SULLA SOGLIA. La terra di mezzo di Rosanna Marcodoppido- Recensione di Anna Lombardo Geymonat

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Parlare di soglia in termini di movimento, scambio, partecipazione ma anche attesa, come fa Rosanna Marcodoppido in questa suo recente libro che raccoglie poesie scritte lungo l’arco  2016-2020, ci porta inevitabilmente ad incontrare non solo i suoi versi, ma la donna stessa, poiché il dato bio-esperienziale segna indiscutibilmente questa raccolta edita per i tipi di Amor del Libro del Centro Internazionale della Grafica di Venezia nel novembre 2020. Inoltre, ci sollecita domande sul nostro stesso stare sulla soglia.

Ma questo non è un libro dal taglio esclusivamente intimista; ciò di cui si parla ci appartiene, appartiene alle nostre stagioni di vita. E Rosanna, con delicatezza e acume, ce lo sottolinea senza inutili retoriche, fronzoli o abbellimenti. La preposizione articolata del titolo posiziona fin da subito l’io poetico. Non dentro ma non ancora fuori. In sospensione, in attesa. Utilizzando a piene mani la lingua del reale, nel senso di una lingua intrisa di cose della vita, l’autrice mette in luce quello che ci circonda, nominandolo senza paura di essere troppo esplicita. Stare sulla soglia, così come oltrepassarla, significa allora qualcosa di più profondo: relazionarsi, per esempio, anche con la sfera linguistica e nel caso di Rosanna qualcosa di più, relazionarsi anche con la sua arte di pittrice ed incisora. Questi intrecci e scambi tra le due modalità artistiche (scrittura e pittura) non sono rare in letteratura, basti ricordare Dante Gabrielle Rossetti, Rimbaud, Baudelaire, Gabriele D’Annunzio, Toti Scialoja, per citarne alcuni, e l’autrice qui sa bene come andare dal segno alla parola e viceversa. Con maestria, certo, ma anche con passione ed umiltà mantenendo sempre alta la sua attenzione poetica ed umanità per focalizzare situazioni vissute sulla propria pelle, i luoghi attraversati, le condizioni viste.  L’universo, qui presentato, attraversa anche la soglia della dimenticanza che si fa viva e visibile, invece, nei suoi testi, attraverso riferimenti e suggestioni. Ed ogni parola ha il peso serio della parola responsabile e attiva; attiva perché mette in moto il nostro chiederci, il nostro guardarci attorno e cogliere o raccogliere i frammenti, i pezzi del nostro stare e fare al mondo. 

Non solo nell’atto dell’attraversamento ma già essere, stare sulla soglia si presenta come atto volontario ed inevitabile, che contiene implicito in sé, una certa disposizione all’ascolto, all’incontro, ed i versi qui raccolti sono versi di volontà, versi di ascolto di sé e del mondo. La soglia di cui l’autrice parla, è intesa come metafora di un pensiero che, allontanandosi da una logica oppositiva (caratterizzante il concetto di confine che ingiustamente a volte sostituisce), si propone quale terra di mezzo per riconoscere e riconoscersi nell’altro, condividendo le inquietudini, le speranze, le utopie in un mondo che si vorrebbe fatto più di soglie da attraversare che di confini da difendere ed erigere. 

Il libro è composto da quattro sezioni, ciascuna aperta da una sua incisione e disegno. L’esergo è una citazione da L’ombra e la Grazia di Simone Weil, che ci fa intravedere la direzione della narrazione poetica di Marcodoppido, quella sua ricerca dai tratti indiscutibilmente esistenziali e filosofici, verso una comprensione più ampia e profonda di ciò che ci circonda. La prima sezione, la più corposa che dà anche il titolo al libro, ci accompagna, infatti, attraverso un guardare avanti ma anche un guardarsi dietro e dentro, verso la legge inesorabile del cambiamento, perché, come dice l’autrice, anche attraversando la soglia “cento e cento volte” essa non è mai la stessa. La legge inesorabile del cambiamento, secondo il dettato di Eraclito, è assunta in pieno da Marcodoppido. I continui rimandi di immagini, colori, ma anche aggettivi costruiscono queste sezioni come un unicum, li allaccia e li slega, come nelle opere di Maria Lai, l’artista che ammira e che in qualche modo ce la può far ricordare. Come la materia si trasforma, così, nei versi di Rosanna ogni parola si lega e si slega, echeggiando le precedenti e offrendoci una comprensione più consapevole e profonda.

Troppo lontana per toccarla/ l’infanzia/ con pelle fremente delle dita/ sogno carico di buio/ l’adolescenza//Il luogo non basta/ né volti segnati/ ormai da troppi giorni// Quietamente si resta/ in attesa/ del poco che sarà/ del pieno che aspetta/ ad ogni nuova soglia” [p.11]. 

Questo voltarsi indietro, è un voltarsi senza nostalgie, con consapevolezza perché ciò che il tempo ci ha offerto o tolto, noi stessi lo abbiamo dato e tolto, ed è questa attesa di una nuova soglia, per quanto dolorosa e finale essa sia, che ci fa procedere, ci permette di mettere insieme, riallacciare brandelli di noi stessi e della nostra memoria. È una ostinata ricerca questa di Rosanna, una ricerca ‘senza fratture presuntuose’. 

