UN CANTO IGNOTO CHE CONDUCE ALL’INVISIBILE- Lucia Guidorizzi: “Sirene” di Ivonne Mussoni- Recensione

 siracusa- mare del plemmirio , sirena dedicata a rossana maiorca

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“Ho sentito cantare le sirene l’una all’altra.
Io non credo che canteranno per me.
Le ho viste cavalcare l’onde verso il largo

Pettinando la bianca chioma dei flutti gonfi

Quando il vento gonfia l’acqua bianca e nera.

Nelle alcove del mare abbiamo languito

Vicino alle sirene coronate d’alghe rosse e brune

Finché voci umane ci destano, e anneghiamo.”

 

                                                                                   T.S. Eliot da “Il canto d’amore di Alfred Prufrock” 

 

Il libro di poesie della poetessa riminese Ivonne Mussoni “Sirene” (Giulio Perrone Editore, Roma 2021) ha la pregevole qualità di unire il personale all’universale, operando una mirabile mitopoiesi: il mito diviene un pre-testo per evocare un vissuto individuale che si espande in una visione che va ben oltre le suggestioni autobiografiche.

L’immagine mitica e archetipica della Sirena appartiene alla nostra parte più antica e ancestrale, l’elemento acqueo da cui si sviluppa la vita sulla terra.

 

“Da me si liberavano fantasmi,
gli stessi che guardavate da bambini
attraverso la porta semichiusa
fatti di giacche appese e di cappelli
con quale fatica chiudevate gli occhi
dicendo- è solo la penombra
che da forme vive e dà il respiro-
solo una giacca quella e io solo una donna.
C’è ben altro nei giochi della mente
nel terrore che provate a luci spente
l’indizio che la terra
appartiene a chi l’ha abbandonata.”

 

Celebrare le Sirene significa investigare le parti più nascoste della nostra natura, ascoltare il richiamo ineludibile del loro canto induce a ritrovare la dimensione più arcaica e mitica della vita stessa. La voce suadente delle Sirene ci chiama e ci se-duce, promettendoci l’avventura della Conoscenza, ma il prezzo da pagare è molto alto: la maggior parte degli uomini pur di ascoltarle si vota al naufragio. Solo pochi coraggiosi sono in grado di udire il loro canto senza annegare e di amarle senza rimanerne annientati.

Ma le Sirene hanno un’arma ancora più potente del canto, ed è il loro silenzio al quale sottrarsi è impossibile e ce lo ricorda Franz Kafka  in un bellissimo ed enigmatico racconto intitolato appunto “Il silenzio delle Sirene”.

La Sirena risveglia i nostri desideri più nascosti, la fedeltà a una dimensione atemporale, immersa in un eterno presente e in un’eterna giovinezza. Lì dove il mare dialoga con la terra e l’umano con il divino, su quella soglia indistinta tra visibile e invisibile, la Sirena manifesta la sua presenza e dona il suo amore solo a pochi uomini eletti che ricorderanno per sempre quei momenti ineffabili, come accade al senatore Rosario la Ciura, protagonista del bellissimo e indimenticabile racconto di Tomasi di Lampedusa, “Lighea”.

Questo racconto, avvolto nell’atmosfera del mito, adombra l’amore unico, assoluto, irripetibile, impossibile che trionfa davanti alla banalità ed alla piattezza di un’esistenza priva di fascino e la bellissima Lighea offre al professore insieme la  Conoscenza e la Morte, come l’archetipo della  Madre Saggissima descritto da Jung.

“Quella ragazzina lasciva era stata anche Madre saggissima che con la sola presenza aveva sradicato fedi, dissipato metafisiche.” Da “Lighea”

Tutto il libro di Ivonne Mussoni è pervaso da reminiscenze letterarie e metalinguistiche, come rileva anche Dacia Maraini nella sua prefazione e le atmosfere acquatiche che vi vengono evocate ricordano certi passaggi del grande romanzo “Horcynus Orca” di Stefano d‘Arrigo, o di “Moby Dick” di Herman Melville.

Le sue poesie sprigionano una profonda nostalgia per la perdita di una condizione di pienezza originaria: 

“Non si esce sempre indenni dal passato,
e il dolore nostro è quello accolto
dalla prima stirpe umana,
da chi diede un nome all’ombra, all’acqua, agli animali

per parlarne senza aver bisogno d’indicarli,
così si fa la vita ed il tormento,
in questo voler dire ciò che manca.”

Intorno alla figura della Sirena si sviluppano sentimenti ambivalenti legati alla sua condizione di essere ibrido e anfibio: essa si configura come inaffidabile e pericolosa in quanto, esercitando le arti femminili di seduzione, irretisce il malcapitato, trascinandolo negli abissi marini.

La Sirena con la sua bellezza mostruosa, adombra gli strati profondi e inconsapevoli della personalità umana e suscita sentimenti contrastanti di attrazione e di repulsione, di desiderio e di raccapriccio. In alcuni casi si configura come emblema di una sapienza allettante, lusinghiera e fallace di origine demoniaca. Costituendo al tempo stesso una tentazione erotica e intellettuale, essa è particolarmente pericolosa sia per gli uomini semplici che per quelli assetati di conoscenza.  Nelle “Metamorfosi” Ovidio racconta che le Sirene erano le ancelle di Persefone e le testimoni del suo rapimento ad opera di Ade, ma che non fecero nulla per fermarlo e perciò furono punite e trasformate in uccelli, il cui sguardo è in grado di vedere lontano.

