RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Oltre la paura di crescere

SylC- faire renaitre loriflamme

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«Non posso spiegare tutto… o magari molte cose, non saprei se mi riesce di raccontare»

Parlava con voce rauca per rispondere alle poche domande nel corso di un incontro. Un incontro avvenuto tramite un appuntamento concordato. Non era però un incontro fortemente desiderato. Dare il proprio consenso appartiene al repertorio delle scelte? Aveva accettato. Aveva preso accordi con quella donna. Ora si trovava seduta su una sedia-poltrona. In una stanza che la accoglieva con fantasie di ispirazione orientale e una semplicità che richiama a un ordine di linee districate.
Esaminava ogni dettaglio anche se non le interessava tastare lo spessore di un muro, la filigrana della stoffa, la natura del legno di un mobile, la pavimentazione, il colore delle tende. Non le interessava, ma tutto veniva morbosamente esaminato, incamerato perché tutto era in relazione a sua figlia. Sentiva di possedere lenti che ingrandiscono, apparecchi che amplificano i sussulti della materia lasciata lì a maturare o decomporsi nel corso del tempo. Suo malgrado, il circuito dei sensi si era messo in azione. Rimandava precise, istintive sensazioni. I pensieri non avevano la priorità. C’era dell’intuizione ad accompagnarla. Non ci si serve della spiegazione, poiché nulla può spiegare, almeno in questi casi, assecondando la costruzione di una tesi, antitesi – e forse sintesi – o inserendo una struttura di inizio/fine che possa essere riportata e riferita. Si prova a costituire un percorso. Era stata invitata a sedere su quella poltrona-sedia e si trovò a parlare senza la consapevolezza di tirare fuori parti di sé. Si stupí lei stessa nell’udire quelle sue parole scorrere lungo una infinita bobina. Perché venivano fuori? erano ricordi? Perché non se ne stavano zitti zitti in attesa di essere esortati a disvelarsi in altre occasioni? Perché si trovavano cosí sfrontatamente pronti a farsi dire? A un certo punto, trovò sconcertante il coinvolgimento inevitabile di altre persone nel parlare di se stessa. Le venne l’impulso di alzarsi e uscire dalla stanza; scendere le scale; superare il portone del condominio e uscire fuori per la strada. Non lo fece. Si sentiva responsabile di troppe cose in quel momento. In fondo chi, oltre se stessa, l’aveva condotta a quell’incontro? Continuò una narrazione per settanta minuti. In questo tempo ci furono: una pausa, brevi silenzi e qualche domanda proveniente dalla donna seduta sulla poltrona-sedia di fronte, percepita ostinatamente in linea obliqua.

«Boh! Credo che mia figlia mi odi. Sí, un odio mischiato a forme di amore… comunque lo sento che lei possa provare per me o-d-i-o. Sarebbe più confortevole dire che lei vive tutto in maniera totalizzante senza troppe sfumature, ma infine devo dire che ho sentito, da parte sua, anche l’odio. Credo che sia ambivalenza. Il rapporto madre/figlia è un vivere assai difficile, e per di più non si trovano tanti punti di equilibrio trattandosi di cammini personali e generazionali. Io mi metto in discussione: ora più che mai, anche se alcune cose non mi interessavano. Lo sto cominciando a fare in onore suo. Non lo faccio per lei. Lo faccio, sto iniziando a farlo da quando ho sentito che avevo chiuso e oscurato alcune parti nel nostro rapporto. O perché le credevo già esplorate e ovvie o perchè vi dimora la paura e l’incertezza. Ci sono diversi modi di sentire la vita. Ho dovuto ammettere che come madre ho causato tanta sofferenza a mia figlia; che lo spazio dell’amore è un approfondimento che necessita di temeraria chiarezza; che ogni rapporto filiale è atipico, ma con alcuni punti in comune tra le tante madri e le tante figlie; che non posso sentirmi sempre e solo madre; che le mie considerazioni non si orientano con le stelle fisse; che non ho del tutto superato i miei di conflitti; che non ho maturato il comportamento che da me ci si aspetta in qualità di madre…»

«Ho pensato, in seguito agli incontri avvenuti, che sua figlia è un’adolescente adultizzata…»

«Non mi fa impazzire di gioia questa parola, poi in che senso “adultizzata”?»

