DEL TEMPO PRESENTE- Vittoria Ravagli : Perdersi

matt taylor – illustration for alzheimer society

 

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Non è vero che le persone smettono di sognare perché diventano vecchie,
diventano vecchie perché smettono di inseguire i sogni

Gabriel Garcia Marquez-  Cent’anni di solitudine

 

Noi tutte, tutti, ci incamminiamo verso l’oblio attraversando fasi più o meno lunghe, con diagnosi diverse, differenti segni premonitori di quella che è una malattia ma più spesso un distacco naturale, forse a volte desiderato.
E’ l’amore che ci porta a vivere; è la nostra naturale fonte di energia. Senza affetto, amore, tenerezza, senza scopo, senza un progetto, un desiderio, un senso, la vita si spegne come farebbe una candela od un oggetto non più alimentato da una batteria.
Come si sta in quel luogo che sembra un limbo? In quella bolla che ti evita il dover essere attivo/a? Non lo so naturalmente, ne ho solo qualche sentore, perché là sto andando.
Certo ci si sente confusi, sempre più inadeguati alla vita.
C’è chi dice che se non si è stati molto amati/e da piccoli, se non si ha avuto il privilegio di un amore forte fatto anche di dolcezze e di abbracci, allora è più facile che a un certo punto della vita, si voglia svanire, perdersi.
Potrebbe essere una cosa dolce da come la racconto, invece il decorso dell’alzheimer ad esempio prevede stadi dolorosi, difficili per chi li vive e per chi cerca di aiutare, di capire, di sollevare dall’angoscia.
Una strada che sconvolge spesso molte vite e per tanti anni.
Incamminarsi verso l’oblio può essere prepararsi al passaggio, alla trasformazione. Rientrare piano sotto altra forma nell’energia dell’universo in cui siamo immersi/e. Modificarsi.

Così ci si sente via via sempre più in sintonia con la natura, noi stessi parte di essa, più vicini agli animali, sensibili abitanti di questo pianeta. Sembra di essere a volte quasi sassi, terra, acqua. Ci si ferma. Tutto diventa immobile, calmo. Il corpo quasi sparisce, la mente si addormenta. Una meditazione che ci fa entrare in noi stesse/i, nel noi profondo. Sentire il cuore che batte e l’andare del tempo rarefatto…

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caesar joseph tanedo

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Non si trovano le cose, non si ricorda, si resta smarrite e incredule. Anch’io?

Spesso su FB ho letto bellissimi scritti sul perdersi. Il proprio o quello di persone vicine, amate, cambiate, non più loro. Ho parlato con amiche, le madri…E’ un mondo che si allarga, sono i nuovi fantasmi che ci circondano piano piano sino a che non si entra in quell’atrio, quel luogo di suoni indistinti. Nel limbo. Per un tempo che non posso sapere si entra e si esce…

In un incontro davvero bello fatto a Sasso, presentammo il libro di un’amica, Diletta Barone, Un’anima in prestito, nell’aprile 2020. Sono narrati anni di vita di lei e del marito, ammalato di alzheimer ancora giovane. Anni vissuti in modo attivo come un’appendice della vita “normale” che via via ha messo in risalto problemi e dolori senza mai che si interrompesse il flusso dei ricordi della vita insieme, dell’amore e delle passioni condivise.
Il suo libro, ed il nostro incontro, iniziava con la bellissima poesia di Montale. Eccola.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale – Eugenio Montale -(Xenia II, 1967)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

DI seguito alcune delle poesie, per me le più belle,  lette e rilette.

Da La bambina pugile diC. L.Candiani

Tu tienimi
e io mi trasformerò in meraviglia,
tra le tue mani,
al caldo,
quel caldo che di notte
fa crescere il grano.
Porta
Il corpo amato,
come vita segreta –
preservata –
sotto lo spesso ghiaccio
della memoria.
Tu tienimi
Come guscio di noce
nel pugno
fessura fra i mondi.
C’è silenzio tra te e me
c’è perla.
Ti tengo.

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Alzheimer, madre di Davide Rondoni

 

Era lei il sole mite
Le girava tutto intorno, noi

ci spargevamo,
……………………il bel quartiere il mondo,
ma era lei.

