ISTANTANEE- Stefano Fonte: “Io sono Medea”, note di lettura.

dante ferretti- bozzetti per medea di p.p.pasolini

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Il rifiuto della maternità da parte di Medea è la resistenza alla retorica di un Occidente salvatore.

Da più di duemila anni Medea, oltre a rappresentare la straniera, l’archetipo del diverso, è anche la donna consapevole del proprio potere, orgogliosa delle proprie capacità, determinata a guardare gli uomini negli occhi e a sfidarli. Questa potente affermazione di individualità è già nel titolo della riscrittura romanzesca di Claudia Mazzilli: Io sono Medea (Nulla Die edizioni, 2021, pp. 151, euro 14) è una formula che ricalca l’enunciato con cui gli eroi omerici sfidavano i loro avversari nell’aristía (il duello), rivendicando la gloria che ne sarebbe derivata nel segno del proprio nome.

La Medea di Claudia Mazzilli vive in una Grecia globalizzata, meticcia, vagamente distopica e ricca di riferimenti all’attualità e alla cronaca, in un tempo fluido, quello del mito, in cui agli dèi del politeismo pagano si mescolano immagini e riti del Cristo Pantocratore e della Panaghia, la vergine santissima. Medea è sempre l’ex compagna di Giasone, che l’ha abbandonata dopo aver conquistato il vello d’oro e averla portata in Grecia; è una maga, ma non è una madre infanticida: il matrimonio con Giasone è stato sciolto poco dopo il suo arrivo in Grecia, prima di generare figli. Giasone invece si è sposato con Glauce, figlia di Creonte, che non è un re, ma un imprenditore del settore alberghiero (o, per dirla senza complimenti, un cementificatore delle coste nord-orientali della Grecia, non lontano da Salonicco), un settore ormai in declino perché la domanda interna di servizi turistici di media e bassa qualità è crollata, a causa della crisi economica che ha colpito la Grecia. Medea vive una vita dimessa in questa Grecia decadente e periferica. In un universo piccolo-borghese, è riuscita a suo modo a farsi tollerare nella cittadina provinciale in cui vive, fatta di buoni padri e buone madri, ha saputo mantenere rapporti educati e collaborativi con la nuova famiglia di Giasone, si è fatta apprezzare come maestra nella scuola elementare della cittadina in cui risiede.

Tutto scorre in una quotidianità semplice e post-eroica, senza sussulti: eppure qua e là, nell’esposizione diaristica attraverso cui Medea si racconta in prima persona, si aprono delle piccole crepe, come quelle sui muri degli alberghi sempre più fatiscenti, incapaci di riproporsi, estate dopo estate, nel bianco e azzurro da cartolina estiva di una Grecia main stream. Giasone, che all’atto del divorzio si era impegnato a fornire alloggio gratuito a Medea, esige il pagamento delle bollette… Centauro, collega di Medea (come nel mito, maestro di Achille e Giasone), è ormai sempre più freddo e sfuggente, preoccupato solo della carriera… E, soprattutto, c’è quell’invadente e inquisitoria domanda che quasi ogni giorno qualcuno fa a Medea: quando ti decidi a fare un figlio?

Medea infatti ha ormai quarant’anni: nel suo ostinato rifiuto a dare un figlio alla sua nuova patria in piena denatalità, i compaesani vedono una resistenza a diventare una donna mansueta, una moglie a capo chino come le donne greche. I Greci, insomma, sospettano un’opposizione silenziosa, una forma di ingratitudine. E così è: Medea rifiuta un’integrazione che consiste nella semplice “annessione”, in un supino adattamento ai valori dei Greci. Medea non ha alcuna intenzione di mostrare deferenza, nemmeno una sottomissione di facciata: “avessi anche continuato a dilapidare i miei anni negli studi che voi

consideravate futili, avessi soltanto continuato a mangiare come mangio e a vestire come mi vesto, a parlare ogni tanto in questo idioma orientale per non dimenticarlo, avessi soltanto continuato a esistere, pur sbattuta tra un albergo e l’altro, tra una stanzetta e l’altra, in questi continui traslochi, passando caparbia e sempre indifferente davanti alla vostra inutile chiesa, al vostro Cristo Pantocratore: sarebbe stata una tortura sufficiente per voi. Sufficiente a offendervi, a destabilizzare le vostre certezze, il dogma dell’utilità del vostro continuo sacrificio per la vita e la ricchezza e il benessere e la salute dei soli figli che considerate vostri” (p. 67).

