PASSAGGI CON FIGURE: Elianda Cazzorla- La terra appartiene a chi l’ha abbandonata

 elianda cazzorla – forte di grianan di aileach irlanda nord-orientale

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Miranda l’ho incontrata in un sito di particolare bellezza nell’Irlanda nord-occidentale.
Era il 2014 e avevo attraversato strade rurali dismesse per raggiungere l’ingresso della penisola di Inishowen, vicino al villaggio di Burt, a poca distanza da Derry. In cima alla collina: un muro tondo di pietre antiche sembrava uno scherzo del tempo, un’incomprensibile architettura che mi sfidava a dare interpretazioni consone. Ci provai. Sbagliai. Scoprii, grazie alla guida, che era il Forte circolare di Grianan di Aileach dell’età del ferro.
Miranda era riuscita a trovare nella circolarità delle pietre una sua nicchia. Era un uovo nello spazio magico, in fuga dal tempo presente, persa nelle parole del libro tra le sue mani. Lettura senza distrazioni. Mi avvicinai e le rivolsi delle domande in inglese. Ero molto a disagio con la mia sfrontatezza. Come mi permettevo di interrompere quel suo rito così intimo? Mi aspettavo una secca risposta con il Sorry finale e sorriso di convenienza. Invece lei mi chiese di parlarle in italiano. Very good your musicality. E iniziammo la nostra amicizia.

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elianda cazzorla- miranda gliss

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Miranda Gliss, di padre irlandese e madre italiana, – ci saranno altri momenti in cui racconterò di lei- mi è diventata amica e mi segue in ogni passo. È stata con me nella stesura e ri-stesura del romanzo “Tela di Taranta” e mi ha raggiunto ad Alberobello, in Puglia, nello spiazzo davanti alla casa D’Amore, il 21 luglio 2021, per la presentazione del libro; “Tela di Taranta”, pubblicato da Iacobelli editore, narra gli intrecci di vita di tre donne: Ada, Annabella e Anna, vissute in anni diversi, ma unite dal filo della tessitura del ragno.

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yva– dance, vintage photogravure 1933

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A Miranda Gliss è piaciuta la scelta della foto in copertina, soprattutto la storia della sua autrice: Yva, che difficilmente dimenticherà. Miranda ha partecipato alla serata, a suo modo, e mi ha inviato il suo pezzo per “Sunday T.”  L’ho tradotto e non posso accertare che non ci siano errori, ho tagliato alcuni punti dove i complimenti erano troppo sperticati, le omissioni sono indicate con (…).

“Ho visto sui volti della gente molta curiosità. (…) Di tarantate si parla troppo, poi nessuno sa da dove nasce il fenomeno, che cos’è realmente. Qualcuno pensa alla pizzica, il ballo in piazza, e di conseguenza, alle dita che battono sulla pelle tesa del tamburo. Altri vedono danzatrici in trance nelle ampie gonne nere. Luci,  sorrisi, sudore. Quanti sanno che il tarantismo nasceva dal dolore del vivere?

Severo e morbido il modo di fare di Antonella Longo, la organizzatrice della serata. Un confronto intenso e a tratti intimo con l’autrice, volto a sondare il fenomeno con domande precise e a esplorare la vita delle tre donne. L’ho capito ascoltando, durante la serata, la selezione delle letture delle tre giovani fanciulle chiamate a leggere: Benedetta, Roberta e Isabella.

giannicola longo- Benedetta, Isabella, Roberta

 Per Anna, l’analfabeta affetta dal male, che scrive nove frammenti con calligrafia traballante, Benedetta ha letto, a pagina 16 del romanzo, il Frammento n.1.

Mi chiamo Anna e non sono solo Anna. Sono una contadina analfabeta e ho naso che fa la gara con il becco di una cornacchia. A sessant’anni più uno mi sono messa a scrivere le lettere senza sapere dove si mettono le virgole. I punti lo so. Avevo il pennino e le dita grosse e il pennino si spaccava e cadeva il calamaio e l’inchiostro sul foglio… allora scappavo in strada e saltavo e m’arrabbiavo perché non avevo tanti fogli e tanto inchiostro e solo cinque pennini per un anno e poi non sapevo come dire quello che volevo dire e correvo dalla Signora che stava in piazza a chiedere aiuto. La Signora la domenica dopo la messa mi apriva la porta mi faceva entrare nella stanza e sulla faccia una carezza e mi sistemava la gonna. Mi diceva ma le scarpe di tela bianche che colore hanno adesso dopo a casa le lavi bene bene. Non andare sempre in giro la terra lasciala nel campo. E la Signora mi calmava e mi dava una la caramella con la carta rossa che ci vedi dentro il mondo tutto rosso senza male. A giugno non potevo tutti i colori mi accendevano i nervi. Prima dei vent’anni non era così. Tagliavo il grano nel caldo che secca la gola e vedevo nero e il grano pungeva. A mezzogiorno con le fimmine mangiavo e riposavo sotto l’ulivo. Un giorno avevo chiuso gli occhi e li aprivo ero tra il sonno e la veglia il campo lo vedevo e non lo vedevo e mi ha morso un ragno. D’allora sono tarantata e a giugno posso vedere solo il bianco e il nero.

Annabella, attraverso la voce di Roberta, ha delineato il suo intento nello studio del tarantismo raccontato in una delle pagine del suo diario, a pagina 44 del romanzo.