In fondo alle stanze
cuore d’oro e catena, e ora
vederla aver bisogno di tutto, cadere
le luci della mente,
………………………– l’hai vista passare, ti ha
riconosciuto?

come fare a imparare la scena
dove siamo finiti

è proprio lei la mamma l’angelo
con gli occhi incomprensibili
che annuncia non vi sarà più tempo.

Ora artigliaci Dio
Tienici nel tuo
Alzheimer d’amore,
perdiamola tutti
la memoria del male

se ne vada come una canzone dalle labbra
e dalle pianure bianche dei nomi

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ria hills

 

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L’amore al tempo del morbo di Alzheimer di Vesper Fe Marie LLaneza Ramos

Raccontava sempre la stessa storia
più e più volte
a chiunque e a ognuno
persino a perfetti sconosciuti,
dal garzone del negozio
all’autista del bus.
Anch’io posso essere quello sconosciuto.
Ad ogni appuntamento del medico,
è sempre la stessa cosa,
i medici la proteggono
la chiamano
Preservazione.
Parole vuote.
Il medico le chiede:
“Che cosa ne fa del suo tempo?”
Lei sorride e dice,
“Leggo molto”.
Le si chiede cosa ha letto,
lei dà solo un sorriso piatto,
assente, vuoto.
Poi piange.
Racconta la storia,
di come andava alla sala da ballo,
quando era giovane,
piena di vita
con una veste pallido blu
con scintillanti scarpe rosse.
E’ questa la memoria a cui si aggrappa,
non il giorno del nostro matrimonio,
solo lei, che danza
non con me,
ma solo lei, che danza.
E’ sempre stata una donna molto intelligente,
brillante, bellissima,
l’ho amata alla nostra prima conversazione.
Non so davvero
Quando cominciò a dimenticare
All’inizio. Ci furono attacchi di panico
Della paranoia
Ho pensato che fosse stress.
Poi cominciò a fare liste
E tutto era organizzato.
Abbiamo litigato parecchio.
Che neanche un capello vada fuori posto.
Aveva bisogno di ordine
L’ho odiata per questo
Entrava in una stanza,
chiedeva, “Cosa sono venuta a fare?”
Rispondevo,
“Perché lo chiedi a me?”
Allora lei rispondeva,
“Non mi sei molto d’aiuto”:
Rispondevo, ”Fai la difficile”
Allora l’ho odiata.
Suppongo
Non dovrei odiare me stesso.
Non sapevo.
E non l’ho odiata
Quando mi ha tirata in faccia
La sua trousse
Con specchio e tutto,
perché pensava che le avessi rubato i trucchi
li aveva nascosti nel forno –
quello che aveva dimenticato di spegnere.
Non l’ho odiata.
L’ho solo tenuta tra le braccia,
anche quando ha gridato e pianto
l’ho solo tenuta tra le braccia,
e le ho raccontato la stessa storia,
di lei nel suo vestito blu pallido,
nella sala da ballo fortemente illuminata
col pavimento di parquet.
Solo lei, che danzava
Al sicuro,
nessuno da dimenticare,
solo lei, che danzava.
Era stata una donna estremamente brillante.
Bellissima.
L’amerò fino
Alla nostra ultima conversazione.
“Sarò sempre,
se ci sarà bisogno che io sia,
lo straniero senza nome
che ti tiene tra le braccia,
che ti ricorda,
della bellissima ballerina
dentro di te”.
Lasciamo che dorma
Tra le mie braccia.
Tra le mie braccia potrà dormire.

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yang cao

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Da Le beatitudini della malattia,  di Roberta Dapunt

Non ci sarà descrizione delle cose vedute,
mentre fuori le visibili stelle,
riusciremo ad affondare questa attesa,
ma per ora non perderti dall’altra parte.

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E ti ascolto,
in questo disperdersi il tempo cantare.
E tu canti ormai taciuti canti alla morte
E ogni volta, come fossero nuovi, non ricordi le ultime strofe.
Eppure chiami, armonizzando, il cielo tra le sorde pareti.
Misterioso dialogare il tuo.

.

Una foglia e l’altra. Un’altra
Di diverso colore
E nelle mani dalla carne sfiorita
Le tieni inespresse,
costrette solamente alla loro bellezza.
Mi sorridi e d’intorno
Sei sospensione del tempo, un filo d’erba che ignora il suo prato.

Incantevole dono il tuo.

.

yang cao

.

La poesia è regina per me. Niente di più desiderabile anche in questo tempo in cui le parole debbono essere poche.


Vittoria Ravagli

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