ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: A proposito di BRUCIACCRISTO di Davide Morganti

david lupton- blood beast

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Prendere le parole e inchiodarle alla croce dei giorni, innestare le spine in corpo e impararne la profondità mentre cerchiamo di puntellare le nostre difese, mentre tendiamo i margini di una vita dentro un vangelo che è antropologia di simili.  La Prima stazione, con cui il libro si apre alla lettura, lo dice con chiarezza, senza possibilità di alcun dubbio, quale è l’esito del viaggio, tempo di ognuno con cui si scandisce il passaggio, non un passato.

 

PRIMA STAZIONE

Gesù è condannato a morte

E, Cristo, facciamola finita con te!
Ca si’ tavuto apparicchiate!
Mò statte zitte e muorte!

Restano nel pianto padri e figli
mentre i cortili
sono lenzuola che provano
a coprire il cielo
che non può consolare.

Dio è una casa vuota da tempo,
non ci abita più nessuno
finestre crepate dal freddo stanze larghe pozzanghere scure.

Eppure lo spazio manca
manca pure l’amore, l’amor che nulla muove,
duro e secco
corteccia d’albero scarsa igiene
del cuore.

E già per questi pochi passi, di un fermo immagine che ci trasloca ognuno nel corpo dell’altro, del pre-cedente, ciò che credevamo la specificità di ognuno è solo la linguistica profondità in cui tutto è quel popolo di poveri cristi ignora(n)ti. L’uomo che non ha un nome proprio e la donna che crepa come la terra che (la) lavora nel campo, la traduzione di un corpo dentro un altro e un altro e ancora uno e…Un’arena di sabbie in de-formazione, in una de-composizione  che cerca il riconoscimento, mentre ogni sforzo, alla fine, favorisce solo una mercificazione e la marginalità. 
Stabile, la stessa casa abitata dai suoni, mine vaganti delle parole lanciate, una sassaiola di dialetti e letti da chi li ha inventati. Un silenzio a doppia mandata, una scrittura pro(v)visoria in cui tutto si sdoppia, si moltiplica e divide, costruendo resti su cui avanza il mondo, resto e reso del mondo. Niente sta fermo, niente s’impara e si è imparato. Tutto ci spinge, dentro l’imbuto di un corpo e non ci permette altro se non scorgere, dietro lo schermo di uno sguardo, che si fa testo, soltanto un piede, poi staccato l’altro, mentre il precedente resta cancellato, fuori, fuori dal discorso, fuori dal soggetto, una colonia di impronte, sagome di qualcosa che la ragione tenta, e tenta di guardare ma fonde, si fonde e confonde con tutte le altre, ragioni migranti, maschere di un potere/sapere che sogna i suoi domini. E sono solo giochi, pedagogie in cui il soggetto si traveste, di tutti i corpi che indica come altri, per rendere visibile l’invisibile tra(s)parente, schizzando se stesso attraverso lo schermo, con una qualche grafia, una zampa di uccello, sul cui vuoto il volo appoggia il diario di un attimo e sogna, l’altro, ancora un altro e sempre, un cristo, nella stazione singolare di ogni es-perienza.
Tutto, tutto  “Somiglia al fruscio/ di un abito sul pavimento/ il lento muoversi del sangue/ nascosto per paura/ dentro il vangelo“.
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Fernanda Ferraresso

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david lupton- blood beast
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Testi tratti da BRUCIACCRISTO di Davide Morganti

SECONDA STAZIONE

Gesù è caricato della Croce

La gravità è fragile tentazione,
il peso della croce piega le voci
schiaccia morte e pianto,
grazia e Spirito Santo.
Somiglia al fruscio
di un abito sul pavimento
il lento muoversi del sangue
nascosto per paura
dentro il vangelo.

La pietra allunga le sue dita rapaci,
cruda salvezza
attesa nuda
fa male la terra
ci sporca troppo la terra.

I re muoiono sotto il mantello,
soffocati dalle nubi
prima che si spezzino come pane,
prima che si rallegrino come vino.
Ancora digeriva l’ultima cena
quando trascinò la condanna
lungo le grida
cieco per la polvere dei sandali.

