TE ‘STO TITANIC (In questo Titanic)- Paolo Polvani: alcune domande a Fabio Franzin su “A fabrica ribandonadha” e tre poesie

luoghi dismessi- fabbriche abbandonate

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1) Fabrica e altre poesie iniziava con la constatazione che l’agricoltura aveva perduto il ruolo di settore primario e trainante: “Sono nato quando l’uomo  ancora / dava del tu alle bestie e alla pioggia”, quel mondo scompariva e cedeva il posto ai capannoni. “’A fabrica ribandonadha” rimanda invece, nella prima parte, ai riti di passaggio dall’infanzia all’adolescenza: le MS rubate al  padre, i primi giornaletti porno, le confidenze, il primo nome “biondo e caro”  scritto col pennarello rosso. Ha tutta l’aria di un procedimento inverso, è un cedimento alla nostalgia?


In parte sì, arrivati, come me, alla soglia dei sessantanni, fiaccato lo slancio 
energico della giovinezza rivolta al futuro, è in un certo modo “naturale”darsi alla memoria, riassaporare gli echi di un passato che è ciò che ci ha semplice di quella attuale, il tentativo di aggrapparsi a dei valori ormai laceri che allora sembravano inossidabili. L’epoca che stiamo vivendo, dettata dalle leggi della tecnica e della finanza, mi trovano sempre più spaesato (scrivo ancora   a   mano   e   mi   perdo   quando   devo   sottostare ai   nuovi   mezzi   di comunicazione – siano riunioni in meet, like, codici di accesso, username, pin o password, che hanno ormai spodestato la nostra vera e unica identità) e in balìa di queste entità aleatorie; tutta la mia esperienza umana, e quindi anche la   mia   scrittura,   si   è   basata   e   confrontata,   invece,   con   cose   concrete: l’abbraccio fisico, il pannello di legno afferrato, l’esile peso della penna fra le dita. Pur riconoscendo l’importanza che questi nuovi codici hanno nella nostra vita, mi faccio aiutare da mia moglie e dai miei figli per emergere da questa impasse, e in questa impasse mi sento come il Bartleby di Melville: preferisco di no. Almeno finché posso. E almeno finché posso farlo, nella carta, oggetto che mi è fedele da sempre, piuttosto che al volo nello spazio di Bezos, preferisco   raccontare   di   una   piccola   banda   di   amichetti   che   giocano all’interno di una fabbrica abbandonata, nella provincia veneta ai primi anni ’70.

 

2) “In una fabbrica morta siamo nati, da una fabbrica morta abortiti”. L’infanzia trascorsa dentro un capannone diventa il segno premonitore di un destino che spinge dentro la furia produttiva?


Nel mio caso sì. In una fabbrica abbandonata, situata di fronte al rione di case popolari dove vivevo e vivevano i miei coetanei, siamo nati alla vita sociale, con le sue “leggi” intrinseche: gioco, lavoro inteso come costruzione di un manufatto o un esile progetto, amicizie che si saldano e si sfaldano, baruffe, pace, abbracci, scazzottate, scoperta del sesso, ecc… Più o meno le stesse dinamiche che governano i luoghi del lavoro adulto. Nel caso del nord est degli anni ’70-’80, poi, che fu definito la locomotiva produttiva del paese, la spinta propulsiva alla furia del far e dei schèi è stata ancora più brutale e

repentina, per i soggetti di cui parlo nella raccolta: nessuno di noi, per ceto ed estrazione, proseguì gli studi oltre la scuola dell’obbligo. Così si passò dalla fabbrica dei giochi a quella del dovere, 10 ore al giorno, nel frastuono dei macchinari, fra le urla dei capi.

 

3) Il disfacimento della fabbrica suggerisce scenari più vasti, allarga sulla panoramica della disfatta del sistema industriale, sul cadavere del capitalismo. Pensi che la fase che stiamo vivendo sia già ora di pre-coma del sistema industriale?