La peripezia narrativa si mette in moto a metà dell’opera, con la morte di Emone, figlio di Giasone e Glauce. Per il troppo dolore Glauce si suicida. Invece Giasone e Creonte, che avevano investito nel figlio maschio ogni energia e promessa di futuro, esercitano un controllo sempre più autoritario nei confronti di Medea, che nel frattempo aveva creato una cooperativa sociale di accoglienza per i migranti, dedicandosi al volontariato (il romanzo in effetti è ambientato in una zona di frontiera nella geopolitica del Mediterraneo). Medea e i migranti diventano il capro espiatorio di una vendetta illogica, che nulla può contro un destino paradossale: un atto di rappresaglia che porta alla violenza fisica di Giasone su Medea (ultima donna giovane e fertile nel paesino in via di desertificazione anagrafica) e allo smantellamento del centro di accoglienza. Nella seconda parte dell’opera, infatti, si passa dal romanzesco al tragico, nelle forme più cruente ed eclatanti del dramma senecano o elisabettiano, in un’esibizione di orrori e violenze che si traduce anche in una lingua barocca e sperimentale ma mai oscura. Eppure, quando tutto appare perduto, interviene un deus ex machina a riportare le cose in un nuovo ordine, che però è intenzionalmente artificiale, provvisorio e privo di qualsiasi consolazione o fiducia in una possibile teodicea.

Nell’affrontare il tema dei migranti attraverso il mito di Medea, colei che per eccellenza ha dato accoglienza allo straniero venuto dal mare aiutandolo a recuperare il vello d’oro, Claudia Mazzilli affronta tutti i tabù del confronto tra i popoli dentro un sistema, quello del nostro mondo globalizzato, irrimediabilmente osteoporotico, basato sulla sopraffazione del più debole e sulla devastazione dell’ambiente. Il rifiuto di Medea di dare figli a Giasone è l’ostinazione a non dubitare della sua unica certezza: che un mondo più equo e solidale è possibile; è la scelta di ricordare le vittime mute della Storia. L’obiezione di coscienza rispetto alla maternità da parte di Medea è il rifiuto della retorica di un Occidente salvatore.

In una civiltà che si fonda sulla mistificazione e sulla propaganda, ciò che nuoce a Medea è la sua onestà intellettuale: Medea si attribuisce una parte di responsabilità nell’aver seguito Giasone, nell’averlo aiutato a salire il primo gradino di dominio sul mondo, facendosi sua complice nella conquista del vello d’oro. “Fu un attimo, qui e lì: la coscienza della colpa di essermi fatta compagna delle tue conquiste. Come grazie a me ti impadronisti del vello d’oro lo cantarono i Greci: come addormentai il drago insonne con un ramoscello di ginepro, con le mie nenie, e la persuasione che avevo negli occhi io, la sua guardiana. Per te mi arrampicai anche sulla quercia, fino al ramo dove era sospeso il vello. Io invece canto come spezzare la catena di complicità che mi lega ai tuoi misfatti. Scilla o Cariddi dovevano schiacciarci nel loro stretto passaggio, le rupi Simplegadi avrebbero dovuto triturare il legno della nostra barca insieme con le nostre ossa…” (p. 128).

Ma, rifiutandosi di dare figli a Giasone, Medea impedisce la trasmissione del privilegio alla prole, sottraendosi ad ogni logica familistica e nazionalistica, a differenza di Glauce, la sua seconda moglie. E addirittura, nella reversibilità del tempo che è possibile solo in letteratura, Medea non approda in Grecia: nel finale dell’opera (enigmatico e aperto a numerose interpretazioni) Medea si lascia cadere in mare aperto: rinuncia ad approdare sulle sponde di una civiltà della salvezza che è in realtà una civiltà di morte. Le sue ossa ora affondano ora tornano in superficie: Medea diventa così il grande rimosso collettivo dell’Occidente che, in tutti i sensi, torna a galla.


Stefano Fonte

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Claudia Mazzilli,  Io sono Medea– Nulla Die Edizioni 2021

 

 

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