«Una ragazza che non vive in modo spensierato, per la sua età. Si pone in un altro modo nei confronti della vita, nelle amicizie, nei rapporti umani… per l’appunto nel modo in cui sono soliti fare gli adulti»

Pausa

Resta colpita da questa parola: adultizzata. In preda a un tormentoso contrasto: come è potuto accadere?/come potrebbe non accadere? Sicuramente non sono esigui i problemi derivati dalla famiglia di appartenenza. Non riesce a dire che quella parola è una cazzata. Sa benissimo che i paragoni non si devono fare tra la propria adolescenza e quella della figlia. Le vengono in mente, come relitti alla deriva, alcuni episodi in cui sentiva la sofferenza altrui, il totale disturbo e disagio di certe persone. Elementi che si mischiavano alla propria di sofferenza, e non sempre le riusciva di giocare e divertirsi nel contesto del piccolo universo infantile che gli adulti le avevano confezionato. E crede che anche sua figlia abbia questa propensione. Capisce che la donna seduta di fronte – o obliquamente che sia – ha parametri, tutto sommato, fissati a qualche base su cui poi muoversi. Quindi esiste, secondo questa donna, una consolidata racchiusa di azioni, comportamenti da compiere in una determinata età. Diversamente scatta una anomalia o qualcosa del genere. Sicuramente vi è un ampio margine prima di definire un comportamento patologico.
Affrontare: prendere atto della parola. Deve fare prima un passo: non interpellare il proprio vissuto adolescenziale.

Continua a parlare

« Ehh, è che la nostra vita, intendo di noi in famiglia, non è stata così spensierata. Allo stesso tempo penso che nessun vivente pensante possa restare spensierato. Ricordo di avere letto di una poeta che era sempre in lutto. La sua era una forma di coerenza e di estrema aderenza alla sofferenza del mondo in tutte le sue espressioni. Gioiva anche, ma lo stato di lutto permaneva. Non se la sentiva di tralasciare i suoi abiti neri per festeggiare in altro modo la vita. Mi scusi, sto divagando»

«Ritornando a sua figlia, le dico che si preoccupa per lei che è la madre, e vorrebbe che lei fosse felice»

«Accidenti che guaio, come si fa a spiegare cosa è per me la felicità. Io sono felice della mia infelicità? possibile? Mi sento contorta e mi piacciono i tanti sentieri. Questo mio modo di essere o di non essere mi rende imprendibile, fuggevole. Credo perfino di non esserlo con mia figlia. Però lei mi fiuta e scopre i lati naturali del mio carattere. Così divento una oscillazione e non un punto fermo. E, forse, il fatto le reca un disorientamento non potendo trovare in me un punto fisso. Chi e cosa sono io per mia figlia? Certamente sua madre. Una volta fatta questa affermazione si comprende che non siamo salve. Sono così addolorata se penso a mia madre da desiderare impetuosamente che mia figlia possa pensarmi senza un simile carico. Un po’ per il fatto che sono ancora vivente e inoltre perché stiamo lavorando insieme. Ripensandoci, dovrei raccontarle ancora di me in rapporto a mia figlia. Sarebbe importante dirle che provo sentimenti di amore. Dico sentimenti per mantenere la complessità di ogni forma di amore. I suoi poli: artico/antartico negli emisferi. L’amore con tutti i suoi combattimenti. L’amore nei suoi termini indicibili per l’impotenza di sapere assegnargli nomi. Posso dire che mi interessa conoscere mia figlia solo quando è lei stessa che me lo permette»

«La ringrazio di questo incontro, ci daremo un altro appuntamento…»

Francesca Eleonora Capizzi

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