Certo lo è di un sistema industriale di stampo umanistico, Olivettiano. E con la precarietà dei contratti a termine, l’erosione dei diritti dei lavoratori, la scena, il rapporto, è tornato quello dei tempi della mezzadria, col parón  dale   beli braghi   bianchi che passa col calesse fra l’umanità prona che sgobba per il pane, per il mutuo o l’affitto, in una guerra fra poveri, fra i vinti di Camon,

trasferiti   dai   campi   all’interno   degli   stabilimenti, anche   perché   i   campi, anch’essi, sono   del parón.   La   robotica   e  l’informatizzazione,   un   welfare insufficiente e distorto, poi, fanno il resto: raschiando l’occupazione di giovani privi di studio, in un periodo di nuove povertà, e quindi di minor possibilità economiche delle famiglie di far studiare i figli, in una giostra che ci riporta indietro di un secolo. Il capitalismo, poi, è tutt’altro che un cadavere: una zecca mostruosa che succhia il sangue agli ultimi della classe, ma anche ai secondi, ai terzi, ecc… creando divari sociali fra faraoni e schiavi. E qui torniamo indietro addirittura di qualche millennio… 

 

4) Nell’introduzione al libro tu scrivi che sono venuti meno sentimenti come l’amicizia, l’altruismo, la solidarietà, ed emergono sempre più la competizione, la delazione, l’individualismo. Tra le cause sicuramente il neo liberismo ma forse anche il venir meno di punti di riferimento politici efficaci, molti operai vedono nella Lega un nuovo approdo, che fine ha fatto la lotta di classe?


È stata domata, direi di più: vinta, annichilita. Credo che più che a causa 
delle ragioni da te citate nella domanda – oltre a un asservimento-spalla da parte dei sindacati con i gangli del potere industriale -, sia a causa di questa crisi economico-sociale che non vede fine (che è crisi solo per molti e manna per pochi). Quando ti senti solo, disarmato, contro una realtà che può domarti o schiacciarti da un momento all’altro (per una malattia, un disguido, uno sbaglio, un disaccordo. Tutti atti umani), togliendoti il pane di bocca, ecco che ognuno di noi (individualmente, per quella solitudine di cui sopra) attua la strategia di difesa come può, da pezzente sulle barricate. Senza più bandiera, perché è stata ormai bruciata. Senza solidarietà, perché mors tua vita mea.

5) Senza al e cojoni, senza doman…”, come pensi che usciremo dalla crisi che ci attanaglia? quali prospettive? dove finirà questo Titanic svuotato del cuore e senza più anima?


Non so, caro Paolo. Ho più dubbi che certezze da dispensare. Vedi, io credevo, speravo che a furia di sbattere la testa contro il muro l’uomo si ravvedesse. Se nutrivo ancora una flebile speranza con l’avvento di questa pandemia (e tutte le paure, le morti, il dolore che ha comportato e comporta), e della crisi ambientale, sono anch’esse motivi di delusione. Nel periodo del lockdown, un po’ come tutti ho scritto qualcosa al riguardo: in un testo,

Star distanti (che è uscito da poco in una sezione aggiunta nella 2a edizione della mia raccolta “Erba   e   aria” ) dicevo che ci eravamo accorti di quanto ci è costato stare distanti, non poterci sfiorare, perché anche in un solo metro si spalanca un deserto, se due esseri umani non possono abbracciarsi. Povero poeta! Noi eravamo già distanti! Per le ragioni succitate. E gli abbracci ormai sono solo virtuali, in emoticons, come i cuori, i baci, gli applausi. Siamo nel realismo terminale, come ha ben scritto e descritto il poeta Guido Oldani, e non vedo (sarà anche perché incomincio ad avere problemi di vista) luce in fondo a quel tunnel dove siamo ripiombati.

 

6) E la poesia? in tutto questo la poesia, oltre a fare da sismografo che registra i movimenti tellurici della società, oltre a prestare la voce e la sintonia alla testimonianza, che altro fa? che altro può fare?

 

La poesia fa quello che può, come sempre. Indica, a chi volesse ancora intraprenderlo, il sentiero che mena fuori dal buio a riveder le stelle; sta stesa accanto al compagno morente dentro una trincea, fra le foglie d’autunno, (ma non riesce a fermare le guerre); ci dice se è un uomo, ancora, l’aguzzino come la vittima, dentro un lager (ma non ferma l’idea di lager); ci mostra l’infinito oltre una siepe; il corpo trafitto da un raggio di sole che sente l’andare del tempo, della vita. Porta a noi l’operaio che crede nel lavoro che fa, nonostante tutto, nonostante tutti. Ci dice che la vita è un dono, come la natura e l’amore.
Con voce ferma, senza proclami o slogan, senza urlare, sottovoce. Come un fischietto a ultrasuoni   captabile   da chi, nel branco, custodisce   ancora un’anima.