Stanotte ho dormito poco. Ero nella raffica degli scatti. Le luci dei flash continuavano ad accedersi. Negli occhi fissi al buio mi compariva il viso di Maria in tutte le sue espressioni. Tra giri e rigiri nella mente di parole e immagini e discorsi mi sono alzata per un bicchiere d’acqua e ho esclamato: «Bisogna rompere le uova nel paniere! E sono le foto che spaccano le uova ai benpensanti». Le inchieste del passato ci hanno dato il folclore rassicurante. Nel Sud c’è arretratezza e fame. Bisogna denunciare la realtà subalterna meridionale, andare contro l’immagine del contadino silenzioso, fiero e resistente dei proclami fascisti. Non hanno considerato i suoi abiti stracciati, il viso smunto dagli stenti e dalla fatica. Non basta sentirsi solleticati dalla curiosità nei confronti della donna posseduta dal ragno e non aprire gli occhi davanti alla disperazione di quella bracciante che chiede d’essere vista, ma in un altro modo. La fotografia mette davanti la realtà così com’è, e i benpensanti non possono tacciare i giornalisti di forzatura. Del resto, un’intera pagina non riesce a documentare né a trasmettere ciò che può una sola immagine. Io credo che le foto debbano essere alla base degli studi d’antropologia ed etnografia, e non possano essere commissionate a professionisti esterni, perché sono la realizzazione per immagini del ragionamento del ricercatore.

Ada, la giornalista che deve risolvere l’enigma che attraversa il romanzo: perché  venti foglietti di minuta  sono stati conservati con amabile cura, racconta di sé con la voce di Isabella. Pagina 90.

Io credo di poter dire, a distanza di tempo, che la nostalgia è come un fiume sotterraneo, scava impercettibilmente dentro di te. Certo, dipende, non tutti hanno terreno carsico. Il mio lo è. C’erano sere in cui quello scavo diventava un grande buco nella pancia e mi trasformava in ciambella di donna. Di sera, sull’altare di marmo, nel silenzio delle camere vuote, il mio corpo era solo un buco da riempire. I pacchi di mio padre arrivavano puntuali, io strappavo il cellophane per liberare la mammella del caciocavallo dal sottovuoto e, con perizia maniacale, scavavo con la punta del coltello nella miniera gialla e masticavo, con la stessa foga di chi sarebbe voluto fuggire. C’erano sere in cui la nostalgia era incontrollata smania, e mordere la mammella, che non reagiva al dolore come madre generosa che nutre, era conforto. Malsano. Sono andata a letto imbottita di schegge di formaggio, con il disgusto di me stessa incapace di dire basta. E quando il formaggio finiva, c’erano le uova, la zuppa di cipolle, le mozzarelle, la maionese, la nutella, il tonno, il pollo, le melanzane sott’olio, i cannoli di ricotta, i bignè, i biscotti nel vino, il gelato alla crema affogato nel San Marzano. La danza macabra del cibo per riempire la ciambella di donna che non si saziava. C’erano sere in cui la nostalgia era il mare dentro: le onde andavano, venivano, ritornavano, e portavano i ricordi come schiuma attorno ai piedi nudi sulla battigia.

giannicola longo-  Isabella e Roberta

Molto interessante il discorso del sindaco, Michele Longo, persona a modo, sinceramente attenta e non in fuga come nella prassi degli uomini e delle donne di potere. Ha seguito ogni parola, seduto in fondo nel circolo dei presenti. L’ assessora, Alessandra Turi, ha scelto parole commoventi sul valore della storia e della necessità di tenere viva la fiamma della curiosità nei giovani.

Mi sono chiesta, guardando gli occhi dei donne e degli uomini seduti ad ascoltare, quanto influirà una serata così intensa nella loro esistenza.  Sarà una fugace presenza o seguirà qualche riflessione sul bordo della pagina durante la lettura di “Tela di Taranta”. Esiste solo il consumo delle emozioni, il qui ed ora dei fuochi di artificio in una notte d’estate o si riesce ad andare oltre le proprie preoccupazioni giornaliere, cercando di capire altri mondi?

Mandami la registrazione sonora dei dialoghi della serata così potrò scriverti dell’altro. Ero troppo presa dai dettagli visivi: fioriere di petunie fucsia e gerani rossi, mascherine bianche e azzurre, il vigile in divisa nell’ascolto, il video operatore stretto nella giacca e cravatta, (…) un giovane fotografo, grillo salterino, nel cogliere le espressioni nei volti (…).

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martino cazzorla- casa d’amore- alberello

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È stata una serata molto intensa, lo so e quando le luci alla ribalta si sono spente, salutato tutte e tutti, persino le tue compagne di scuola e di mare, venute per la gioia di condividere il traguardo raggiunto, (…) mentre ti incamminavi verso l’auto, ti sei sentita inseguita. Lui ti ha chiamata con insistenza:

– Signora! Signora!

Ti sei voltata. Era un anziano con un sorriso tenue e la maglietta rossa. Ti ha guardata e ha cercato le parole per dirti che se era andato via, non era perché non fosse interessato, anzi (…):

– Mi scusi, avevo freddo, tanto freddo. Mi chiamo Scipione Navach ed ero compagno di scuola di suo zio! (…)

Io, Miranda Gliss, so che in quel momento ti sei vista sulla Vespa, a cinque anni con lo zio che ti portava in giro lungo la costa di Monopoli: Porta Vecchia, Porto Bianco, Porto Rosso. So che impercettibilmente hai alzato gli occhi verso l’alto e hai visto dietro le tende delle finestre, ritagliate nei muri bianchi di calce, i visi di chi ti ha amato, quelli che sono in ogni dove e che hanno partecipato, a loro modo, alla serata.

Del resto, come scrive una poeta, Ivonne Mussoni, recensita da Lucia Guidorizzi, in questo numero di Cartesensibili: la terra appartiene a chi l’ha abbandonata.

Elianda Cazzorla

Note a margine: Miranda Gliss è nella mente dell’autrice oltre a vivere in Irlanda.

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