“Si dice che fossero sirene le uniche presenti,
le sole ad aver visto il furto di Ade,
ma incapaci di capire se era giusto quell’abbraccio
dopo costrette a conoscere tutto
del cielo, del mare e degli uomini in viaggio.
Io la tua rotta sbandata 
non l’’ho ancora capita.
della faccia arata e sbattuta
non ho afferrato l’allarme.

A nessuno è permesso rimanere innocente,
bisogna sapere da dove proviene la stretta
se il vento è quello che plana o solleva.

Arriva per tutti il momento
in cui cielo e mare sembrano uno
e pare di volare
quando è invece inabissarsi.”

Ivonne Mussoni racconta da una prospettiva distaccata, sub specie aeternitatis, gli accadimenti e gli accidenti del vivere e riesce a trasfondere, nella sua poesia, gli attriti e gli enigmi contingenti dell’esistenza, dando loro un respiro mitico. 

“Chiedevamo giovinezza
imitandone la furia,
come uno che intuisce la sconfitta
mentre ancora sta sperando.
Non era nostra, è l’uomo che confonde
ciò che è vero dall’inganno.
Vero è solo quel che ha vita.
Ci venivano incontro senza vento
con la sola forza delle braccia.
Chi è più attratto dal mio canto
più ne manca. L’innocenza
è per chi rimane a terra.”

In questa poesia Ivonne Mussoni traduce la prospettiva montaliana in cui “la razza di chi rimane a terra”(Falsetto)  è condannata ad essere spettatrice della vita, incapace di tuffarsi immergendosi nel suo inarrestabile flusso, interpretando il rimanere a terra come il restare integri,  innocenti, ma privi di consapevolezza. Immergersi nelle acque equivale a mangiare il frutto proibito.

Perdere le piume e prendere le branchie è un’altra metamorfosi necessaria per comprendere i misteri dell’esistenza.

“Attraverso me poteva spiare l’invisibile
ricordare cosa c’era
prima che ci fosse giorno e notte
prima del firmamento
che separa le acque dalle acque.”

In questo rispecchiamento continuo d’acque e fantasmi, emerge un dialogo spezzettato tra Presenza e Assenza, tra Mancanza e Pienezza, che sottolinea l’impossibilità dell’incontro e del commiato.

“I segreti insabbiati dei fondali per i tuoi,
non li avrei detti a nessuno e lo sapevi,
per me sola volevo fare chiaro
nemmeno questo riuscivi a sopportare.
Nessuno può afferrare con le mani
Una corrente d’acqua fredda
Ma tu quasi mi tenevi
E poi distoglievi lo sguardo.
Cercate tutti una donna a dirvi
Che non avete colpe,
ne avete così tante, invece.”

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La Sirena è straniera, clandestina, rappresenta la diversità e l’anomalia, è ibrida per eccellenza, un “mirabile monstrum” che affascina e irretisce, suscitando al tempo stesso  orrore e ripugnanza. L’uomo, destinato a camminare sulla terra, ha nostalgia delle acque, del liquido amniotico in cui era immerso nel ventre materno. Questa memoria ancestrale delle acque prenatali continua a chiamarlo, nonostante gli faccia anche paura. E’ una pulsione regressiva, ma anche una fascinazione profonda. Sul mare non esistono strade si deve solo trovare la propria rotta, seguendo le voci interiori, che a volte sono ingannevoli, altre volte sapienti. 

La Sirena è attratta dall’amore per l’uomo sulla terra, ma per riuscire a camminarvi deve perdere le sue pinne, pagare un prezzo altissimo, divenire storpia e muta, come racconta la fiaba di Andersen. Forse l’unico incontro possibile tra i due è solo a metà strada, sul confine tra conscio ed inconscio, tra visibile ed invisibile, tra la terra e il mare.

“Lo chiamavi vorticoso, irrisolto,
complicato bene
e non so quando ha iniziato a mettermi paura.
Mi sfuggivi nel modo in cui ridevi
per come mi parlavi delle volpi e dei pavoni.
Solo nella grotta del tuo malumore riuscivo a rimanere
e dovevi saperlo
che comprenderti davvero
era amarti più di tutte
non nel modo in cui si ama sulla terra.”

Nella solitudine sonora di questo libro troviamo grotte e abissi, barbagli di luce e universi, leggende e miracoli, entropie e distacchi. Il rimpianto dell’amore perduto diviene rimpianto dell’onda a cui si anela per inabissarsi, per ritornare all’antro  della grotta in cui le Sirene, la nostra parte più antica, continuano a ricamare  l’immagine del mondo in uno sfolgorante arazzo di luce e di tenebra.


Lucia Guidorizzi

 

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Ivonne Mussoni, Sirene- Giulio Perrone Editore 2021

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