Sta finendo il tempo e non capisco/ ancora non capisco/ il trapassare delle età delle stagioni/ cambiando pelle case orizzonti/ a patti sempre con le ambivalenze/ facendo pace con le imperfezioni/testardamente avvinta/ al multiforme cambiare dei pensieri/ verso l’inconoscibile a due passi/ la misura trovare del respiro/ che lega al mondo e lo slega/ a seconda del refolo che arriva/ che mai s’acquieta mai” [p.42].

Lo scandire del tempo viene stigmatizzato attraverso le stagioni, i colori vari della natura ma anche dalla sveglia, dai cambiamenti nel nostro corpo, dalla stessa ostinata scrittura: 

“Non sei più qui da tempo/ad offuscare le linee della mano/ Nulla sarà mai come prima/ Una consolazione chiara/ scenderà come pioggia/ a sanare innominabili ferite/ Tra ferro e ferro il treno/ scintille esplode a rischiarare la notte/ consumo d’ore e di speranza/ questo scrivere e scrivere e scrivere” [p. 35] 

L’autrice usa il pieno ed il vuoto della pagina con maestria, per farci percepire il tutto anche visivamente. Usa lo spazio tra i versi, fa dialogare i versi, superando ed invadendo la loro linea di confine per dirci quanto incerti siano le nostre idee e categorie di confine, [p.53];

ed offrendoci nell’ultima poesia della sezione il suo dettato di artista a tutto tondo:

Tracciare linee mettere colori/ all’assenza/ nel bianco allucinato della carta/ sull’infinito espanso della tela/ con cautela posare/ la speranza [p. 56]

Nella seconda sezione, Fratture, lo sguardo di Rosanna Mastrodoppido si pone sul mondo, le vicende tragiche che lo occupano a partire dalla violenza estrema commessa verso la donna, degli stupri, delle tragedie della migrazione. La poesia, in particolare, quello che apre la sezione, ci offre la sua diversa versione dei miti eroici; una accusa precisa e ferma che interroga la stessa narrazione seguita ancora oggi da molti testi scolastici, e non solo. E soffermandosi sul mito d’Europa, accende la luce su ‘quelle silenziate lande della storia’ in cui ‘ gemono tutte/ in cerca di segni/ di canto di parola’ [p. 64] ma anche sull’indifferenza della natura che è pari alla nostra: Brucia la pelle oggi lo scirocco (…) // soffia su corpi in decomposizione/lenta senza rumore alcuno/ solo acqua sale conchiglie/ alghe lontane da mitra percosse/ a guardia d’uno sterminato cimitero [p. 71]. 

Nella terza sezione, Distopie, coglie noi tutti in questa tragica recente esperienza collettiva: quella della pandemia. La lontananza, il silenzio, il lento muoversi anche dello sguardo, lo stesso spaesamento dei gabbiani: Volano bassi/ tra i palazzi i gabbiani/ strida acute di rabbia sconosciuta/ come gemiti strazianti/ di bambini appena nati/ in affannosa ricerca di parole/ nella strada senza più parole../ [p. 81]). 

Ma in questo ‘deragliamento inatteso’, ‘in una atmosfera senza linfa’, Rosanna Mastroppido sa guardare avanti, ci invita alla speranza e ad una maggiore futura consapevolezza: (…) Accoglienza larga chiede/ questa affollata assenza di corpi/ e memoria lunga/ da custodire come sapere acuto/ necessario al presente che verrà [p. 80].

Chiude il libro la sezione titolata Haiku. L’essenza finale raggiunta in questi undici haiku, è l’opera sapiente e attenta del suo scavo nella parola che le permette di restituirci stati d’animo attraverso immagini non solo della natura ma anche delle cose quotidiane che ci circondano (I panni stesi/ raccontano una vita/ che oscilla al sole [p. 88]). L’estrema concisione di questi versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una scia o una traccia a noi da completare. L’invito che questo libro ci offre è quello di andare oltre, senza tema, seguendo non certo lo spirito con cui si mosse la “frontiera americana”, quella che portava con sé un chiaro intento colonizzatore (come la storia del popolo degli indiani d’America ha in seguito rivelato) ma quello più umano di relazione, contaminazione, cioè di cambiamento ma anche di pietas per ciò che succede a noi stessi, al nostro corpo e alla natura circostante. La soglia, come pratica della relazione-scambio,attraverso i versi scavati di Rosanna Mastrodoppido, diventa, infine, conoscenza, consapevolezza di una sapienza tutta al femminile che sa misurarsi con stile e rigore, anche con la legge inesorabile del cambiamento. Una energia, una forza inesauribile a procedere è infine quello che emerge da questo libro, nonostante i limiti reali che il tempo impone a ciascuno di noi o le storture che la società infligge a sé stessa. In questa terra di mezzo, in cui ognuno si ritrova, l’invito è che non ci si può fermare a guardare. Una lezione di stile e di rigore.  

 

 Anna Lombardo Geymonat

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