Lontano era il concilio di Nicea
Gesù poca sostanza col Padre
e lo Spirito soffiò sulla sua vita,
spegnendola;
chissà se il Padre chiuse gli occhi
quel giorno di morte
per non vedere le spine, le piaghe,
i chiodi infelici e la faccia dei presenti
ignari di far parte del Vangelo
eterna condanna dell’uomo;
e chissà se il Padre diventò sordo
per non sentire la sentenza, le urla, i passi
piegati dalla croce, l’aspro abbandono.

Non c’è spazio per i morti
in cielo.

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TERZA STAZIONE

La prima caduta

Del suo ardere
luce senza mistero,
solo il male che consuma
Dio e poi l’uomo.
Cristo si fa moltitudine
si mette in fila al supermercato
guarda le vetrine dei negozi
soffoca nelle metropolitane.
Cristo si fa moltitudine
la sera, stanco, ha nelle narici
il giorno della sua morte.
Poco resta, quasi niente, delle sue intenzioni,
forse qualcosa nelle ossa,
le parole dei profeti, la fanghiglia sollevata dai tram.
Cristo si fa peccato,
per salvarlo bisognerebbe trovare un volontario
o un padre che sacrifichi il figlio
o forse nasconderlo in cantina.
Si cade dal cielo, come Lucifero
nel giardino, come Adamo ed Eva
dalla scala di Giacobbe, come gli angeli
si cade
ritornando alla polvere.

Non sempre, però,
si può morire quando arriva alla fine.

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QUINTA STAZIONE

Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene

Lo addormentò la neve,
la sua luminosa colpa,
infelice inverno quell’uomo.
Simone trascinò Gesù
nel gelo del giorno,
ancora ricordava
la magrezza del corpo
la sua paura;
la croce gli sporcò invece le mani,
il cielo rimase cadavere
prima dell’altro cadavere.
Come ladro nella notte
Simone di Cirene
entrò nel corpo di Cristo,
portò via tutto,
lasciando sulla terra
l’acqua gelida e la sventura.

Si avviò a casa,
invecchiò subito
per riposare da Dio,
non risolse la colpa,
inutile carne d’agnello;

l’imbrunire sopraggiunse
sulla soglia.
“Fra tre minuti non ci sarò più”,
in paese nessuno gli chiese di risorgere,
passarono i tre minuti,
quando lo seppellirono
nemmeno si accorsero
della tenebra sul suo letto
e della delusione scritta sugli stipiti
della porta.

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SETTIMA STAZIONE

Gesù cade per la seconda volta

In ginocchio il cielo è più lontano
sed libera nos a malo
per la croce ingiusto verdetto della penombra
per le lacrime che siamo
per il buio delle sere
per l’incerto ritorno a casa.
Restare a terra
al riparo
dai glicini furibondi
chiusi nelle sale da pranzo
apparecchiate con cibo
che sa di muffa e gelo.
Polvere sei e polvere non sarai
pensò Gesù urtando le nuvole
che spostarono l’apocalisse
debole fruscio
sicut in caelo
et in terra.
Cadere come malattia o fame,
forse stanchezza,
sudore fra le dita,
affanno continuo,
nessun altare separa dal dolore,
tempo breve è l’anima
il cui silenzio trema –
sangue di Cristo pena d’amore,
d’amore per chi?
Restiamo un rantolo appena,
transustanziazione
di sangue in benzina.
Penitenza è questa ricerca
di te, Signore Gesù, tra le parole
come frugare in mezzo a carcasse deluse.
Ancora vuota è la croce
piena è la terra della tua caduta
nella quale ci ripariamo.
Il male mi rende infermo
la vita mi rende infermo
stremata misericordia la tua nuova rovina
che non solleva la prima.
Abbi pietà della gloria
troppo fredda per i nostri cuori
sulla strada del Calvario –
i tuoi piedi sono insetti
che si agitano per l’agonia
mentre la fine si avvicina
passo dopo passo
andando incontro alla tua stessa salma,
chiamata dai teologi Eucaristia.

