RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: Caratteri propiziatori. Tentare la morte

yuko kitajima

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«Lasciati andare» recitava una voce dentro di me. E un’altra, per quanto muta, risultava la più forte al punto da stordire la precedente e infine ammutolirla. “Che violenza vive dentro di me!” pensai.
Allontanarsi dalla casa paterna fu un punto cruciale nella mia vita. Perché ho scritto casa paterna, non vi abitava anche mia madre in quella dimora? Sí, vi abitava, ma lei non possedeva il colpo della frusta. Fu mio padre il titano sopravvissuto alla guerra dell’Olimpo. Fu mio padre a dettare le leggi. Fu mio padre a dare le punizioni quando si compiva una infrazione. Fu sempre mio padre a manifestare una forma di amore per me. Quello stesso amore che mi ferí come un taglio.
Il segno di appartenere senza avere scelto di appartenergli. Lo porto con me ovunque io vada, qualunque cosa faccia e in ogni trasformazione che abbia, più o meno, attuato. Non me ne rallegro perché ha un peso non cosí indifferente da reggere. Non me ne lamento più perché fa parte di me.
E ho compreso che, cercando di toglierlo a forza, ne aumento la resistenza.
Tutto vuole vivere. Una lotta di sopravvivenza anche per le faccende astratte che, a pensarci bene, hanno il loro legame nel sangue.
Nell’adolescenza mi sentii infinita da tentare la morte con la convinzione che nulla avrebbe potuto fermare la mia vita. Sentivo la vita senza un punto chiamato limite; la sentivo bruciante e colma; una foresta di fitti sentieri da percorrere tutti in breve tempo. Non pensavo che le azioni potessero essere dilazionate, programmate, inserite, svolte, compiute, omesse. Mai. La linea del tempo per me non è mai esistita. Dire passato presente futuro in questo ordine non esprime una giusta relazione cronologica. Una visione circolare sarebbe propizia: concede l’alternanza coi suoi cicli in cui la natura ripropone senza essere mai la stessa proposta. Avevo tentato il suicidio per mettere in scena o togliere di scena: “La morte”. Questo era l’aspetto più emozionante del mio gesto. Poi seguivano le motivazioni che lo psicologo – o era uno psichiatra – tentò di farmi pronunciare in ospedale, dopo la lavanda gastrica. Entrai in una stanza, e lui era lí – o arrivò dopo come una sorpresa – per chiedermi il maggiore concentrato di informazioni sulla mia vita nel minore tempo concessogli.
Gli dissi il mio nome e cognome: Frelen Arghento; la mia età: diciassette anni; il paese natale: Sora. Dopo mi appropriai del silenzio per non parlare più. Lui mi rivolgeva domande precise, e in altri momenti più vaghe cosí che potevano starci risposte ad ampio spettro. Mi chiese sulla mia vita: comportamenti, abitudini, rapporti con la famiglia, amori, conflitti. Insistette su un presunto litigio con un ipotetico fidanzato, volendo o dovendo trovare a tutti i costi una motivazione al tentativo di suicidarmi. Non trovavo nessuna domanda a cui avrei voluto rispondere. Anzi non potevo.
Dopo una mezza ora, anche lui si appropriò del silenzio e non proferí verbo. Non mi chiese più nessun perché, non mi parlò, non mi raccontò ancora di quello che avrebbe dovuto scrivere nel suo rapporto. Silenzio. Ancora ricordo il sollievo che provai e di come lo stessi ringraziando pure senza dirglielo. Sono certa che lui fosse allenato ai comportamenti inconsueti, anche se all’inizio mi manifestò un certo disorientamento. Da parte mia ero in uno stretto rapporto con la stranezza – cosí come la chiamano – che non mi preoccupai minimamente di trascorrere più di un’ora in quella situazione. Mi parve naturale che non ci parlassimo. Credo che avvenne una vera e propria comunicazione che lui seppe raccogliere. Lo vedevo assorto a scrivere e udivo il rumore della penna e della mano che si muovevano sul foglio. Magari era un bluff: scriveva inventantosi una mia confessione tanto per riempire quelle pratiche inderogabili. Io ho creduto che avesse capito qualcosa di me, e che elaborasse in forma scritta alcune personali considerazioni in merito. Infine mi lasciai andare. Sentii le lacrime salirmi in cerca di aperture da cui scorrere. Anche se dentro di me ci fu un grande frastuono, fu un pianto silenzioso. Un pianto di cui lui si accorse, ma non disse niente.
Ci furono solo scambi di sguardi, non di battute. Poi, se ricordo bene, ripeté il mio nome per salutarmi, e se ne andò. Mi ritrovai nuda. Quel silenzio non aveva trattenuto segreti; aveva lasciato che le difese si allentassero senza violenza; aveva raccontato, attraverso l’ostinazione di tacere, la difficoltà e la sofferenza di rendere a parole il mio vissuto. Per me era stato un primo passo.
Tra le motivazioni si potrebbe inserire il senso di opppressione che all’improvviso catalizzava il mio vivere. L’angoscia la paragonavo a una nebbia. Mi riempiva, lasciandomi il perenne dubbio se diramasse la sua irreprimibile consistenza dall’esterno o se la fabbricassi io stessa e mi salisse da preistoriche caverne. Al sentirmi infinita si sovrapponeva l’inspiegabile tonfo come se tutto, o quasi, si consegnasse a uno strato di melma. Non era fango. Assomigliava a una mistura – di non so quali elementi – inglobante, risucchiante, piuttosto densa, priva di vita.
Perché lo feci? L’avevo organizzato come una tragedia da fare in un teatro. Anche il pubblico era necessario. Tragedia e farsa si toccarono e il contenuto dell’una sfociò nell’altra diventando impossibile districarne i confini.
Ieri ho compiuto trentacinque anni e, non so bene perché, ho pensato a quel mio atto, mai del tutto compiuto, di adolescente in crisi. Mi si è sospeso in gola un boccone liquido, un distillato che paradossalmente non va fino in fondo restando ancora intrappolato in irrisolti nodi. Cosa potrei rispondere a quell’uomo che mi sommergeva di domande? Potrei dirgli che non ci sono risposte. Noi tentiamo di stabilire una vita che faccia per noi e spesso ci sono altre cause che la rendono inaccessibile; noi lottiamo e vediamo ovunque corpi stesi per una mancanza, un abuso, una conseguenza del profitto, una incontenibile violenza. Non è concessa tregua a coloro che per vivere hanno necessità di amare.
Non sono diventata più forte dopo il mio gesto destinato dall’inizio a restare un tentativo fallito. Ho preso coscienza dei dissidi interiori. Ho imparato a non opporre grandi gesti a sensazioni gigantesche che si fa fatica a contenere. Non cerco il mare – per buttarmici – le volte che mi sento morire dentro senza una causa apparente, avvertendo la mia totale fragilità. Non diventerò mai saggia perché mi faccio prendere dall’impulsività e amo ancora la mia inconscienza. Faccio fatica a lasciarmi andare, anche perché non mi è proprio chiaro il significato che viene dato a questa frase. Penso alla casa paterna: e vedo mio padre e mia madre che sono muti, forse anche loro si sono appropriati del silenzio per comunicarmi la loro difficoltà di amarmi.

Francesca Eleonora Capizzi

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