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abbandoni- silea (treviso)

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Testi da A fabrica ribandonadha di Fabio Franzin

 

Tii stanzhini dei ofìci, o te altri</span
sgabuzhini spazhi e sventràdhi, 
co’ merde e cartazhe tii cantoni,
fra quari ‘lètrici scassàdhi
e fii che caschéa zo tuti ingatiàdhi,

se ‘o ‘ ven vardà e misurà un co’ 
cheàltro , e là se ‘ven fat ‘e prime 
seghe sora ‘e foto del giornaìn che 
Sandro ‘vea catà chissà ‘ndove, e
passà de man, ‘e pajine incoeàdhe.

 

Negli stanzini degli uffici, o in altri
sgabuzzini lerci e fatiscenti,
con merde e cartacce nei cantoni,
fra quadri elettrici scassati e groppi
di fili abbandonati,

ce lo siamo spiato e misurato uno con
l’altro, e là ci siamo fatti le prime
seghe sopra le foto del giornalino che
Sandro trovò chissà dove,
passato poi di mano, le pagine appiccicate. 

.

 

Che a vardarla‘ dèss, savendo
tut,tut el disegno: ‘sta infanzia 
passàdha drento a ‘na fabrica
ribandonàdha… par che fusse
scrit za ’lora, el nostro destìn…

da quando che la ‘ven catàdha
là, come regàeo de un posto tut
nostro, a diese àni dopo, finìo
‘e medie…pì de mèdha banda
seràdha drento ‘n’nantro capanón 

 

Che a leggerla adesso, col senno
di poi: questa infanzia
passata dentro a una fabbrica
abbandonata…sembra quasi fosse
tutto già scritto, allora, il nostro destino…

da quando ce la trovammo

là, come dono di un luogo tutto
nostro, a dieci anni dopo, finite
le scuole medie…più di metà di quella banda
chiusa dentro un altro capannone.

.

 

Te ‘sto titanic

L’é ‘sto òn strac– vècio?
no, no’ niancóra, ma frugà,
fregà, sgrafà da tre quarti
dea só vita seràdhi drento
un capanón, servo dei tòchi
e dea sirena, stressà da turni
e straordinari. – L’é ‘sto òn

e i fiòi , ‘e tose che ‘riva,
novìzhi, co’ lù, che li slève, 
el ghe fae capìr come che 
se ‘à da star, el ghe insegne 
chii quatro sesti da ripèter,
conpagni, òni dì, par tuti
i dì, da incùo fin chissà,

(parché se dise lù, se disegna 
‘na realtà altra da quea che l’é, 
come se ‘a podhésse bastàr
a tègnerne in pie, un mistièr,
sì, ma bastardo, tacà aa flebo
de un contrato precario,
una, dó setimane soto ricàto
– no’ ste maeàrve, no ‘ste 
lamentarve, mai, no se pol,
no ‘é pì possìbie, che si nò
i ve para via, i ve scarta
come tòchi vignùdhi mal)

 

In questo titanic

C’è quest’uomo stanco – vecchio?
no, non ancora, ma usurato,
fregato, graffiato da tre quarti
della sua vita chiusi dentro
una fabbrica, servo dei pezzi
e della sirena, stressato da turni
e straordinari. – C’è quest’uomo

e i giovani, le ragazze che arrivano,
novizi, da lui, che li allatti,
gli faccia intendere come
bisogna stare, gli insegni
quei quattro gesti da ripetere,
uguali, ogni giorno, per tutti
i giorni, da oggi fino a chissà,

(perché si ciancia, sì, ci si disegna
una realtà altra da quella che c’è,
come se potesse bastare
a sostenerci, un mestiere
sì, ma bastardo, attaccato alla flebo
di un contratto precario,
una, due settimane sotto ricatto
– non ammalatevi, non
lamentatevi, mai, non si può,
non è più permesso, che sennò
vi mandano via, vi scartano
come pezzi difettosi)

 

Paolo Polvani

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 Fabio Franzin, A fabrica ribandonadha- Arcipelago Itaca edizioni 2021

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ALTRI RIFERIMENTI IN CARTESENSIBILI

https://archivius926497896.wordpress.com/2016/03/14/fabio-franzin-fabrica-di-fernanda-ferraresso/

https://cartesensibili.wordpress.com/?s=Fabio+Franzin

 

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