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UNDICESIMA STAZIONE

Gesù è inchiodato alla croce

Così è la grazia,
somiglia troppo al dolore;
è una crepa nel soffitto
nella cenere la tua santità,
Signore,
o dovrei chiamarti Cristo?
Si resta confusi sulla terra
in mezzo allo spavento,
impigliati nella Quaresima
dei giorni allegri
passati sott’acqua
tra animali notturni,
stretti in mezzo alle radici;
nessuno vuole morire ucciso
in fondo non siamo che uomini
incapaci di svegliare i morti,
simili al tenue vento
quando scuote gli alberi
per far uscire il male da dentro.
Gesù rimase sorpreso dalla sua morte,
mica ne era complice
secondo i pettegolezzi dei vangeli.

Fragile ghiaccio la fede
opaco grufolar nel buio
più ombre che luce
balbuzzire di Dio
quando comincia a pregare
in forma di fuoco
coperto di spine,
distrutto dal ferro.

Dio ci volle assassini
senza liberarci dalla colpa
ma della colpa fece il nostro inverno;
ancora tremiamo di freddo
avvitati alle mani di Gesù
noi, chiodi, corona del peccato,
conficcati nei muri di case
soffocati di muffa
noi, mucchio di stracci,
incapaci di vestire la croce.

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Da COMICITA’ DELLA CROCE

(…)
Sotto la croce c’è più gente che ride che persone che piangono, questo aumenta la tragedia di un uomo e il suo mistero. Lo scandalo non è Dio che si incarna per amore dell’uomo e muore ma che la kenosi, ossia lo svuotamento nell’incarnazione della divinità per lasciare spazio all’umanità, sia scesa in terra per subire il riso. La comicità è l’atto tragico della croce, non la morte. Lo aveva capito Jorge, ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco, il quale uccide per impedire che venga conosciuto il libro di Aristotele sulla commedia. Il riso è pericoloso perché pungiglione mortale che mette in discussione ogni autorità e la uccide. Terribili sono le parole di Giobbe, la cui angoscia lo pone in relazione alla Trascendenza, quando il Cielo schiaccia l’uomo fino a piegargli la nuca, costringendolo a trovare sulla terra ciò che si trova altrove, gridando come nemmeno a Cristo riuscì:

Sono innocente? Non lo so neppure io,
detesto la mia vita!
Per questo io dico: «È la stessa cosa»:
egli fa perire l’innocente e il reo!
Se un flagello uccide all’improvviso,
della sciagura degli innocenti egli ride.

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NOTA SULL’AUTORE

Davide Morganti (vero cognome Palmieri) insegna italiano in un istituto di Pozzuoli (NA), dove vive.
Laureato in Teologia nel 1990, e in Filosofia nel 1992 (l’ultimo capitolo della sua tesi, La comicità della croce, viene tra l’altro censurato perché ritenuto blasfemo, appare nella raccolta BRUCIACCRISTO).

Come giornalista collabora poi con diversi quotidiani tra cui La Repubblica, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Mattino di Napoli e il Mattino di Salerno, The New York Times
Ha pubblicato racconti ( Screazione nella raccolta Disertori, Einaudi 2000; Il Trovacadaveri nella raccolta Presente Indicativo, Ad est dell’equatore, 2009); romanzi ( Moremò, Avagliano, 2006; L’asciutto e la marea, Gremese, 2008; Caina, Fandango, 2009; La consonante K, Neri Pozza, 2017; Il cadavere di Nino Sciarra non è stato ancora trovato, Wojtek, 2019).

Ha scritto il film “Caina” per la regia di Stefano Amatucci, vincitore del Paris Lift- Off Film Festival 2017 come “best feature film”, nomination tra i cinque migliori film al Global Lift – Off Film Festival di Londra 2018, oltre che tra i candidati italiani selezione Oscar 2019.

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Davide Morganti, BRUCIACCRISTO – ‘round midnight edizioni 2021

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