciso di essere corretta, di non combinare carognate. La lettera invisibile però non accennava a cancellarsi. Stava dentro e assumeva il carattere di un geroglifico di cui non ne afferrava la traduzione. C’erano giorni che se la sentiva raspare dentro come un insetto crepitante; altri in cui batteva forte per crescere, maggiorare la sua corporatura, afferrare l’onda vitale e imporre la propria presenza poiché non era mai allineata con qualcosa di diverso da se stessa. Quando poteva, in quei casi, ascoltava Fryderyk Franciszek Chopin. La sua musica le procurava sensazioni dolorose che sconfinavano in un piacere, la cui dolcezza la paralizzava. Stava lì immobile con la bocca aperta senza potere dire una parola. La mente andava a ritroso intrappolando miracolosamente emozioni vissute in periodi divenuti senza una data precisa. Si sentiva immersa in un liquido dubbio. Un liquido non così trasparente da vedere il fondo. Un’opacità discontinua, fortemente contraddittoria quasi a ricordarle di quanto l’intera vita fosse mischiata e che gli elementi si combinano insieme per avere forza di sopravvivenza. Allo stesso tempo  l’alternanza le dava incertezza, sudore ghiacciato, tachicardia e  sicuramente la percezione del mistero. Come si potrebbe vivere senza? Non sopportava che ci si volesse accostare alla vita prevedendola a ogni piè sospinto. Cosa farsene del tutto prevedibile? Trovava molto ottusa la medicina occidentale che vuole sempre diagnosticare senza avere guardato neanche la faccia di chi si presenta al suo cospetto. Puntualmente, a ogni visita medica gli occhi non vengono mai guardati, il colore della pelle e la sua luminosità ignorati del tutto, la voce con il suo ritmo e il suo seguito non ascoltata, la compattezza della massa corporea neanche da considerare e il corpo viene fatto a pezzi: una bocca sezionata a sua volta, orecchio destro, mignolo della mano sinistra, una sezione dopo l’altra di cui si dimentica l’appartenenza. Non è solo ottusa buona parte della medicina occidentale, è tremendamente fuori luogo. Non sa accogliere. Preferiva non dovere ricorrere ai rimedi di una tale medicina. Dove accingersi, e trovare colui-colei che sappia curare, e soprattutto che quando ti parla, qualsiasi cazzata o serietà ti stia indirizzando, ti guardi almeno negli occhi! Ci si sente doppiamente annientati da chi ti parla e prescrive rimedi senza degnarti di uno sguardo o parlando addirittura a terzi mentre si decide dell’altrui pelle. Da bambina, il padre la conduceva alle visite mediche e lei non ci dormiva la notte tutte le volte che si avvicinava il giorno conclamato. Erano momenti di grande disorientamento quelli in cui sentiva il peso della costrizione contro la quale era impensabile ribellarsi. Restava possibile la via dell’immaginazione che tutto può. Era forte nell’immaginare perfino, e più che mai, l’impossibile, ma capitava che poi doveva comunque recarsi col padre a fare le visite prenotate… Ricordava perfettamente quanto erano odiosi certi medici. Erano cafoni con le loro battute e le loro risate, mentre la paziente-bambina si ritorceva dall’interno come un ferro sottoposto a un fuoco altissimo. Erano detestabili. Erano, certo, esseri umani anche essi e non mostri come le apparivano, ma lei si chiedeva il perché avessero scelto di fare quel lavoro, oltre il motivo della remunerazione, convinta come era che un lavoro del genere dovesse avere altre motivazioni, altri interessi, altri fuochi con cui accendersi. Le ci vollero tanti anni prima di prendere in considerazione altri modi di fare le cose a questo mondo. Prima non poteva supporre che si potesse operare senza una adesione alla propria interiorità. Cercò di capire, in seguito, la complicazione e in certi casi l’impossibilità nel fare così, come lei stessa desiderava, le cose. Non le riuscì mai di accettare il modo con cui buona parte del personale medico si rivolgeva ai pazienti e alle pazienti. Improvvisamente sentì una fitta, e via via che tentava di capirne l’origine un bruciore le si accese all’inizio del costato. Si frugò tra gli indumenti per averne visione, ma non vide nulla. Restava la fitta e il bruciore. Le restava la sensazione che qualcosa di mostruoso maturasse dentro il suo corpo. Un parallelo che vive in noi invisibile, e un giorno – lo sentiamo tangibilmente – ci corre risoluto addosso. Un essere dotato di propria vita o una lettera…

Francesca Eleonora Capizzi

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