SCATOLA NERA- Loretta Emiri

slava fokk

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Mi ci vollero nove mesi per realizzare la dolorosa cernita di ciò che avrei portato via con me. Dovendomi occupare della vendita della casa e del suo sgombro, non avevo accettato proposte di lavoro. Mi dedicai sistematicamente alla divulgazione della mia produzione letteraria. Attraversavamo un momento difficile, a causa dell’ennesimo piano economico varato dal governo brasiliano per consolidare la politica neoliberista, per cui piazzai solo poche suppellettili e alcuni duplicati bibliografici. Sorprendentemente, però, vendetti così tanti libri che riuscii a mantenermi, a mettere insieme i soldi per il biglietto aereo per l’Italia, a pagare il pesante sovrapprezzo per eccesso di peso dei bagagli.  Mi sono chiesta spesso se il lusinghiero successo fu determinato dalle doti di scrittrice o da quelle di venditrice. Il tenerissimo Albino mi disse più volte che avrebbe preferito vedermi intenta a scrivere libri, piuttosto che venderli. 

Nonostante ovvi tentativi fatti, non avevo ottenuto che case editrici pubblicassero un dizionario della lingua indigena, con informazioni su vita e cultura, e un lavoro etno-fotografico sugli Yanomami. Ai politici non interessa la difesa dei loro diritti, perché la grande maggioranza degli indios non vota. Alla popolazione non interessa la loro situazione, perché sono visti come un ostacolo al cosiddetto progresso. Alle case editrici non interessano lavori inerenti la questione indigena, perché è escluso il facile successo commerciale data la ristretta cerchia delle persone che li comprano.

Aggirai l’ostacolo ottenendo finanziamenti per edizioni alternative. Restava il problema della distribuzione. Se avessi incontrato kamikaze, mi sarei senz’altro fatta aiutare, ma in Roraima sono presenti soprattutto avventurieri e banditi, con le dovute eccezioni naturalmente. Se volevo che dati meno folclorici e preconcetti cominciassero a circolare nello stato più antiindigeno del Brasile, io stessa dovevo effettuare la divulgazione, distribuzione e vendita dei libri. È vero che avrei potuto donarli, smaltendo facilmente lo stock; me lo ha impedito l’avversione passionale che nutro nei confronti di ogni e qualsiasi forma di paternalismo.

Davanti a scuse, rinvii e attese spesso umilianti, me la prendevo con me stessa per non mandare al diavolo quella non congeniale attività; tenni duro perché ne intravvedevo i lati positivi: individuai il pubblico interessato alla mia produzione; istaurai  rapporti personali, molto spesso amichevoli e solidali, con i lettori; il fatto di avere un costo, e di non essere facilmente reperibili, contribuì a valorizzare le pubblicazioni; avvertii che quella che può sembrare utopia può trasformarsi nella realtà di vivere di cultura.

Nelle valigie sistemai libri e documenti collezionati durante i diciotto anni brasiliani. In un sacco collocai artigianato indigeno. Affinché parti di me stessa non corressero il rischio di smarrimento o avaria durante il trasporto, le cose più preziose che possedevo non potevano che volare con me: il bagaglio a mano era costituito da una valigetta nera, che mi procurò un livido alla spalla su cui poggiava; e da un borsone, anch’esso nero, che strappò i muscoli delle braccia. Contenevano collane yanomami, diapositive e negativi, la produzione intellettuale, una busta di resistente plastica nera che riuniva fogli, foglietti, biglietti e bigliettini con annotazioni varie.

Scatola nera: apparecchio elettronico contenuto in un involucro metallico resistente al fuoco e agli urti violenti, che registra automaticamente i principali dati del volo quali ora, altitudine, velocità dell’aria, prua magnetica, accelerazione verticale. Busta nera: involucro contenente annotazioni, scaturite dal fuoco e dagli urti violenti, che registrano emotivamente i principali dati dell’esistenza quali date, luoghi, velocità dei cambiamenti, relazioni magnetiche, accelerazioni culturali.  

Dalla busta nera estraggo elementi per i miei scritti; le annotazioni in essa contenute riguardano i più svariati argomenti; ci sono così tanti spunti che mi turba il pensiero che potrei non fare a tempo ad elaborarli tutti. Influenzata da concezioni alquanto presuntuose, secondo cui il sacrificio di uno salva la vita di tutti, e sotto l’effetto di allucinanti ricatti morali, avevo cominciato a scrivere un saggio sull’educazione scolastica indigena in Brasile. Il lavoro mi provocava angosce diurne e incubi notturni per riferirsi a un passato troppo prossimo e doloroso, ma sentivo il dovere di portarlo avanti in nome della sua utilità ai fini della causa indigena. Quando ho toccato il fondo dell’insoddisfazione e disagio che mi provocava, ne ho sospeso la stesura. Marisa, che è psicologa, nelle vesti di amica mi ha detto che ho fatto bene.

  Il politico è indignato perché, in due anni che sono in Italia, non ho stilato denunce che divulghino la situazione degli indios. La dottoressa in scienze politiche, funzionaria di un’organizzazione umanitaria internazionale, sostiene che dovrei scrivere romanzi, per rendere accessibili a un pubblico più ampio quelle che sono le concezioni portanti del saggio stesso. Dall’Amazzonia brasiliana, come già faceva mentre ero là, Edith sospira: “Scrivi un’autobiografia, tira fuori le preziose esperienze in te racchiuse”. Un diavoletto italiano insinua: “La tua vita personale non interessa a nessuno”.

   La realtà può rivelarsi più fantasiosa e fantastica dell’immaginazione stessa. L’esperienza che ho avuto il privilegio di vivere ne è una prova. Perché non dovrei parlarne in prima persona? Perché inventare personaggi che mai incarneranno tutta l’umanità e bestialità di quelli che ho conosciuto in carne e ossa? Grazia Deledda ha vinto il premio Nobel perché i lettori si sono identificati nei personaggi sardi da lei così liricamente riscattati; certi pseudointellettuali, arrivati in Roraima con gli avventurieri, non devono saperlo dato che criticano e ridicolizzano lo scomodo e altero Eliakin Rufino, che continua a comporre poesie e canzoni relative a flora e fauna, anche umana, della regione amazzonica. Spero di non avere mai l’arroganza di proporre temi globalizzanti, le cui trame annientano esotiche minoranze e lussureggianti diversità.

Saggi? Ne ho prodotti in portoghese e, quando tutte le rotelle saranno tornate al loro posto, potrò continuare ad elaborarne. Denunce? Ne ho stilate tante mentre ero in Brasile. Romanzi? I frutti maturi cadono da soli. Autobiografia? Da due mesi, la stesura di racconti autobiografici mi elargisce un piacere profondo. Poesia? È essa che mi aiuta a vivere, qualunque sia la geografia in cui mi trovo. Imperativi? Do solo più ascolto a quello di dare tutto di me qualunque cosa stia facendo. Ai fini di prese di coscienza e cambiamenti strutturali, nessuno mi ha ancora provato che scienza e politica siano più efficaci di arte e poesia. Guernica non è forse una denuncia? L’opera non esprime forse le concezioni filosofiche dell’artista per cui, prima di ogni altra cosa, è un atto politico? L’arte non è di per sé ricerca e affermazione di qualità della vita? Se mi batto perché minoranze sopravvivano fisicamente e culturalmente, perché non rispettare me stessa lasciandomi scrivere ciò che mi dà piacere, mi fa bene, e quindi è bello?

Loretta Emiri

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la casa di loretta

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